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Aggiornato: 5 ore 41 min fa

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/15/2018 - 20:00
Liturgia del:  19 agosto 2018

La Parola del giorno: Pr 9,1-6; Salmo 33 (34); Ef 5,15-20

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,51-58) In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Uno dei misteri più alti che Gesù ha lasciato all’umanità è l’unione tra redentore e redento, fra creatore e creatura, fra il divino e l’umano. Un miracolo d’amore che permette a san Paolo di scrivere ai Galati: «Non sono più io che vivo, perché Cristo vive in me». In forza del mistero eucaristico, aleggia per l’umanità il dono della tenerezza e della compassione di Dio. Di fronte all’amore misericordioso del Figlio di Dio non servono discussioni e parole: più semplicemente occorre dare senso al dono di Dio e catturare l’appartenenza a quel corpo divino che consegna la vita agli uomini e alle donne di tutti i tempi e sperimentare nel silenzio e nell’abbandono il vertice misterioso della passione eucaristica. Se la croce richiama al simbolo della redenzione conquistata con la morte, l’Eucaristia è segno della vita e dell’unità. Sacramento dell’amore divino e gesto della condizione umana. Suggello e iniziativa che, sull’esempio degli apostoli, suggeriscono alla Chiesa il compito specifico di fare l’Eucaristia. Di esprimere zolle di comunione, significate dall’unico pane e costruite sull’unico calice, che collocano nel vescovo o nel presbitero il pegno di una sola Chiesa e la garanzia di risurrezione nell’ultimo giorno. Chiesa ed Eucaristia, infatti, ambedue, opera e fondazione di Cristo, insieme, costituiscono nel tempo e nello spazio il corpo di Cristo. Quello che permette di vivere in eterno e prima ancora, di porci finalmente in marcia – osserva De Lubac – nel cammino verso il santuario della grande liturgia dell’eternità. Nel tempo in cui, per i motivi più disparati e talvolta senza alcuna ragione seria, i nostri occhi si sono fatti particolarmente attenti ai regimi alimentari, ai valori nutrizionali e a tutto ciò che attiene ai nostri cibi, può essere importante lasciarci raggiungere dalla parola di Gesù che descrive il suo corpo e il suo sangue come “vero cibo e vera bevanda”. Significa che ci sono “falsi cibi”, bevande che non dissetano; non tanto il corpo, evidentemente, quanto il cuore. Di cosa nutriamo le nostre giornate?

 

Signore, non andartene lontano: in quest’ora di tenebre non basta un po’ di sole a illimpidirmi, e l’olio manca nella mia lucerna. Siedi con me, Signore, al desco arido della mia vita: ch’io ti conosca al frangere del pane. (G. Del Colle, Poesie 1937-1970)

Categorie: Azione Cattolica

ASSUNZIONE DELLA B.V. MARIA

Mer, 08/15/2018 - 08:00
Liturgia del:  15 agosto 2018

La Parola del giorno: Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab; Sal 44; 1Cor 15,20-27a

Dal Vangelo secondo Luca (1,39-56) In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Maria corre, non perde tempo nel portare aiuto a chi sa essere nel bisogno come Elisabetta. Chi ha ascoltato la Parola, chi ha provato a mettersi in gioco a partire da questo ascolto, non può, non sa, non riesce a rimanere fermo. L’ascolto, quando è autentico, ti muove; ti cambia, non ti lascia nello stesso punto in cui eri quando la Parola ti ha raggiunto. Maria sa che porta in sé il frutto dello Spirito Santo disceso su di Lei e nel salutare la parente trasmette a lei e a suo figlio la gioia della presenza di Gesù e la conoscenza del grande mistero che sta crescendo in Lei: l’essere madre del Signore, secondo la grande promessa attesa dal popolo di Israele. È beata perché ha creduto alla parola del Signore. Anche Maria manifesta la sua esultanza, lodando Dio fonte di ogni bene e grazia, che non disdegna di guardare ai più piccoli e umili, che sa fare cose grandi al di sopra di ogni aspettativa, che è un Padre misericordioso che si ricorda delle sue promesse e desidera salvare ogni uomo, con un occhio di particolare benevolenza verso i poveri, gli umili e quelli che non hanno potere. La sua vera ricchezza è quella di trovare dei cuori che lo accolgono e sanno riconoscere il grande dono che è stato fatto all’umanità. Maria comprende tutto questo, la grandezza di Dio e del dono ricevuto di suo Figlio che è per tutti, rispetto ai quali lei si sente la più piccola, si sente a servizio. Proprio per questo tutti la riconosceranno beata, perché madre del Figlio di Dio e così strettamente unita alla sua vita e alla sua missione. Siamo disposti, anche noi, a lasciare che sia lo Spirito Santo a guidare la nostra vita?

 

Maria, Madre di Gesù, insegnaci l’attenzione ai bisogni degli altri; ad essere sempre umili facendo il bene in silenzio, perché il Regno cresca nei cuori. Insegnaci ad accogliere la sua misericordia e a riconoscere i doni che il Padre ci fa continuamente, per rinnovare ogni giorno la nostra vita con Lui.

Categorie: Azione Cattolica

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/08/2018 - 08:00
Liturgia del:  12 agosto 2018

La Parola del giorno: 1Re 19,4-8; Salmo 33 (34); Ef 4,30-5,2

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,41-51) In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Gesù si presenta a noi come il pane disceso dal cielo. Oggi come allora, la tentazione di collegare il riferimento al cielo con qualcosa di distante, quando non addirittura teorico e illusorio può essere molto forte. Tanti tra noi sono abituati a credere solo a quello che vedono, la realtà materiale e tangibile e a decidere di conseguenza delle loro e delle altrui vite. Cadiamo così facilmente nella mormorazione (come già avevano fatto gli ebrei nel deserto), atteggiamento tipico di chi non si fida e pensa di saperne di più di Dio. Anche i suoi compaesani non colgono nell’umanità di Gesù la rivelazione di Dio, il suo dono e la sua premura per la salvezza del suo popolo. D’altra parte non è facile entrare in quel mistero di parole che invitano sempre ad andare oltre: oltre i legami di sangue, oltre la famiglia naturale, oltre l’orizzonte del cielo visibile, verso il riconoscimento di una paternità e di un amore più grandi. Gesù vuole portarci a credere che se non accogliamo Lui come il nostro nutrimento, la nostra forza necessaria per affrontare le sfide della vita, moriamo. Vuole che riconosciamo il Padre come il nostro Dio: un Padre che possiamo incontrare unicamente attraverso di Lui, che si è fatto carne per esserci vicino e comunicarci la sua vita. Dio stesso agisce nei cuori di tutti, ci parla dentro ammaestrandoci e spingendoci verso la vera vita e la luce che è Cristo. Dio stesso ci dà un cuore nuovo capace di amare e di unirsi a quello di suo Figlio, perché è Lui che ci conduce alla conoscenza del Padre, essendo stato inviato da Lui. Gesù, invitandomi a nutrirmi di Lui per vivere con Lui la comunione con il Padre, mi porta a entrare realmente come figlio amato nel loro progetto di amore per l’uomo, per diventare a mia volta benevolo e misericordioso pane per gli altri. So accogliere il dono della vita per essere con Lui partecipe della vita eterna che mi vuole donare? So fare memoria dei doni già ricevuti?

 

Dammi, Gesù, la fame di te. Fa’ che accolga sovente il dono di te, che ti sei fatto Pane per essere cibo per noi, per affrontare con te le sfide della vita di ogni giorno, tenendo sempre davanti agli occhi la luce della meta che ci attende: l’unione gioiosa nella vita eterna.

Categorie: Azione Cattolica

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

Dom, 08/05/2018 - 20:00
Liturgia del:  6 agosto 2018

La Parola del giorno: Dn 7,9-10.13-14; Salmo 96 (97); 2Pt 1,16-19

Dal Vangelo secondo Marco (9,2-10) In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Pietro, Giacomo e Giovanni sono i tre apostoli più vicini a Gesù e spesso lo accompagnano nei momenti più critici, come la risurrezione della figlia di Giairo, o l’agonia nell’orto degli ulivi. Spetta proprio a loro essere testimoni di uno dei miracoli più straordinari: la Trasfigurazione di Gesù. «Le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche» (v. 3). Il bianco è il colore della luce piena. Saranno bianche le vesti degli angeli nel sepolcro di Gesù all’atto della risurrezione. Bianco sarà l’abito di Dio nel libro di Daniele (Dn 7,9). Lo stesso Cristo irradia luce, come lo descriverà Giovanni nell’Apocalisse (Ap 1,12-16), come brillava il volto di Mosè al cospetto di Dio (Es 34,29-35). Un’anticipazione di paradiso. Tant’è che Pietro osserva: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia» (v. 5). Mosè ed Elia: legge e profezia. Due elementi che si completano nella persona di Gesù. Ed ecco la nube, manifestazione di Dio. Nella Bibbia la presenza di Dio è quasi sempre accompagnata da una nube. Dalla nube si ode la voce di Dio Padre. Evento straordinario, nei Vangeli. La si era sentita soltanto durante il battesimo di Cristo, un altro momento di transizione: l’inizio della vita pubblica di Gesù. Ora invece Cristo si avvierà lentamente, ma inesorabilmente, verso la passione. La strada che porta alla gloria del paradiso, di cui qui vediamo un’anticipazione, passa inevitabilmente dalla croce. È bello stare sul monte, ma non si può rimanere qui. C’è ancora molto da fare: persone da guarire, come il giovane epilettico che attende Gesù alle pendici del Tabor; da salvare; da risuscitare. Attraverso Gesù abbiamo visto il volto di Dio. Bellissimo. Luminoso. Splendente. Abbiamo vissuto un’esperienza mistica unica. Ora è tempo di scendere dal monte e affrontare di nuovo la vita, con rinnovate energie, con rinnovato entusiasmo.

 

Gesù, che bello vederti, parlarti. Udire la voce di Dio. Parlaci ancora, resta sempre vicino a noi. Guidaci per le strade accidentate di questo mondo. E se dovremo passare attraverso la croce aiutaci a farcene carico. Grazie Gesù, perché ci sei tu a sostenerne il peso per noi.

Categorie: Azione Cattolica

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/25/2018 - 08:00
Liturgia del:  29 luglio 2018

La Parola del giorno: 2Re 4,42-44; Salmo 144 (145); Ef 4,1-6

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,1-15) In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Il quadro che si prospetta è un immenso prato e una grande folla che attende, un po’ come ai concerti rock. Ma qui vediamo una folla affamata, non tanto di Gesù e della sua Parola, quanto dei suoi miracoli, una grande folla che si ammassava e lo tallonava perché aveva visto che guariva. Eppure Lui, benché sappia che lo cercano non per amore ma per bisogno, non li disprezza, non li rifiuta, Gesù ne ha compassione: sono stanchi, sudati, assetati e affamati; il suo cuore misericordioso non può ignorarli. Ecco che si fa dare da un ragazzo tutto ciò che ha, cinque pani e due pesci, rende grazie e li fa distribuire a tutti: e tutti ne mangiano a sazietà. Gesù si serve di ciò che abbiamo, anche del poco che abbiamo, anche dei ritagli dei nostri talenti, delle nostre capacità, del nostro tempo, per fare grandi cose, purché siamo disposti a darli a Lui con fiducia. L’importante è essere disponibili a condividere: non dimentichiamo che tante gocce formano un oceano. Gesù poi chiede espressamente di raccogliere ciò che era rimasto affinché nulla andasse perduto. E allora non sprechiamo i doni di Dio, non sprechiamo la nostra vita, la nostra intelligenza, la nostra capacità di sorridere, perché tutto ci è stato dato in dono cosicché possa diventare dono per chi capiterà sulla nostra strada. Infine Gesù insegna la gratuità, che è libertà del cuore: possiamo compiere il bene non in vista di un riconoscimento, ma solo per permettere al nostro cuore di non indurirsi, di dilatarsi.

 

Signore, vorrei avere sempre fame e sete di te, vorrei non essere mai stanco di seguirti. Vorrei imparare a stare con te solo per il piacere di guardarti e ascoltarti. Vorrei essere capace di moltiplicare ciò che tu, per amore, mi hai donato e farne dono agli altri. Vorrei riuscire a non sprecare il mio tempo, le mie capacità, le mie parole.

Categorie: Azione Cattolica

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/18/2018 - 08:00
Liturgia del:  22 luglio 2018

La Parola del giorno: Ger 23,1-6; Salmo 22 (23); Ef 2,13-18

Dal Vangelo secondo Marco (6,30-34) In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

L’impegno attivo dell’annunzio esige una continua verifica, personale e comunitaria, di fronte al Signore. Non possiamo annunziare noi stessi, ma il Regno di Dio. Attraverso la pagina di Vangelo di questa domenica, siamo aiutati a capire che il silenzio e la preghiera sono l’altra faccia della medaglia dell’evangelizzazione. Il curare i bisogni e le esigenze personali non costituisce un diversivo, ma fa parte integrante della vocazione del cristiano. Altrimenti lo spendersi in maniera scriteriata conduce all’esaurimento delle forze fisiche e spirituali. È il Signore che ce lo chiede; noi spesso vogliamo fare gli “eroi” senza preparazione e criterio. Nel nostro modo di vivere, talvolta influenzato da modelli di riferimento non proprio “cristianamente ispirati”, finiamo per pensare che ciò che conta è la “resa”, la capacità di dimostrare le nostre abilità; finiamo per pensare che sia inopportuno mostrare le nostre fragilità, le nostre stanchezze, i nostri bisogni, quasi che la nostra creaturalità sia qualcosa di cui vergognarci. Il tempo del riposo non è sprecato. Il tempo del riposo, in un’ottica di fede, ci aiuta a consegnare tutta la nostra vita a Dio, perché ciò che siamo e che facciamo possa collaborare alla diffusione del Regno. Il tempo del riposo diventa poi il tempo di una preghiera più calma, più attenta, capace di aiutarci a rileggere le esperienze con la forza dello Spirito e la luce della sapienza. Il riposo fisico e spirituale ci dà, alla fine, la forza di “ripartire”, la riappropriazione della nostra vocazione ci dà modo di riprendere consapevolezza della nostra missione. Il gregge di “pecore senza pastore” di cui noi pure talvolta siamo parte e quindi oggetto della “compassione” del Signore, attende la nostra considerazione e il nostro impegno: guardati con compassione, siamo chiamati a nostra volta a trasformare i nostri occhi, per poter intuire i bisogni degli altri, per poter verificare le nostre responsabilità (siamo la causa di quei bisogni?), per poter decidere la nostra disponibilità (possiamo essere la risposta a quei bisogni?). Saremo giudicati sulla compassione, sulla misericordia, sulla generosità nel divenire “pastori”, cioè responsabili e custodi delle vite degli altri, soprattutto dei più poveri e disorientati.

 

Signore, vorrei saper capire quando è ora di agire e quando di fermarmi a “riposare” in te. Signore, vorrei saper misurare le mie forze, in modo da conservare la gioia del Vangelo. Signore, fammi “ripartire” dopo ogni sosta con maggior vigore e impegno. Rendi il mio cuore aperto ad accogliere la tua compassione. Rendi i miei occhi aperti, per vivere la compassione verso tutti.

Categorie: Azione Cattolica

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/11/2018 - 08:00
Liturgia del:  15 luglio 2018

La Parola del giorno: Am 7,12-15; Salmo 84 (85); Ef 1,3-14

Dal Vangelo secondo Marco (6,7-13) In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

Il Signore Gesù sceglie e chiama i suoi apostoli: non bandisce concorsi, non chiede la presentazione di curricula. Non sono i più colti, i più intelligenti, i più saggi. Li invia, semplicemente, piccola comunità di due persone, a narrare ciò che hanno udito. Non ci stanchiamo di lasciarci colpire dall’indicazione di inviarli non in modo individuale, ma come piccolo germoglio di comunità, «a due a due». Nel nostro contesto storico e sociale, spesso legato all’opportunità e all’efficienza, una puntualizzazione del genere rischia di essere letta solo come un piccolo escamotage per ottimizzare le risorse: quasi che il mettersi insieme possa coincidere con un “dividere le spese”. Se in effetti è necessario poter contare sulle energie dei fratelli, soprattutto nei momenti di maggiore scoraggiamento, è anzitutto vero affermare che, in questo modo, Gesù vuole mettere al riparo la sua Chiesa nascente da ogni tentazione di protagonismo, di autoaffermazione, di complicità. Nessuno si muove da solo, a titolo personale, come libero battitore o, peggio, come capace di eseguire un “assolo” che però non contribuisce all’armonia dell’orchestra che è la comunità credente. Ci si muove insieme: talvolta con lo slancio che moltiplica l’entusiasmo; talvolta con la pazienza di chi scopre che non tutti hanno lo stesso passo. Gesù chiede soltanto la disponibilità alla missione e la povertà dei mezzi. Descrive anche l’atteggiamento dei destinatari della Parola: accoglienza e ascolto. È una pagina del Vangelo molto forte, nella sua inconfondibile chiarezza, che obbliga molti di noi, talvolta molto impegnati a “gestire” la vita e la vitalità delle nostre parrocchie, a un serio esame di coscienza rispetto al nostro rapporto con i beni materiali. Da questa pagina di Vangelo emerge una rara determinazione, che Gesù indica come atteggiamento opportuno per la missione: fermezza, unita però a povertà di cuore e a disponibilità di spirito; povertà, che ci porta a non fidarci di altri se non di Lui, e non delle sovrastrutture che mascherano il Vangelo; disponibilità, che ci induce a ricercare nella nostra vita il bello e il buono, e a mettere da parte ciò che ci appesantisce e ci complica l’esistenza. E i frutti di questi atteggiamenti sono la conversione, la fuga dal male e la guarigione dello spirito.

Ti chiediamo, Signore, la disponibilità ad essere evangelizzatori e al contempo evangelizzati. Ti chiediamo, Signore, di rendere semplice la nostra vita, e di compiere scelte radicali scuotendo la polvere del compromesso dai sandali della nostra povertà.

Categorie: Azione Cattolica

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/04/2018 - 08:00
Liturgia del:  8 luglio 2018

La Parola del giorno: Ez 2,2-5; Salmo 122 (123); 2Cor 12,7-10

Dal Vangelo secondo Marco (6,1-6) In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Cosa sarebbe successo se avessimo letto che Gesù non si meravigliava dell’incredulità dei suoi concittadini? Avremmo pensato in prima battuta che, in fondo in fondo, era ovvio che fosse così per chi, nella sua qualità di Figlio di Dio, già tutto sapeva sugli uomini, ancor prima che avvenisse quello che doveva accadere. Secondo il nostro modo di pensare, scontato frequentemente, avremmo finito col mutuare, in tal modo, Gesù con una sorta di mago, in giro per il mondo a quel tempo conosciuto... già avvezzo alla logica del calcolo, per niente fiducioso e, per dirla tutta, anche totalmente disinteressato, rispetto alle sorti del genere umano.
Il nostro pensiero muta percorso, invece! Le cose cambiano proprio grazie allo stupore di Gesù, che non incenerisce i suoi concittadini miopi per la delusione che gli accendono dentro; nella sua veste di Figlio di Dio, continua ad amare fino in fondo gli uomini, lasciandoli liberi di non credere, di non riconoscere quanto era sotto i loro occhi. Gesù, uomo tra gli uomini, non resta estraneo nemmeno rispetto alla reazione di stupore che prende forma dalla condotta inaspettata di chi lo aveva visto nascere, giocare, imparare a camminare e che avrebbe dovuto avere verso di lui un comportamento meno sospettoso ma carico di fiducia e di complicità. Prende così su di sé questo carico di umanità, di fragilità e di paletti; si sorprende. Va oltre, però: né si spaventa, né si sfiducia. Dimostra, per un verso, che ha scelto proprio questa rete di relazioni fragili, segnate dalla diffidenza, dal sospetto. Per l’altro verso, va oltre: il passo si conclude con un’azione di movimento; dice Marco infatti: «Gesù percorreva i villaggi, insegnando». Restano così davanti agli occhi del lettore di questo passo di Marco due matasse di reti, di relazioni umane: la prima, pesante e nodosa, così fitta da non lasciar viva speranza alcuna di ritrovare il bandolo, perso ormai nelle spire delle corde; la seconda, ben ripiegata, pronta per l’uso, carica di promesse: «Sebbene non potesse operare nessun prodigio, impose le mani a pochi malati e li guarì». La missione si sposta di luogo e continua, carica di vita sempre nuova e sempre eloquente sia per coloro che assistevano a quel tempo direttamente alle guarigioni, sia per noi che oggi leggiamo.

 

Signore, concedimi di non essere chiuso nel mio pregiudizio e nel mio calcolo e di aprirmi alla tua parola con cuore nuovo e azioni nuove. Concedimi di nutrirmi della tua pace. Che io possa portarla a coloro i quali incontrerò su tutte le strade che percorrerò.

Categorie: Azione Cattolica

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Ven, 06/29/2018 - 20:00
Liturgia del:  1 luglio 2018

La Parola del giorno: Sap 1,13-15; 2,23-24; Salmo 29 (30); 2Cor 8,7.9.13-15

Dal Vangelo secondo Marco (5,21-24.35b-43 forma breve) In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

«Gesù insegnava con autorità», scrive Marco all’inizio del suo Vangelo (1,22). È l’autorità di Dio, che gli permette di compiere miracoli ed esorcismi mai visti prima. Marco inserisce questi episodi nel suo racconto e riferisce di folle che seguono e cercano Gesù perché pensano sia un grande guaritore. Non cercano il Figlio di Dio. Sono mossi dalla curiosità e dalla ricerca di un bene per sé o per i loro cari. Colpisce, per la mentalità di oggi, vedere Giairo, un capo della Sinagoga che si occupava della liturgia, gettarsi ai piedi di Gesù e supplicarlo. Era un capo, un uomo che aveva a che fare con la Torah e per questo in qualche misura poteva considerarsi più vicino a Dio dei poveri e dei malati che seguivano Gesù. Eppure si getta ai piedi di questo guaritore eccezionale e lo supplica. Sua figlia sta morendo. L’amore per sua figlia gli dà il coraggio di umiliarsi per supplicare. Quanti uomini e donne sofferenti anche oggi sono disposti a tutto, anche ad affidarsi ad improbabili guaritori quando vi scorgono anche solo un barlume di speranza! Il dolore, e l’amore, muovono il cuore dell’uomo. Gesù ascolta la supplica di Giairo e risponde con l’amore, oltre ogni attesa, oltre ogni umana speranza: compie il miracolo che nessuno avrebbe osato chiedere perché impossibile: restituisce la vita alla bambina. Senza lunghe preghiere. Con poche parole. Con autorità. Possiamo provare a suggerisce di leggere il Vangelo di Marco a partire dalla sua conclusione, dalla croce/risurrezione di Gesù, perché questo è il “centro da cui partire e in base al quale tutto valutare”. «Perché vi agitate e piangete?». Questa domanda di Gesù riecheggia oggi per noi insieme alla sua parola, «Io ti dico alzati!». Alzati, ovvero risorgi.

 

Signore, inizia il vero dramma del cristiano: riuscire a credere che tu sei risorto, testimoniare al mondo intero che tu sei vivo, l’unico tornato dal regno dei morti. Perché credere alla risurrezione significa cambiare ogni cosa, cambiare modo di pensare, modo di vivere, perché diverse sono le stesse cose. Signore, donaci di credere. (D. Maria Turoldo)

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SOLENNITÀ DEI SANTI PIETRO E PAOLO

Mer, 06/27/2018 - 08:00
Liturgia del:  29 giugno 2018

La Parola del giorno: At 12,1-11; Salmo 33 (34); 2Tm 4,6-8.17-18

Dal Vangelo secondo Matteo (16,13-19) In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

La Chiesa è al centro di questo brano, fotografata come in un’ecografia prenatale. Appare qui già nelle sue forme essenziali, quel che è: comunità di discepoli uniti tra loro dalla relazione con Gesù, corpo unico nel quale la testa e le membra collaborano, unite alla vita. Il ruolo di Pietro, visto da qui, appare proprio come la testa nell’immagine del feto: sproporzionata rispetto al resto del corpo, così pesante da poterne causare il rovesciamento... Come succederà, infatti, a Pietro: dalla rivelazione, dalla beatitudine («Beato sei tu...») finirà su una croce, rovesciato a testa in giù, e il primato, il potere che riceve agli occhi del mondo, si ribalterà nel martirio: avrà una morte persino più dura di quella di Gesù stesso. Se interpretata con fedeltà, la vocazione del papa implica infatti per se stessa un esito estremo di testimonianza. La Chiesa del primato petrino nascerebbe, come in un parto, come il martirio del primo papa, a testa in giù. Tuttavia qualche paragrafo dopo questo brano, lo stesso evangelista sembra ritornare su un concetto fondamentale e il testo registra quasi una ripetizione: «tutto ciò che legherai […], e tutto ciò che scioglierai [...]» (Mt 16,19) diventa: «Tutto quello che legherete [...] e tutto quello che scioglierete [...]» (Mt 18,18). Mediante il plurale, Gesù estende alla comunità dei discepoli il mandato assegnato poco prima a Pietro. Tornando all’immagine del feto, si ristabilisce l’equilibrio fisiologico tra le membra, si restituiscono le proporzioni e il fotogramma riprende la giusta prospettiva. L’equilibrio di poteri, le proporzioni tra le parti e la prospettiva coerente tengono in vita la Chiesa tra primazia e collegialità, tra primazia e sinodalità; e nella storia della Chiesa, da più di duemila anni, tra alti e bassi, la collegialità e la sinodalità non tolgono valore al primato petrino, ma ne aggiungono: Pietro e i discepoli (il papa e i vescovi; il papa, i vescovi e i laici) sono in vitale relazione e hanno il comune fine di coinvolgere nella relazione con Cristo (legare) o riconoscere la lontananza da Cristo (sciogliere), sulla terra e nel Regno dei cieli, nella comunità dei cristiani come nella relazione celeste dell’amore trinitario.

 

Cristo, vita della Chiesa e speranza per l’uomo, sia al centro di ogni relazione ecclesiale. Il papa e i vescovi vivano uniti nella comunità ecclesiale. Papa, vescovi e laici siano capaci di coinvolgere tutti gli uomini e le donne nella vita della Chiesa. La Chiesa sia capace di legare a Cristo uomini e donne del nostro tempo.

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NATIVITÀ DI S. GIOVANNI BATTISTA

Mer, 06/20/2018 - 08:00
Liturgia del:  24 giugno 2018

La Parola del giorno: Is 49,1-6; Salmo 138; At 13,22-26

Dal Vangelo secondo Luca (1,57-66.80) Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

L’importanza del ruolo di Giovanni il Battista ci è suggerita anche dalla festa di oggi: egli infatti è l’unico del quale si ricordi, nella preghiera della Chiesa, tanto la nascita quanto il martirio. È ciò che accade per Gesù ed è ciò che viene proposto per il suo precursore. Siamo aiutati a comprendere che il Battista è una figura unica, capace non solo di preparare, ma di intercettare il cuore di quella che sarebbe stata la predicazione del Messia: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (cfr. Mt 3,2 e Mc 1,14). A partire dalla vicenda dei suoi genitori, possiamo trarre due percorsi di riflessione. Di Zaccaria è ricordata l’incapacità di parlare. Forse dovremmo dire, meglio, si trattò, anzitutto, di incapacità di ascoltare. Nella parte precedente a questa, infatti, Luca ci ricorda i dubbi e le resistenze che, nel Tempio, avevano impedito al sacerdote di cogliere il valore dell’annuncio ricevuto. Quando non proviamo ad ascoltare, finiamo per rimanere muti. Non è solo una capacità o un deficit fisico; è pure una scelta interiore. Chi pretende eternamente di essere ascoltato, finisce di ricoprire gli altri delle sue parole di arroganza. Chi prova ad ascoltare, cioè a fare spazio in sé alla presenza e alle idee degli altri (e di Dio) si troverà capace non solo di rispondere, ma di pronunciare parole cariche di umanità. Zaccaria ci aiuta a ripensare alla nostra capacità di ascolto e alla nostra docilità alla Parola, persino quando essa ci appare incomprensibile o impraticabile. Elisabetta assume un atteggiamento deciso e sorprendente, se pensiamo al fatto che – come emerge dal racconto – le donne non avevano spazio di parola e di decisione. La sua vicenda ci aiuta, come singoli e come comunità, a domandarci come reagiamo davanti alla novità, quanto finiamo per chiamare “prudenza” le nostre paure, come ci accomodiamo nel «comodo criterio pastorale del si è sempre fatto così» (Eg 33).

Per intercessione di san Giovanni Battista donaci, Signore, orecchi attenti, aperti, docili; un cuore pronto a desiderare la tua volontà anche quando è diversa dalla nostra. Che la nostra vita non sia chiusa alla novità, ma disponibile alla creatività dello Spirito.

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XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 06/13/2018 - 08:00
Liturgia del:  17 giugno 2018

La Parola del giorno: Ez 17,22-24; Salmo 91 (92); 2Cor 5,6-10

Dal Vangelo secondo Marco (4,26-34) In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

Qui abbiamo due parabole strettamente legate tra loro. La prima afferma che il Regno di Dio è tutto opera sua, al di là di ogni possibile azione dell’uomo, giungerà senza alcun dubbio al suo compimento. Un messaggio in apparenza semplice, ma difficile da capire: in ogni lotta anche quella che sembra più disperata, bisogna stare tranquilli, pieni di fiducia in Dio. La promessa di Dio è come un seme gettato nel solco della storia, il Cristo risorto è il seme che cresce da solo. È una parola che non vuole spingerci alla deresponsabilizzazione, ma aiutarci a vivere la nostra testimonianza, il nostro impegno di apostolato, in una armonia che è possibile solo nella logica della fede. Fuori da essa anche noi saremmo continuamente tentati di immaginare, programmare e, soprattutto, giudicare le persone e le situazioni secondo una logica “mondana” di efficienza, di produttività, di consenso. L’uomo, la donna di fede non si accontentano di ciò che è immediatamente misurabile; sanno che spesso il valore autentico è quello nascosto nel profondo. La seconda parabola parla della crescita del Regno di Dio e mette in risalto la grandezza dell’albero rispetto alla piccolezza del seme. Il Regno di Dio è il grande albero che si estende ad abbracciare tutti i popoli e tutti gli uomini. Coloro ai quali è stato confidato il mistero del Regno condividono le prospettive di Cristo; la cosa piccola e umile può nascondere un destino di gloria, se ne viene colto il valore. Un insegnamento universale. Siamo così aiutati a non andare, come ci suggerisce la Scrittura, alla ricerca di qualcosa di grande e di superiore alle nostre forze. Secondo la logica che il papa illustra nell’esortazione Evangelii gaudium non siamo chiamati, come singoli e come gruppi e comunità, ad occupare spazi, quanto piuttosto ad avviare percorsi. È la logica del chicco di senape che porta con sé la pazienza con la quale è necessario accompagnare ogni semina e ogni coltura. È la logica della gradualità, così preziosa in ogni opera educativa. È la logica del servizio: la crescita della grande pianta non diventa occasione di autoaffermazione, ma di accoglienza.

 

Mio Dio, affido la mia vita nelle tue mani, con il tuo sostegno non ho paura. Dedico a te gioie e sofferenze. Padre mio, confido nel tuo sguardo benevolo sulle mie giornate. La tua volontà si compia in me, ti dono la mia anima, con fiducia infinita, proteggila. Amen.

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X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 06/06/2018 - 08:00
Liturgia del:  10 giugno 2018

La Parola del giorno: Gen 3,9-15; Salmo 129 (130); 2Cor 4,13-5,1

Dal Vangelo secondo Marco (3,20-35) In quel tempo, Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé». Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa. In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna». Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro». Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

È, questa, una pagina del Vangelo molto dura. Un “Vangelo duro”, ma, in fondo, necessario, perché mette in primo piano la necessità di annunciare, con le parole e con le opere, quanto Dio ci ama, e incoraggiare tutti a compiere la sua volontà. Innanzitutto il Regno, poi viene il resto, compresi gli affetti più cari. Il Signore non viene a farci rinnegare quanto di buono proviamo verso gli altri; viene a inserire i nostri affetti nella sua grande “scuola”, per aiutarci ad amare gli altri “fino alla fine”, completamente e autenticamente, come lui. Maria, insieme ai famigliari di Gesù, era preoccupata e meravigliata per quello che Gesù compiva in mezzo alle folle, forse non capiva, come era già accaduto in occasione dello smarrimento di Gesù, adolescente, nel tempio. La sua grandezza sta proprio nell’accogliere tutto quanto accade al Figlio e divenire, essa stessa, discepola di Gesù. Suo figlio non era né come tutti gli altri figli, né come lei se lo aspettava. Probabilmente anche lei ha faticato a capire la “novità” introdotta da Gesù. Spesso i figli non rispondono alle attese e ai progetti degli adulti e degli altri educatori: occorre la capacità di lasciare che ciascuno cerchi e imbocchi la strada della sua vocazione. Da questo brano evangelico comprendiamo che Dio è novità, anche se il nuovo ci fa sempre paura, perché ci pone nell’incertezza e nell’incognita. Il vecchio noi lo conosciamo, sappiamo come si articola o come finisce, però in esso non c’è evoluzione; il nuovo, invece, è imprevedibile e sorprende. Ma Dio ama proprio sorprendere. Papa Francesco ce lo ricorda sempre. Non dobbiamo avere paura delle novità che vengono dal cuore di Cristo. Per questo ci vuole davvero un grande coraggio: il coraggio che solo un cuore pieno di amore e di fede per Cristo sa avere e trasmettere agli altri.

Signore Gesù, ci sono tante cose che ora non comprendo, ma ho piena fiducia in te. Mi affido alla verità della tua Parola che trasforma e rinnova ogni cosa. Invoco il tuo Santo Spirito affinché mi illumini e mi sospinga a compiere sempre la tua volontà.

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CORPO E SANGUE DI CRISTO

Mer, 05/30/2018 - 08:00
Liturgia del:  3 giugno 2018

La Parola del giorno: Es 24,3-8; Salmo 115 (116); Eb 9,11-15

Dal Vangelo secondo Marco (14,12-16.22-26) Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Quella notte, a Gerusalemme, il Signore Gesù ci ha lasciato il suo testamento, l’ultima parola che Dio pronuncia che è, fondamentalmente, una parola di salvezza: il suo sangue “versato per tutti”, il suo corpo – Corpus Domini – offerto per la salvezza dell’umanità. In quell’ultima cena e in ogni parte del mondo, ogni volta che si celebra l’Eucaristia, Gesù stesso, nella preghiera, permette che i doni terreni del pane e del vino ci vengono nuovamente donati, da parte di Dio, quale corpo e sangue di Gesù, come auto-donazione di Dio nell’amore accogliente del Figlio. La celebrazione del Santissimo corpo e sangue del Signore ci induce a riflettere su questo dono immenso che il Signore fa alla sua Chiesa e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.
Il “corpo” nel linguaggio biblico significa la persona che si manifesta ed entra in relazione con gli altri, con il mondo. Lo spezzare il pane e il distribuire è atto di attenzione profonda verso tutti coloro che hanno bisogno di amore, espressione piena della caritas cristiana che rende consapevole la Chiesa di essere sempre in comunione con il Dio vivente. Il Corpus Domini avvicina gli uomini gli uni agli altri e la Chiesa comprende di derivare dall’Eucaristia e proprio per questo dalla morte e risurrezione di Cristo, anticipate da Lui nel dono del suo corpo e del suo sangue.
L’Eucaristia, quindi, non è solo un evento sacro, ma soprattutto il dono di una Persona, dinanzi al quale noi veniamo interpellati. Quando vedremo quell’Ostia Santa passare in mezzo alle nostre case è come se Gesù dicesse, a ciascuno di noi: questo pane che ti do da mangiare sono Io, proprio Io che, bruciato d’amore per te, mi consegno alla morte. «Questo è il mio corpo»: tale dichiarazione sono chiamati a ripeterla tutti coloro che nell’Eucaristia sono uniti a Cristo. Ognuno dovrebbe poter dire: ecco qui la mia persona, sono qui per servire e donarmi come Gesù ha fatto con noi.

 

Buon Pastore, vero Pane, o Gesù, abbi pietà di noi. Aiutaci a riconoscere il tuo corpo e il tuo sangue nei corpi della miseria, della sofferenza e della solitudine. Rendici frammenti del tuo corpo, particole disseminate nel mondo, per nutrire d’amore ogni persona che incontriamo sul nostro cammino.

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SANTISSIMA TRINITÀ

Mer, 05/23/2018 - 08:00
Liturgia del:  27 maggio 2018

La Parola del giorno: Dt 4,32-34.39-40; Salmo 32 (33); Rm 8,14-17

Dal Vangelo secondo Matteo (28,16-20) In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

“Battezzate tutti i popoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Gesù, così dicendo, ha rivelato agli apostoli il mistero di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, e li ha invitati ad annunciarlo a tutti, affinché tutti in lui trovino la parola di salvezza e la strada per comunicare con Lui.
È un Dio che si è fatto conoscere nei tempi antichi, prima ad Abramo, a Mosè, ai profeti e che ha portato a compimento la sua definitiva rivelazione attraverso Gesù Cristo stesso, come Giovanni dichiara all’inizio del suo Vangelo (cfr. Gv 1,18). Oggi il Signore continua a raggiungerci là dove siamo con il suo Spirito Santo, così come ci ha promesso: “Ed ecco, io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.
Che cosa dobbiamo fare noi? Avere fiducia e confidare nella sua Parola, diventando suoi testimoni. La sua Parola è rivolta a noi come parola d’amicizia, offerta per dialogare con noi: Dio parlando da amico, si rivela come amico vicino a ciascun uomo, impegnandoci a condurre una vita degna dell’amore ricevuto. Dio si rivela all’uomo attraverso la sua storia quotidiana: cammina con lui, rispetta i suoi tempi, attende e si china su chi conosce sconfitte e cadute.
Il Signore ha fissato per sempre la sua dimora in ogni uomo, in ogni essere umano, in modo da imprimere su di noi la sua immagine. Celebrare la Trinità può apparire superfluo: in fondo, ogni nostra preghiera inizia e finisce con l’invocazione di questo nome, mentre tracciamo il segno di croce. Eppure la festa di oggi, mentre ci aiuta a cogliere qualcosa del mistero del Dio di Gesù Cristo, finisce anche per farci comprendere meglio la nostra identità e vocazione.
Ecco: non celebriamo la Trinità per proiettarci in una strana, fantasiosa e forse persino comoda dimensione ultraterrena. Contempliamo la Trinità per conoscere Dio (!) che così ha voluto rivelarsi. E per conoscere non una divinità “qualunque”, facilmente confondibile tra le molte vie religiose che abitano il nostro tempo e le nostre città; la Trinità è il volto del Dio cristiano, di cui il Figlio è stato per noi rivelazione, racconto (cfr. Gv 1,18). E la coscienza di essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio ci porta a conoscere Lui per capire meglio noi stessi: la nostra identità, la nostra missione.
Accogliere un Dio-Trinità significa, in fondo, rinunciare a qualunque isolamento per aprirsi alla comunione; contemplare un Dio estroverso significa mettere da parte ogni forma di indifferenza, di chiusura, di rivendicazione.

 

Fa’, o Signore, che il mondo riconosca i segni della tua presenza e ti cerchi nell’intimo di ogni uomo là dove tu hai fissato per sempre la tua dimora e aiuta i sofferenti e i peccatori a trovare nel tuo Spirito la forza di lottare, nella tenerezza del Padre l’accoglienza misericordiosa, nell’esempio del Figlio la strada per risorgere.

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PENTECOSTE

Mer, 05/16/2018 - 09:00
Liturgia del:  20 maggio 2018

La Parola del giorno: At 2,1-11; Salmo 103 (104); Gal 5,16-25

Dal Vangelo secondo Giovanni (15,26-27; 16,12-15) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Gli apostoli, pur avendo condiviso per lungo tempo la vita di Gesù, sono in uno stato di profondo turbamento; ma quando Cristo appare loro e, come promesso, dona ai suoi apostoli il “Paraclito”, ecco che tutto si rischiara. Attraverso il dono dello Spirito si crea un legame indissolubile tra loro e Dio; ed è proprio grazie all’aiuto dello Spirito Santo che gli apostoli potranno accogliere la sfida della testimonianza della fede in Dio nel mondo. Anche noi nel battesimo riceviamo lo Spirito Santo: noi tutti battezzati entriamo quindi nell’alleanza con Dio, un legame che Dio non scioglierà mai. La vita di oggi è tentata da quella che papa Francesco chiama «tristezza individualista»: ci ritroviamo sempre più soli, rinchiusi nelle nostre case, ad affrontare i problemi e le sfide che la vita ci pone. Le logiche economiche prevalgono sul sostegno dato da una positiva coscienza comunitaria. Viviamo in un mondo fatto di contrapposizioni, a volte feroci, tra le idee, che spesso sfociano in violenza. Assistiamo a comportamenti incomprensibili da parte di coloro che hanno responsabilità di governo. Noi battezzati abbiamo ricevuto il “Dono”, lo Spirito Santo è con noi: il soccorritore, l’aiutante, l’intercessore, Esso ci aiuterà a comprendere la storia che stiamo vivendo. Se guardiamo gli eventi con la luce della fede, ritroveremo la speranza, il coraggio e la strada giusta per continuare il nostro cammino di testimonianza anche in questa società inquieta. Coraggio quindi, ricordiamoci che siamo discepoli di Cristo e a noi è stato dato il compito di realizzare il progetto di Dio: in noi stessi, nella famiglia, nella comunità, nella società. Possiamo tener presente costantemente che “l’altro sono io”, specialmente nei confronti di quelli che sentiamo “diversi”; dobbiamo saper superare gli steccati che la società costruisce e tenere presente che “l’umanità” è una, nel tempo e nello spazio.

Signore, ravviva in noi la forza del tuo Spirito Santo, sostienici nelle nostre fatiche e nelle nostre cadute affinché possiamo vivere la nostra vita coerentemente con la tua parola.

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ASCENSIONE DEL SIGNORE

Mer, 05/09/2018 - 09:00
Liturgia del:  13 maggio 2018

La Parola del giorno: At 1,1-11; Salmo 46 (47); Ef 4,1-13

Dal Vangelo secondo Marco (16,15-20) In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

I santi mistici – coloro che sono ascesi in alto, dentro al mistero di Dio – che hanno punteggiato di luci la storia della nostra fede sono stati anche quelli più incarnati, più partecipi della realtà, più capaci di immettervi dentro linfa vitale nuova, di porre gesti nuovi e parole diverse dall’ordinario, di generare segni nuovi, tutti molto concreti. I santi mistici – uomini e donne ascesi con Gesù – hanno generato nella storia umana le prime scuole per coloro che erano analfabeti, i primi ospedali per coloro che erano malati, i primi ricoveri per coloro che erano senza tetto, i primi luoghi di riscatto per le donne che erano offese nella loro dignità, le prime mense per coloro che erano affamati, i primi luoghi di preghiera vera e di incontro con se stessi per coloro che vivevano nella dissipazione. Entriamo così nel vivo del Vangelo di oggi, che è la conclusione del Vangelo di Marco, il più antico Vangelo a essere composto. Vediamo che il momento dell’ascensione di Gesù al cielo che è poi il Padre stesso, circondato dagli angeli e dai giusti, è tutto custodito e incorniciato da una realtà che la precede e la segue. Il brano infatti inizia con la consegna che Gesù fa ai suoi di “andare e predicare il Vangelo ad ogni creatura”; termina con l’inizio di questa realtà, nella quale Marco utilizza gli stessi verbi: essi “andarono e predicarono il Vangelo dappertutto”. Andare e predicare. Gesù non dice ai suoi: venite in cielo con me. Dice loro: andate per il mondo e predicate il Vangelo a tutti, addirittura ad ogni creatura includendo qui – quanto poco lo valorizziamo – ogni creatura vivente, non soltanto gli esseri umani, in un coinvolgimento radicale di tutto il creato immesso in modo vitale dentro la vita di Dio. Risuonano le parole di Paolo: «Tutta la creazione geme e soffre in doglie di parto aspettando (letteralmente: tendendo il collo) l’adozione a figli» (Rm 8,22-23). Il massimo innalzamento per i figli di Dio coincide con il più profondo e concreto inchinarsi verso la creazione e le creature per servirle amandole, per amarle servendole. Ecco il senso dell’ascensione, la scia di luce che Gesù ci rende visibile risalendo verso il Padre e sottraendosi ai nostri occhi di carne, per aprirci quelli più profondi e non soggetti a infermità dello spirito, resi vivi dallo Spirito Santo effuso in noi.

Dio, Padre di misericordia verso cui il Figlio Gesù ascende, Figlio Gesù che risalendo al Padre ci apri la via che sei tu, Spirito Santo che effuso in noi ci immetti dentro questa via vivente: Trinità Santa, donaci la capacità di accogliere tutta la profondità, l’altezza, l’ampiezza e lo spessore della vita di Dio in noi, per poter andare e predicare il Vangelo dappertutto a ogni creatura, con segni che confermino la nostra credibilità di figli di Dio.

Categorie: Azione Cattolica

VI DOMENICA DI PASQUA

Mer, 05/02/2018 - 09:00
Liturgia del:  6 maggio 2018

La Parola del giorno: At 10,25-26.34-35.44-48; Salmo 97 (98); 1Gv 4,7-10

Dal Vangelo secondo Giovanni (15,9-17) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Il brano si inserisce nel lungo discorso che Giovanni mette in bocca a Gesù nell’ultima cena. È il cuore di quel discorso (capp. 13-17), quasi un testamento spirituale, e quindi il centro di tutto il Vangelo. La parabola della vigna (15,1-8) è per Giovanni una metafora per passare subito a parlare di ciò che gli interessa: il “rimanere”. È un rimanere reciproco e vicendevole tra il discepolo e Gesù. Rimanere nel suo amore significa entrare nel circuito dell’amore del Padre e del Figlio. Ma è anche un amore che si dispiega nella comunità e diventa esperienza di amore reciproco. L’amore reciproco trova la sua sorgente nell’amore di Gesù. Possiamo amare solo se amati. L’amore reciproco è fondato sul “come” il Signore ci ha amati. Questa esperienza di amore diventa gioia. È la gioia di un amore pieno: essere amati e amare, amare Dio e amare i fratelli. È esperienza di comunità: una sorta di entusiasmo, un mutuo infervorarsi nella donazione. È anche amore di amicizia: «Nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici» (15,13). E Gesù comanda l’amore reciproco (ci comanda ciò di cui abbiamo più bisogno): «Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri» (15,17). L’evangelista è più esplicito in 8,31: «Se rimanete nella mia Parola, sarete miei discepoli». È la Parola che rende disponibili i discepoli a rimanere con Gesù. È sempre la Parola la condizione per continuare a crescere nel discepolato: «Se le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato» (15,3). Nella spiritualità laicale la Parola della Scrittura è al centro. Illumina la vita. L’annuncio del Vangelo diventa allora non solo una parola che mi parla di Dio, un suo messaggio per me, una sua lettera. È innanzitutto una parola che parla di me e mi aiuta a interpretare la mia esistenza; come una luce per riconoscere la presenza del Risorto nelle pieghe della vita. Non sono io innanzitutto che interpreto la Bibbia. È la parola che mi interpreta. «La sacra scrittura si presenta agli occhi della nostra anima come uno specchio, in cui possiamo conoscere ciò che in noi c’è di bello e di brutto» (Gregorio Magno).

Dio Padre vignaiolo amorevole che vegli su noi, Figlio vera vite in cui siamo innestati vitalmente, Spirito Santo amore che congiungi il Padre e il Figlio intrecciandoci nella vita trinitaria, Dio, comunità di amore, concedici di entrare e rimanere nel circuito della vita trinitaria che è concretezza d’amore ricevuto e accolto, custodito e irradiato.

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