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Aggiornato: 3 ore 48 min fa

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/17/2018 - 08:00
Liturgia del:  21 ottobre 2018

La Parola del giorno: Is 53,10-11; Salmo 32 (33); Eb 4,14-16

Dal Vangelo secondo Marco (10,35-45) In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Non così tra voi: l’affermazione, l’indicazione che introduce il cuore del messaggio del Vangelo di questa domenica è, per certi versi, di una portata ben più grande di quella segnalata da questo singolo episodio. Il Cristo, infatti, fin dall’inizio della sua “vita pubblica” coinvolge un gruppo di persone alle quali permette di condividere in profondità e con continuità una eccezionale esperienza di contatto con lui, di ascolto della sua parola, di contemplazione dei suoi gesti, di rilettura delle loro vicende. Attraverso questo percorso, i discepoli imparano che è possibile una vita diversa: una nuova relazione con Dio, scoperto come Padre e accogliente per la sua misericordia; una nuova relazione con gli altri, non più a partire dalla competizione e dal primeggiare, ma dal servire, dal donarsi. Noi facciamo fatica a fare i conti con la differenza. Anziché vivere riconciliati con l’idea di una pluralità, cerchiamo di capire chi e cosa siano “meglio” e “peggio” rispetto agli altri. Quando non siamo attenti, con grande facilità ci collochiamo tra i “migliori” di turno. Non così tra voi: il Signore è venuto a proporre un modo di vivere che ha certamente una specificità, una chiara modalità di organizzare i rapporti, anzitutto nella Chiesa (tra voi). Ma questo non perché possiamo sentirci migliori. La vita cristiana, dove si possiede davvero ciò che si dona, dove ogni uomo è mio fratello, dove il nemico è amato, dove il primo serve tutti gli altri… è la straordinaria vocazione che Dio ci offre; è il dono che possiamo fare al mondo; è la profezia che possiamo condividere. Non si tratta, ancora una volta, di spiegare al Signore quale sia il nostro progetto, ma di provare a fidarci ed assumere fino in fondo il suo disegno sul mondo e sull’uomo.

 

Essere i primi è affascinante, Signore: lo vediamo alla fine di ogni gara sportiva. Invochiamo il tuo Spirito affinché ci aiuti, anzitutto, a lasciare a te il primo posto nella nostra vita. E perché ci faccia gioire nel servizio, crescere nella fraternità, maturare nella coscienza della nostra vocazione.

Categorie: Azione Cattolica

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/10/2018 - 08:00
Liturgia del:  14 ottobre 2018

La Parola del giorno: Sap 7,7-11; Salmo 89 (90); Eb 4,12-13

Dal Vangelo secondo Marco (10,17-30) In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

Sembra che il centro gravitazionale di tutto il racconto sia espresso nella frase «Una cosa sola ti manca!» (v. 21). E che cosa? È qui che Gesù, fissandolo, lo ama. Questo gli manca: mettersi in sintonia con lo sguardo di amore e di libertà del Signore Gesù. Egli non riesce a lasciarsi amare. Era un giovane perfetto, capace persino di “correre” verso Gesù e di “gettarsi in ginocchio” davanti a Lui (v. 17). Ma nonostante questo, egli sfugge al suo sguardo, non permette al Signore di fare il primo passo nei suoi confronti e nella sua vita, rimanendone lui il protagonista. Il motivo per cui questo giovane del Vangelo abbandona Gesù, facendosi “scuro in volto” e “rattristandosi”, è perché “possedeva molti beni” (v. 22). Egli, infatti, era pieno di sé e ricco di tante cose; e persino l’osservanza scrupolosa della legge era diventata un modo per piacersi e compiacersi, per essere compiaciuto dagli altri. Per avere la vita e la gioia piena non ci si può affidare ad una sterile e, alla fin fine, compiaciuta osservanza delle norme morali, finanche fatta a fin di bene, ma il possesso della vita gustosa e senza fine è riservato a coloro che con umiltà e amorevolezza si lasciano fissare e amare da Gesù, per essere da Lui pienamente emancipati e totalmente liberati.

O Signore Gesù, non distogliere i tuoi occhi da ciascuno di noi. Signore della nostra vita, sii tu l’unica nostra ricchezza, perché abbandonandoci in te avvertiamo il gusto della vita e la gioia vera e autentica senza tramonto. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/03/2018 - 08:00
Liturgia del:  7 ottobre 2018

La Parola del giorno: Gen 2,18-24; Salmo 127 (128); Eb 2,9-11

Dal Vangelo secondo Marco (10,2-16) In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio». Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

Venuto tra gli uomini per rinnovare una comunione con Dio, il Signore Gesù aiuta a rileggere e a scoprire il significato autentico delle relazioni tra gli uomini. Come ci viene ricordato altrove, egli non viene per abolire, ma per mostrare il cuore della legge, che è l’amore. Nel Vangelo di questa domenica vi è anzitutto un aiuto in questo senso, attraverso l’annuncio di uno dei più bei modi di agire da parte di Dio nella storia: «Dio ha congiunto». Dio unisce: è questa la bella notizia. La Trinità manifesta oltre se stessa ciò che vive: l’essere insieme, gli uni con gli altri, gli uni per gli altri. L’occhio dei farisei – e il nostro, troppo spesso, non è diverso – è annebbiato dallo scrupolo e, forse, da una comoda ricerca di deresponsabilizzazione: lasciamo decidere alla legge, anteponendola al fratello e pure alla cura della coscienza che è il luogo nel quale possiamo verificare la qualità delle nostre relazioni a partire dal nostro essere con e per gli altri, come Dio. Gesù non viene a diminuire la portata di ciò che ai tempi di Mosè era stato possibile stabilire, ma non rinuncia a ricordare che tutto questo è accaduto per la “durezza del cuore”: persone incapaci di amare; convinte di poter vedere gli altri come oggetti; alla ricerca di modi “legali” per giustificare le proprie infedeltà, le proprie superficialità e intemperanze. Dio congiunge, Dio unisce e chi sa di essere stato creato a sua immagine e somiglianza non può che trovare in questo Vangelo, a qualunque stato di vita appartenga, una chiara indicazione per la sua esistenza: siamo chiamati a diventare creatori di alleanze, uomini e donne di comunione, di perdono, di riconciliazione. Apparteniamo gli uni agli altri.

Tu non vieni a giudicare, ma a dare vita. La tua voce ci raggiunge non per moltiplicare gli scrupoli ma per generare una nuova e più profonda fedeltà degli uomini tra loro. Non abbandonarci o Dio, nostra speranza.

Categorie: Azione Cattolica

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/26/2018 - 08:00
Liturgia del:  30 settembre 2018

La Parola del giorno: Nm 11,25-29; Salmo 18 (19); Gc 5,1-6

Dal Vangelo secondo Marco (9,38-43.45.47-48) In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».

Perenne tentazione dei discepoli è quella di usare atteggiamenti diversi e contraddittori. Nella pagina che ascoltiamo in questa domenica troviamo una situazione che, in forme diverse, si ripresenta a interpellare la coscienza di ciascuno. Gesù si trova ad avere a che fare con un gruppo di apostoli molto severi nei confronti degli altri discepoli, ma incapaci di assumersi la responsabilità personale del male commesso. Capita così anche a noi, in quella strana ma possibile forma di “slealtà spirituale” che ci trova disponibili al compromesso quando si tratta di giustificare le nostre mancanze, ma assolutamente intransigenti verso le fragilità altrui. Gesù restituisce armonia ai rapporti, con semplicità e limpidezza. Ci invita a saper cogliere e valorizzare il bene, da qualunque parte provenga: chi non è contro di noi è per noi. Nella vita ecclesiale e sociale diventa oggi persino urgente scegliere uno stile di alleanza con quanti sono impegnati nella ricerca della pace, nella lotta contro le ingiustizie, nella promozione della dignità di ciascuno. Talvolta, nelle esperienze di comunità, noi ci troviamo quasi soffocati nelle lotte intestine fatte di mormorazione, di competizione, di distanze crescenti: l’Evangelii gaudium ci ricorda la bellezza e il valore di avviare processi, prima che di occupare spazi. L’unica alleanza da non promuovere è quella con il peccato e, in essa, quella con la mediocrità che ci porta a mirare alla “sufficienza”, come uno studente in crisi; che cerca la bontà “per differenza”, nel continuo paragone con le malefatte altrui per sentirci meno colpevoli delle nostre. Tagliare e gettare non sono i gesti dell’insensatezza, ma del coraggio. E della lealtà di coloro che non esigono da altri una conversione, che non stiano cercando essi stessi per primi.

 

Donami, Signore, il tuo Santo Spirito. Spirito di semplicità, per vedere il bene compiuto da ciascuno. Spirito di verità, per conoscere e superare le mie incoerenze. Spirito di misericordia per ricominciare sempre e per incoraggiare ciascuno.

Categorie: Azione Cattolica

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/19/2018 - 08:00
Liturgia del:  23 settembre 2018

La Parola del giorno: Sap 2,12.17-20; Salmo 53 (54); Gc 3,16-4,3

Dal Vangelo secondo Marco (9,30-37) In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Gesù è in viaggio verso Gerusalemme dove si concluderà drammaticamente la sua esistenza terrena, apparentemente da uomo sconfitto. Gesù, quindi, sente la necessità, attraversando la Galilea, di preparare i suoi discepoli a questo evento, richiamando alla loro memoria la visione del profeta Isaia sul servo sofferente. È già stato scritto. Il Figlio dell’uomo dovrà patire molto, verrà ucciso ma, dopo tre giorni risorgerà. È la via segnata per compiere la redenzione dell’uomo e instaurare il nuovo Regno di Dio sulla terra. I discepoli, per la seconda volta – la prima l’abbiamo vissuta domenica scorsa – non capiscono e tacciono, timorosi di chiedere spiegazioni al loro Maestro. Gesù non si arrende. Giunti a Cafarnao, si rivolge direttamente ai Dodici e, dopo aver messo a nudo i loro pensieri, dice chiaramente che seguire Lui, far parte del suo gregge, non è inseguire onori, gloria e potere ma servire, servire gli altri, non dominarli. È l’invito che, oggi, Gesù rivolge anche a noi che, forse, non abbiamo ancora imparato la logica del crocifisso. Ci attardiamo ancora a discutere su chi fra noi dev’essere il più grande. L’orgoglio, l’ambizione, il prestigio, l’amor proprio, i privilegi, gli onori, la popolarità, la superiorità, il desiderio di primeggiare, l’invidia, la faziosità, l’indifferenza diventano valori da affermare, e non importa se, per farli emergere, si calpestano gli altri. E il Signore? Il suo insegnamento? Il suo esempio? In una competizione se predomina l’io non c’è posto per Dio. Lasciamo che le nostre comunità non siano segnate dalla competizione tra chi “sa” e “fa” di più, ma restino (o diventino) i luoghi nei quali condividere anzitutto i propri bisogni, quella povertà che ci fa beati e che ci conserva accoglienti. Ascoltiamo, dunque, la Parola che ci esorta a vivere i nostri comportamenti secondo i modelli del servo e del bambino. Il servo evoca l’atteggiamento di fedeltà e di obbedienza ai comandi del padrone, il bambino quello di debolezza, d’impotenza, ma anche di estrema fiducia: il bambino fra le braccia della mamma si sente sicuro e protetto, come noi lo potremo essere fra le braccia di Dio.

 

Signore, mi rendo conto che anch’io a volte sono testardo come i discepoli che tu istruivi. Aiutami, Signore, a vincere l’egoismo, a combattere l’indifferenza verso il dolore altrui, a rifuggire dai compromessi.

Categorie: Azione Cattolica

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/12/2018 - 08:00
Liturgia del:  16 settembre 2018

La Parola del giorno: Is 50,5-9a; Salmo 114 (116); Gc 2,14-18

Dal Vangelo secondo Marco (8,27-35) In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

“Chi è Gesù?”. Le risposte non sono tutte concordanti. Molte sono di convenienza. Il tirare Gesù dalla propria parte, parlargli, magari in disparte, come fa Pietro, per suggerirgli qualcosa o fargli dire quello che fa comodo, e non solo in campo politico e sociale, sarebbe un bel credito. La confusione serpeggiava anche tra gli apostoli e i discepoli, nonostante i miracoli di Gesù, vere prove della sua messianicità. Allora Gesù li interroga: «La gente, chi dice che io sia?». La risposta è generica, vaga anche se considerevole. Gesù li incalza: «Ma voi, chi dite che io sia?». E Pietro: «Tu sei il Cristo». Giusto. Ma quale Cristo? Gesù lo delinea chiaramente. È l’uomo che “ha aperto l’orecchio a Dio e non ha opposto resistenza”, deciso a portare a termine la missione per cui si è incarnato, affrontando sofferenze indicibili, rifiuti, umiliazioni, morte in croce. No, non è il Cristo immaginato da Pietro. Ed io, oggi, a Gesù che mi interpella: «E tu, chi dici che io sia?», cosa rispondo? Oserei dire che ne so più di Pietro, dopo aver letto dei Concili, aver ascoltato i tanti profeti di ieri e di oggi, aver studiato il catechismo: ma non è questo il punto. Il Signore non resta chiuso nelle mie definizioni. In fondo, per il fatto di essere discepoli, rispondere all’interrogativo sulla sua identità, significa inevitabilmente essere portati a comprendere, di conseguenza, la nostra vocazione e missione. Egli vuole che rinneghi me stesso e mi carichi della croce, se lo amo e voglio mettermi alla sua sequela. Mi chiede che abbandoni il mio egoismo, che non insegua privilegi o posizioni di potere, e prenda la croce che mi tocca, portandola con lo stesso atteggiamento con cui Lui ha portato la sua. È la rotta da seguire se voglio vincere in Lui il dolore, l’ingiustizia e la morte, se non voglio perdere la vita, se voglio vivere in eterno l’amore di Dio insieme a tutti i suoi figli e fratelli.

 

Chiedermi chi tu sia è scoprire chi posso diventare io. Seguirti sulla via della croce è comprendere quale sia la vera vita. Aiutaci Signore a non essere sazi delle nostre risposte ma sempre stimolati dalle tue domande. Tu sei il Cristo.

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XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/05/2018 - 08:00
Liturgia del:  9 settembre 2018

La Parola del giorno: Is 35,4-7a; Salmo 145 (146); Gc 2,1-5

Dal Vangelo secondo Marco (7,31-37) In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Gesù si trova nella regione pagana di Tiro, la Decapoli. Operare in quella terra il miracolo vuole significare l’apertura universale del Vangelo: ogni uomo e ogni donna, ovunque essi abitino e a qualunque cultura appartengano, possono essere raggiunti dalla parola di Dio e toccati dalla sua misericordia. Gesù porta il sordomuto in disparte, lontano dalla folla, quasi a sottolineare la necessità di un rapporto personale diretto, intimo, tra lui e il malato. I miracoli, infatti, a differenza di quel che superficialmente si crede, non avvengono in un clima di esaltazione e di magia, ma nell’ambito di un’amicizia profonda e fiduciosa in Dio. Gesù conduce in disparte quell’uomo e, seguendo un’antica consuetudine, gli pone le dita sugli occhi e poi con la saliva gli tocca la lingua. Gesù, amico degli uomini, soprattutto dei deboli, guarda con affetto e con misericordia quell’uomo. Gesù non si rivolge all’orecchio e alla bocca ma all’uomo intero, all’intera persona.
C’è un legame stretto tra ascolto della parola e capacità di comunicare. Chi non ascolta resta muto, anche nella fede. Questo miracolo ci fa riflettere sul legame che c’è tra le nostre parole e la parola di Dio. Spesso noi non poniamo sufficiente attenzione al peso che hanno le nostre parole. È necessario perciò anzitutto ascoltare la “parola” di Dio perché essa purifichi e fecondi le nostre “parole”, il nostro stesso modo di esprimerci. Per i cristiani si tratta di una responsabilità grande, anche in ordine alla missione evangelizzatrice che domanda, insieme a una limpida e gioiosa testimonianza di vita, la capacità di comunicare. La guarigione del sordomuto acquista significato mentre riprendiamo il nostro normale lavoro, perché ci indica che dobbiamo anzitutto ascoltare Dio e poi comunicare agli uomini il suo amore. Ci invita anche a domandarci con sincerità verso quali situazioni (sociali, comunitarie) e, meglio ancora, verso quali persone sentiamo di vivere una qualche forma di chiusura. L’invito di Gesù, che porta guarigione e novità, a quale livello raggiunge i miei giudizi e le mie scelte? “Apriti” è il comando che Gesù oggi rivolge, attraverso il magistero del papa, a una Chiesa chiamata a vivere “in uscita”: come mi lascio coinvolgere da questo testo e dalla carica trasformante che può trasmettermi?

Ti preghiamo, Signore, perché tu ci dia il coraggio di accogliere e di integrare, con spirito di solidarietà e di amore. Donaci la capacità di un autentico ascolto, indispensabile per comunicare agli altri la gioia del Vangelo.

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XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/29/2018 - 08:00
Liturgia del:  2 settembre 2018

La Parola del giorno: Dt 4,1-2.6-8; Salmo 14 (15); Gc 1,17-18.21b-22.27

Dal Vangelo secondo Marco (7,1-8.14-15.21-23) In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti – quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Il Vangelo di questa domenica ci sollecita ancora una volta a una riflessione fondamentale per la nostra vita personale, per le relazioni, per i rapporti nella società, con le istituzioni e con le leggi.
Ci viene riproposta la questione del rapporto fra coscienza e legge, fra le scelte delle persone singole e il bene comune; e come la parola del Vangelo, senza confusione di piani, possa illuminare, orientare, verificare, rilanciare gli atteggiamenti più profondi, quelli che appunto attengono alla coscienza. Alcuni maestri della legge e farisei pongono a Gesù l’interrogativo sul perché alcuni dei suoi discepoli “non ubbidiscono alla legge religiosa dei padri e mangiano con mani impure”, senza cioè averle lavate secondo l’uso religioso. La risposta di Gesù è attualissima anche oggi: “Questo popolo, dice il Signore, mi onora a parole, ma nel suo cuore è molto lontano da me”, ovvero: il modo in cui mi onorano non ha valore perché insegnano come dottrina di Dio comandamenti che sono fatti da uomini. Le leggi sono da legare, sempre, alla giustizia e alla verità, altrimenti possono diventare leggi dei forti contro i deboli, stabilire discriminazioni e razzismo. La parola di Dio può ispirare le leggi umane, ma è errato decidere di identificarla in leggi, istituzioni, partiti, proprio perché il Vangelo richiama sempre a quella profondità che un assetto istituzionale, sempre riformabile, non può mai contenere. La profezia è oltre la legge, anche quando questa ne assume l’ispirazione.

 

Signore, donaci la forza di impegnarci ciascuno secondo la sua responsabilità per leggi giuste e solidali e per lo sviluppo e la costruzione del bene comune. La massima espressione della giustizia è la carità: aiutaci a non dimenticarlo, a scegliere la misericordia, a crescere nella coerenza.

Categorie: Azione Cattolica

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/22/2018 - 08:00
Liturgia del:  26 agosto 2018

La Parola del giorno: Gs 24,1-2a.15-17.18b; Salmo 33 (34); Ef 5,21-32

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,60-69) In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

La conversione del cristiano sta nel servire Dio perché egli resta sempre vicino a chi lo serve. L’accompagna nel cammino della vita, ne condivide le gioie e i dolori, segna il calore e la fatica dei suoi passi fino a donare il Figlio come pane spezzato e calice di salvezza. Un mistero troppo alto e difficile per alcuni; per altri, addirittura scandaloso, tanto che contrastano con la mente e con il cuore ogni possibilità di dialogo e di intesa. Abbandonano l’idea di un cibo spirituale, con la ridicola scusa che una simile scelta è troppo dura da seguire. Semmai è troppo impegnativa, perciò fuggono lontano. Ma gli apostoli, no. Pietro per primo si rende conto che la fede e null’altro è il veicolo che consente di viaggiare con Cristo, unico al mondo a garantire per sempre la presenza e l’amicizia divina. Egli solo infatti ha parole di vita eterna. Parole di confronto e di impegno, quaggiù, fra i mortali, voce che richiama la bellezza dell’essere con Cristo. Così i Dodici confermano e iniziano la nuova avventura: saranno pescatori, ma non di pesci: cattureranno uomini, dopo aver incontrato e conosciuto il “santo di Dio”. Non può essere diversamente perché l’esperienza cristiana conduce al colloquio con Dio. Da lui impetra la grazia divina fino a possedere lo Spirito Santo e a lasciarsi possedere da Lui, senza paure e timori di scandalo. Fino a risolvere la storia del mondo e di ogni singolo vagare umano verso la redenzione. La vicenda terrena è sempre marcata dal ritmo trinitario di Dio, che genera e regala la vita in un intreccio soprannaturale in cui Cristo esce dal Padre, viene nel mondo, invia lo Spirito Santo. Ciascuno di noi è creato dal Padre, è redento dal Figlio, è governato dallo Spirito Santo. Ecco perché gli apostoli, ieri, e noi, oggi, alla domanda se desideriamo andare lontano da Dio, rispondiamo semplicemente e con sincerità: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna». Solo in tale abbandono possiamo finalmente testimoniare la nostra fede e la bellezza del nostro vivere fino a quando Egli vorrà.

 

Tutto ti devo, Signore: se mi lamento, tu mi consoli; se mi perdo, tu mi ritrovi; se mi dispero, tu mi rinfranchi; se cado, tu mi rialzi. Richiamami e riprendimi. Se fuggo da te, fermami, Signore, perché tu solo hai parole di vita eterna.

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XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/15/2018 - 20:00
Liturgia del:  19 agosto 2018

La Parola del giorno: Pr 9,1-6; Salmo 33 (34); Ef 5,15-20

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,51-58) In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Uno dei misteri più alti che Gesù ha lasciato all’umanità è l’unione tra redentore e redento, fra creatore e creatura, fra il divino e l’umano. Un miracolo d’amore che permette a san Paolo di scrivere ai Galati: «Non sono più io che vivo, perché Cristo vive in me». In forza del mistero eucaristico, aleggia per l’umanità il dono della tenerezza e della compassione di Dio. Di fronte all’amore misericordioso del Figlio di Dio non servono discussioni e parole: più semplicemente occorre dare senso al dono di Dio e catturare l’appartenenza a quel corpo divino che consegna la vita agli uomini e alle donne di tutti i tempi e sperimentare nel silenzio e nell’abbandono il vertice misterioso della passione eucaristica. Se la croce richiama al simbolo della redenzione conquistata con la morte, l’Eucaristia è segno della vita e dell’unità. Sacramento dell’amore divino e gesto della condizione umana. Suggello e iniziativa che, sull’esempio degli apostoli, suggeriscono alla Chiesa il compito specifico di fare l’Eucaristia. Di esprimere zolle di comunione, significate dall’unico pane e costruite sull’unico calice, che collocano nel vescovo o nel presbitero il pegno di una sola Chiesa e la garanzia di risurrezione nell’ultimo giorno. Chiesa ed Eucaristia, infatti, ambedue, opera e fondazione di Cristo, insieme, costituiscono nel tempo e nello spazio il corpo di Cristo. Quello che permette di vivere in eterno e prima ancora, di porci finalmente in marcia – osserva De Lubac – nel cammino verso il santuario della grande liturgia dell’eternità. Nel tempo in cui, per i motivi più disparati e talvolta senza alcuna ragione seria, i nostri occhi si sono fatti particolarmente attenti ai regimi alimentari, ai valori nutrizionali e a tutto ciò che attiene ai nostri cibi, può essere importante lasciarci raggiungere dalla parola di Gesù che descrive il suo corpo e il suo sangue come “vero cibo e vera bevanda”. Significa che ci sono “falsi cibi”, bevande che non dissetano; non tanto il corpo, evidentemente, quanto il cuore. Di cosa nutriamo le nostre giornate?

 

Signore, non andartene lontano: in quest’ora di tenebre non basta un po’ di sole a illimpidirmi, e l’olio manca nella mia lucerna. Siedi con me, Signore, al desco arido della mia vita: ch’io ti conosca al frangere del pane. (G. Del Colle, Poesie 1937-1970)

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ASSUNZIONE DELLA B.V. MARIA

Mer, 08/15/2018 - 08:00
Liturgia del:  15 agosto 2018

La Parola del giorno: Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab; Sal 44; 1Cor 15,20-27a

Dal Vangelo secondo Luca (1,39-56) In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Maria corre, non perde tempo nel portare aiuto a chi sa essere nel bisogno come Elisabetta. Chi ha ascoltato la Parola, chi ha provato a mettersi in gioco a partire da questo ascolto, non può, non sa, non riesce a rimanere fermo. L’ascolto, quando è autentico, ti muove; ti cambia, non ti lascia nello stesso punto in cui eri quando la Parola ti ha raggiunto. Maria sa che porta in sé il frutto dello Spirito Santo disceso su di Lei e nel salutare la parente trasmette a lei e a suo figlio la gioia della presenza di Gesù e la conoscenza del grande mistero che sta crescendo in Lei: l’essere madre del Signore, secondo la grande promessa attesa dal popolo di Israele. È beata perché ha creduto alla parola del Signore. Anche Maria manifesta la sua esultanza, lodando Dio fonte di ogni bene e grazia, che non disdegna di guardare ai più piccoli e umili, che sa fare cose grandi al di sopra di ogni aspettativa, che è un Padre misericordioso che si ricorda delle sue promesse e desidera salvare ogni uomo, con un occhio di particolare benevolenza verso i poveri, gli umili e quelli che non hanno potere. La sua vera ricchezza è quella di trovare dei cuori che lo accolgono e sanno riconoscere il grande dono che è stato fatto all’umanità. Maria comprende tutto questo, la grandezza di Dio e del dono ricevuto di suo Figlio che è per tutti, rispetto ai quali lei si sente la più piccola, si sente a servizio. Proprio per questo tutti la riconosceranno beata, perché madre del Figlio di Dio e così strettamente unita alla sua vita e alla sua missione. Siamo disposti, anche noi, a lasciare che sia lo Spirito Santo a guidare la nostra vita?

 

Maria, Madre di Gesù, insegnaci l’attenzione ai bisogni degli altri; ad essere sempre umili facendo il bene in silenzio, perché il Regno cresca nei cuori. Insegnaci ad accogliere la sua misericordia e a riconoscere i doni che il Padre ci fa continuamente, per rinnovare ogni giorno la nostra vita con Lui.

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XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/08/2018 - 08:00
Liturgia del:  12 agosto 2018

La Parola del giorno: 1Re 19,4-8; Salmo 33 (34); Ef 4,30-5,2

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,41-51) In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Gesù si presenta a noi come il pane disceso dal cielo. Oggi come allora, la tentazione di collegare il riferimento al cielo con qualcosa di distante, quando non addirittura teorico e illusorio può essere molto forte. Tanti tra noi sono abituati a credere solo a quello che vedono, la realtà materiale e tangibile e a decidere di conseguenza delle loro e delle altrui vite. Cadiamo così facilmente nella mormorazione (come già avevano fatto gli ebrei nel deserto), atteggiamento tipico di chi non si fida e pensa di saperne di più di Dio. Anche i suoi compaesani non colgono nell’umanità di Gesù la rivelazione di Dio, il suo dono e la sua premura per la salvezza del suo popolo. D’altra parte non è facile entrare in quel mistero di parole che invitano sempre ad andare oltre: oltre i legami di sangue, oltre la famiglia naturale, oltre l’orizzonte del cielo visibile, verso il riconoscimento di una paternità e di un amore più grandi. Gesù vuole portarci a credere che se non accogliamo Lui come il nostro nutrimento, la nostra forza necessaria per affrontare le sfide della vita, moriamo. Vuole che riconosciamo il Padre come il nostro Dio: un Padre che possiamo incontrare unicamente attraverso di Lui, che si è fatto carne per esserci vicino e comunicarci la sua vita. Dio stesso agisce nei cuori di tutti, ci parla dentro ammaestrandoci e spingendoci verso la vera vita e la luce che è Cristo. Dio stesso ci dà un cuore nuovo capace di amare e di unirsi a quello di suo Figlio, perché è Lui che ci conduce alla conoscenza del Padre, essendo stato inviato da Lui. Gesù, invitandomi a nutrirmi di Lui per vivere con Lui la comunione con il Padre, mi porta a entrare realmente come figlio amato nel loro progetto di amore per l’uomo, per diventare a mia volta benevolo e misericordioso pane per gli altri. So accogliere il dono della vita per essere con Lui partecipe della vita eterna che mi vuole donare? So fare memoria dei doni già ricevuti?

 

Dammi, Gesù, la fame di te. Fa’ che accolga sovente il dono di te, che ti sei fatto Pane per essere cibo per noi, per affrontare con te le sfide della vita di ogni giorno, tenendo sempre davanti agli occhi la luce della meta che ci attende: l’unione gioiosa nella vita eterna.

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TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

Dom, 08/05/2018 - 20:00
Liturgia del:  6 agosto 2018

La Parola del giorno: Dn 7,9-10.13-14; Salmo 96 (97); 2Pt 1,16-19

Dal Vangelo secondo Marco (9,2-10) In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Pietro, Giacomo e Giovanni sono i tre apostoli più vicini a Gesù e spesso lo accompagnano nei momenti più critici, come la risurrezione della figlia di Giairo, o l’agonia nell’orto degli ulivi. Spetta proprio a loro essere testimoni di uno dei miracoli più straordinari: la Trasfigurazione di Gesù. «Le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche» (v. 3). Il bianco è il colore della luce piena. Saranno bianche le vesti degli angeli nel sepolcro di Gesù all’atto della risurrezione. Bianco sarà l’abito di Dio nel libro di Daniele (Dn 7,9). Lo stesso Cristo irradia luce, come lo descriverà Giovanni nell’Apocalisse (Ap 1,12-16), come brillava il volto di Mosè al cospetto di Dio (Es 34,29-35). Un’anticipazione di paradiso. Tant’è che Pietro osserva: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia» (v. 5). Mosè ed Elia: legge e profezia. Due elementi che si completano nella persona di Gesù. Ed ecco la nube, manifestazione di Dio. Nella Bibbia la presenza di Dio è quasi sempre accompagnata da una nube. Dalla nube si ode la voce di Dio Padre. Evento straordinario, nei Vangeli. La si era sentita soltanto durante il battesimo di Cristo, un altro momento di transizione: l’inizio della vita pubblica di Gesù. Ora invece Cristo si avvierà lentamente, ma inesorabilmente, verso la passione. La strada che porta alla gloria del paradiso, di cui qui vediamo un’anticipazione, passa inevitabilmente dalla croce. È bello stare sul monte, ma non si può rimanere qui. C’è ancora molto da fare: persone da guarire, come il giovane epilettico che attende Gesù alle pendici del Tabor; da salvare; da risuscitare. Attraverso Gesù abbiamo visto il volto di Dio. Bellissimo. Luminoso. Splendente. Abbiamo vissuto un’esperienza mistica unica. Ora è tempo di scendere dal monte e affrontare di nuovo la vita, con rinnovate energie, con rinnovato entusiasmo.

 

Gesù, che bello vederti, parlarti. Udire la voce di Dio. Parlaci ancora, resta sempre vicino a noi. Guidaci per le strade accidentate di questo mondo. E se dovremo passare attraverso la croce aiutaci a farcene carico. Grazie Gesù, perché ci sei tu a sostenerne il peso per noi.

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XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/25/2018 - 08:00
Liturgia del:  29 luglio 2018

La Parola del giorno: 2Re 4,42-44; Salmo 144 (145); Ef 4,1-6

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,1-15) In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Il quadro che si prospetta è un immenso prato e una grande folla che attende, un po’ come ai concerti rock. Ma qui vediamo una folla affamata, non tanto di Gesù e della sua Parola, quanto dei suoi miracoli, una grande folla che si ammassava e lo tallonava perché aveva visto che guariva. Eppure Lui, benché sappia che lo cercano non per amore ma per bisogno, non li disprezza, non li rifiuta, Gesù ne ha compassione: sono stanchi, sudati, assetati e affamati; il suo cuore misericordioso non può ignorarli. Ecco che si fa dare da un ragazzo tutto ciò che ha, cinque pani e due pesci, rende grazie e li fa distribuire a tutti: e tutti ne mangiano a sazietà. Gesù si serve di ciò che abbiamo, anche del poco che abbiamo, anche dei ritagli dei nostri talenti, delle nostre capacità, del nostro tempo, per fare grandi cose, purché siamo disposti a darli a Lui con fiducia. L’importante è essere disponibili a condividere: non dimentichiamo che tante gocce formano un oceano. Gesù poi chiede espressamente di raccogliere ciò che era rimasto affinché nulla andasse perduto. E allora non sprechiamo i doni di Dio, non sprechiamo la nostra vita, la nostra intelligenza, la nostra capacità di sorridere, perché tutto ci è stato dato in dono cosicché possa diventare dono per chi capiterà sulla nostra strada. Infine Gesù insegna la gratuità, che è libertà del cuore: possiamo compiere il bene non in vista di un riconoscimento, ma solo per permettere al nostro cuore di non indurirsi, di dilatarsi.

 

Signore, vorrei avere sempre fame e sete di te, vorrei non essere mai stanco di seguirti. Vorrei imparare a stare con te solo per il piacere di guardarti e ascoltarti. Vorrei essere capace di moltiplicare ciò che tu, per amore, mi hai donato e farne dono agli altri. Vorrei riuscire a non sprecare il mio tempo, le mie capacità, le mie parole.

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/18/2018 - 08:00
Liturgia del:  22 luglio 2018

La Parola del giorno: Ger 23,1-6; Salmo 22 (23); Ef 2,13-18

Dal Vangelo secondo Marco (6,30-34) In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

L’impegno attivo dell’annunzio esige una continua verifica, personale e comunitaria, di fronte al Signore. Non possiamo annunziare noi stessi, ma il Regno di Dio. Attraverso la pagina di Vangelo di questa domenica, siamo aiutati a capire che il silenzio e la preghiera sono l’altra faccia della medaglia dell’evangelizzazione. Il curare i bisogni e le esigenze personali non costituisce un diversivo, ma fa parte integrante della vocazione del cristiano. Altrimenti lo spendersi in maniera scriteriata conduce all’esaurimento delle forze fisiche e spirituali. È il Signore che ce lo chiede; noi spesso vogliamo fare gli “eroi” senza preparazione e criterio. Nel nostro modo di vivere, talvolta influenzato da modelli di riferimento non proprio “cristianamente ispirati”, finiamo per pensare che ciò che conta è la “resa”, la capacità di dimostrare le nostre abilità; finiamo per pensare che sia inopportuno mostrare le nostre fragilità, le nostre stanchezze, i nostri bisogni, quasi che la nostra creaturalità sia qualcosa di cui vergognarci. Il tempo del riposo non è sprecato. Il tempo del riposo, in un’ottica di fede, ci aiuta a consegnare tutta la nostra vita a Dio, perché ciò che siamo e che facciamo possa collaborare alla diffusione del Regno. Il tempo del riposo diventa poi il tempo di una preghiera più calma, più attenta, capace di aiutarci a rileggere le esperienze con la forza dello Spirito e la luce della sapienza. Il riposo fisico e spirituale ci dà, alla fine, la forza di “ripartire”, la riappropriazione della nostra vocazione ci dà modo di riprendere consapevolezza della nostra missione. Il gregge di “pecore senza pastore” di cui noi pure talvolta siamo parte e quindi oggetto della “compassione” del Signore, attende la nostra considerazione e il nostro impegno: guardati con compassione, siamo chiamati a nostra volta a trasformare i nostri occhi, per poter intuire i bisogni degli altri, per poter verificare le nostre responsabilità (siamo la causa di quei bisogni?), per poter decidere la nostra disponibilità (possiamo essere la risposta a quei bisogni?). Saremo giudicati sulla compassione, sulla misericordia, sulla generosità nel divenire “pastori”, cioè responsabili e custodi delle vite degli altri, soprattutto dei più poveri e disorientati.

 

Signore, vorrei saper capire quando è ora di agire e quando di fermarmi a “riposare” in te. Signore, vorrei saper misurare le mie forze, in modo da conservare la gioia del Vangelo. Signore, fammi “ripartire” dopo ogni sosta con maggior vigore e impegno. Rendi il mio cuore aperto ad accogliere la tua compassione. Rendi i miei occhi aperti, per vivere la compassione verso tutti.

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XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/11/2018 - 08:00
Liturgia del:  15 luglio 2018

La Parola del giorno: Am 7,12-15; Salmo 84 (85); Ef 1,3-14

Dal Vangelo secondo Marco (6,7-13) In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Il Signore Gesù sceglie e chiama i suoi apostoli: non bandisce concorsi, non chiede la presentazione di curricula. Non sono i più colti, i più intelligenti, i più saggi. Li invia, semplicemente, piccola comunità di due persone, a narrare ciò che hanno udito. Non ci stanchiamo di lasciarci colpire dall’indicazione di inviarli non in modo individuale, ma come piccolo germoglio di comunità, «a due a due». Nel nostro contesto storico e sociale, spesso legato all’opportunità e all’efficienza, una puntualizzazione del genere rischia di essere letta solo come un piccolo escamotage per ottimizzare le risorse: quasi che il mettersi insieme possa coincidere con un “dividere le spese”. Se in effetti è necessario poter contare sulle energie dei fratelli, soprattutto nei momenti di maggiore scoraggiamento, è anzitutto vero affermare che, in questo modo, Gesù vuole mettere al riparo la sua Chiesa nascente da ogni tentazione di protagonismo, di autoaffermazione, di complicità. Nessuno si muove da solo, a titolo personale, come libero battitore o, peggio, come capace di eseguire un “assolo” che però non contribuisce all’armonia dell’orchestra che è la comunità credente. Ci si muove insieme: talvolta con lo slancio che moltiplica l’entusiasmo; talvolta con la pazienza di chi scopre che non tutti hanno lo stesso passo. Gesù chiede soltanto la disponibilità alla missione e la povertà dei mezzi. Descrive anche l’atteggiamento dei destinatari della Parola: accoglienza e ascolto. È una pagina del Vangelo molto forte, nella sua inconfondibile chiarezza, che obbliga molti di noi, talvolta molto impegnati a “gestire” la vita e la vitalità delle nostre parrocchie, a un serio esame di coscienza rispetto al nostro rapporto con i beni materiali. Da questa pagina di Vangelo emerge una rara determinazione, che Gesù indica come atteggiamento opportuno per la missione: fermezza, unita però a povertà di cuore e a disponibilità di spirito; povertà, che ci porta a non fidarci di altri se non di Lui, e non delle sovrastrutture che mascherano il Vangelo; disponibilità, che ci induce a ricercare nella nostra vita il bello e il buono, e a mettere da parte ciò che ci appesantisce e ci complica l’esistenza. E i frutti di questi atteggiamenti sono la conversione, la fuga dal male e la guarigione dello spirito.

Ti chiediamo, Signore, la disponibilità ad essere evangelizzatori e al contempo evangelizzati. Ti chiediamo, Signore, di rendere semplice la nostra vita, e di compiere scelte radicali scuotendo la polvere del compromesso dai sandali della nostra povertà.

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XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/04/2018 - 08:00
Liturgia del:  8 luglio 2018

La Parola del giorno: Ez 2,2-5; Salmo 122 (123); 2Cor 12,7-10

Dal Vangelo secondo Marco (6,1-6) In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Cosa sarebbe successo se avessimo letto che Gesù non si meravigliava dell’incredulità dei suoi concittadini? Avremmo pensato in prima battuta che, in fondo in fondo, era ovvio che fosse così per chi, nella sua qualità di Figlio di Dio, già tutto sapeva sugli uomini, ancor prima che avvenisse quello che doveva accadere. Secondo il nostro modo di pensare, scontato frequentemente, avremmo finito col mutuare, in tal modo, Gesù con una sorta di mago, in giro per il mondo a quel tempo conosciuto... già avvezzo alla logica del calcolo, per niente fiducioso e, per dirla tutta, anche totalmente disinteressato, rispetto alle sorti del genere umano.
Il nostro pensiero muta percorso, invece! Le cose cambiano proprio grazie allo stupore di Gesù, che non incenerisce i suoi concittadini miopi per la delusione che gli accendono dentro; nella sua veste di Figlio di Dio, continua ad amare fino in fondo gli uomini, lasciandoli liberi di non credere, di non riconoscere quanto era sotto i loro occhi. Gesù, uomo tra gli uomini, non resta estraneo nemmeno rispetto alla reazione di stupore che prende forma dalla condotta inaspettata di chi lo aveva visto nascere, giocare, imparare a camminare e che avrebbe dovuto avere verso di lui un comportamento meno sospettoso ma carico di fiducia e di complicità. Prende così su di sé questo carico di umanità, di fragilità e di paletti; si sorprende. Va oltre, però: né si spaventa, né si sfiducia. Dimostra, per un verso, che ha scelto proprio questa rete di relazioni fragili, segnate dalla diffidenza, dal sospetto. Per l’altro verso, va oltre: il passo si conclude con un’azione di movimento; dice Marco infatti: «Gesù percorreva i villaggi, insegnando». Restano così davanti agli occhi del lettore di questo passo di Marco due matasse di reti, di relazioni umane: la prima, pesante e nodosa, così fitta da non lasciar viva speranza alcuna di ritrovare il bandolo, perso ormai nelle spire delle corde; la seconda, ben ripiegata, pronta per l’uso, carica di promesse: «Sebbene non potesse operare nessun prodigio, impose le mani a pochi malati e li guarì». La missione si sposta di luogo e continua, carica di vita sempre nuova e sempre eloquente sia per coloro che assistevano a quel tempo direttamente alle guarigioni, sia per noi che oggi leggiamo.

 

Signore, concedimi di non essere chiuso nel mio pregiudizio e nel mio calcolo e di aprirmi alla tua parola con cuore nuovo e azioni nuove. Concedimi di nutrirmi della tua pace. Che io possa portarla a coloro i quali incontrerò su tutte le strade che percorrerò.

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XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Ven, 06/29/2018 - 20:00
Liturgia del:  1 luglio 2018

La Parola del giorno: Sap 1,13-15; 2,23-24; Salmo 29 (30); 2Cor 8,7.9.13-15

Dal Vangelo secondo Marco (5,21-24.35b-43 forma breve) In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

«Gesù insegnava con autorità», scrive Marco all’inizio del suo Vangelo (1,22). È l’autorità di Dio, che gli permette di compiere miracoli ed esorcismi mai visti prima. Marco inserisce questi episodi nel suo racconto e riferisce di folle che seguono e cercano Gesù perché pensano sia un grande guaritore. Non cercano il Figlio di Dio. Sono mossi dalla curiosità e dalla ricerca di un bene per sé o per i loro cari. Colpisce, per la mentalità di oggi, vedere Giairo, un capo della Sinagoga che si occupava della liturgia, gettarsi ai piedi di Gesù e supplicarlo. Era un capo, un uomo che aveva a che fare con la Torah e per questo in qualche misura poteva considerarsi più vicino a Dio dei poveri e dei malati che seguivano Gesù. Eppure si getta ai piedi di questo guaritore eccezionale e lo supplica. Sua figlia sta morendo. L’amore per sua figlia gli dà il coraggio di umiliarsi per supplicare. Quanti uomini e donne sofferenti anche oggi sono disposti a tutto, anche ad affidarsi ad improbabili guaritori quando vi scorgono anche solo un barlume di speranza! Il dolore, e l’amore, muovono il cuore dell’uomo. Gesù ascolta la supplica di Giairo e risponde con l’amore, oltre ogni attesa, oltre ogni umana speranza: compie il miracolo che nessuno avrebbe osato chiedere perché impossibile: restituisce la vita alla bambina. Senza lunghe preghiere. Con poche parole. Con autorità. Possiamo provare a suggerisce di leggere il Vangelo di Marco a partire dalla sua conclusione, dalla croce/risurrezione di Gesù, perché questo è il “centro da cui partire e in base al quale tutto valutare”. «Perché vi agitate e piangete?». Questa domanda di Gesù riecheggia oggi per noi insieme alla sua parola, «Io ti dico alzati!». Alzati, ovvero risorgi.

 

Signore, inizia il vero dramma del cristiano: riuscire a credere che tu sei risorto, testimoniare al mondo intero che tu sei vivo, l’unico tornato dal regno dei morti. Perché credere alla risurrezione significa cambiare ogni cosa, cambiare modo di pensare, modo di vivere, perché diverse sono le stesse cose. Signore, donaci di credere. (D. Maria Turoldo)

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