Leggi e medita

Subscribe to feed Leggi e medita
Aggiornato: 2 ore 19 min fa

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/18/2017 - 08:00
Liturgia del:  22 ottobre 2017

La Parola del giorno: Is 45,1.4-6; Sal 95; 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21

Dal Vangelo secondo Matteo (22,15-21)
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Il tempo di Gesù sta volgendo alla fine e il mistero pasquale sta fiorendo nella storia degli uomini. Gesù affronta per l’ultima volta i capi del popolo per vedere, in un ultimo tentativo, se accoglieranno il regno di Dio e l’invito alla conversione.
I farisei, tuttavia, non sono interessati a un dialogo sincero, ma a mettere in trappola Gesù per farlo cadere in contraddizione e così screditare la sua predicazione. Il discorso dei farisei e degli erodiani inizia con una parola ipocrita, perché non credono in quello che dicono: «tu insegni la via di Dio secondo verità» e non secondo la tua convenienza, e Matteo, con ironia, ci fa comprendere che in questo essi dicono il vero su Gesù. Interrogandolo, sanno già che non accetteranno la sua risposta. La domanda è coinvolgente e in qualunque modo Gesù risponda si troverebbe a dover affermare qualcosa contro gli occupanti romani, e dunque Gesù sarebbe un sovversivo, oppure contro Dio, riconoscendo la superiorità di Cesare, e dunque sarebbe un idolatra e ingannevole la sua predicazione della via di Dio.
Gesù non si sottrae al dialogo, ma con sapienza vi introduce un fattore nuovo, una via diversa, quella di Dio. Prima di tutto dà un nome alla ipocrisia dei suoi interlocutori, invitandoli così ad avere un cuore sincero, capace di accogliere la parola che viene da Dio. E continua il dialogo chiedendo loro di mostrargli la moneta del tributo. Infatti è la moneta stessa che indica la via da percorrere: essa è di Cesare e dunque appartiene a lui. Anche in un regime di occupazione ci sono leggi che vanno rispettate, a meno di non avviare una campagna di disobbedienza civile, con tutte le conseguenze del caso. Ma, soprattutto, Dio è il Signore e noi siamo sue creature. “Dare a Dio quel che è di Dio”, allora, significa aderire alla causa del Regno e riconoscerlo come criterio di giudizio per il mondo e i poteri che sono in esso.
La religione va distinta dalla politica, ma, per chi crede, la ispira e la conforma secondo i criteri del Regno. I cristiani non impongono le proprie convinzioni, ma accettano il gioco democratico: «Spetta al parlamento discutere, argomentare, spiegare, dare le ragioni: è così che una società cresce. Tuttavia, una volta che una legge è stata approvata, lo stato deve anche rispettare le coscienze» (Intervista a La Croix, 17 maggio 2016).

Padre, dacci la capacità di lasciar cadere le ipocrisie
che utilizziamo per non accogliere il tuo regno che viene in Gesù.
Aiutaci a vivere con cuore sincero l'obbedienza alla tua Parola
che è amore per tutti gli uomini e le donne che incontriamo ogni giorno.
Donaci la capacità di Gesù di guardare nel cuore degli uomini
non per giudicarli, ma per aiutarli a entrare nel tuo regno.
Rendici capaci di avviare dialoghi intessuti di verità
così da poter promuovere la giustizia e la pace.

Categorie: Azione Cattolica

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/11/2017 - 08:00
Liturgia del:  15 ottobre 2017

La Parola del giorno: Is 25,6-10a; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-10

Dal Vangelo secondo Matteo (22,1-10)
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati:“Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”.
Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali».

Gesù va a parlare con fermezza ai capi dei sacerdoti e ai farisei di ogni tempo. Stavolta paragona il Regno dei cieli ad una festa organizzata da un re per le nozze di suo figlio. Difficile pensare ad una festa senza invitati o a degli invitati che preferiscono ignorare e disertare una proposta gioiosa. Eppure è proprio ciò che accade nella parabola raccontata da Gesù: al banchetto imbandito preferiscono rispondere con l’indifferenza, con la cura dei propri interessi personali e addirittura con l’uccisione dei servi che li invitano alla festa. Eppure saremmo davvero ipocriti se non riconoscessimo che tale atteggiamento rischia di abitare anche il nostro fare. Tutto sommato siamo anche noi quegli invitati che non rimangono coinvolti dall’annuncio della festa e preferiscono anteporre alla Parola le parole di richiamo dei propri interessi egoistici; siamo sempre noi che, magari non arriviamo al gesto estremo dell’eliminazione di testimoni scomodi, ma riusciamo ad arginarli affinché il loro annuncio ci scivoli addosso.
Ma la sala del banchetto non è destinata a rimanere vuota e l’invito alle nozze del Signore non si arresta: la sua proposta non intende forzare la libertà dell’uomo, ma suscitare la sua libera adesione al progetto di Dio. Soprattutto quando si rischia di pensare che quell’invito è dovuto e ci appartiene di diritto, a prescindere da ogni nostra condotta. A noi però piace pensare, con papa Francesco, che «la fede nasce dall’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita. Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro. La fede, che riceviamo da Dio come dono soprannaturale, appare come luce per la strada, luce che orienta il nostro cammino nel tempo» (Lumen fidei, n. 4).
Sarà bello allora riscoprirsi come quegli invitati – buoni e cattivi – chiamati dai crocicchi delle strade a partecipare ala festa della vita.

Signore Gesù Cristo,
la tua Parola illumina le pieghe della nostra umanità.
Manda allora il tuo Spirito
che ci faccia comprendere questa Parola,
perché apriamo oggi il cuore alla Misericordia del Signore
e la tua Chiesa con rinnovato entusiasmo
possa portare ai poveri il lieto messaggio
proclamare ai prigionieri e agli oppressi la libertà
ai ciechi restituire la vista e consolazione ali afflitti.
Lo chiediamo per intercessione di Maria Madre della Misericordia
che tutti ci protegge sotto il suo manto. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/04/2017 - 08:00
Liturgia del:  8 ottobre 2017

La Parola del giorno: Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

Dal Vangelo secondo Matteo (21,33-41.43)
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Il Vangelo riprende dal profeta Isaia (5,1-7) il tema della vigna.
Gesù si accinge a salire a Gerusalemme per trascorrere gli ultimi giorni della sua vita. Si trova nel Tempio e parla ai capi dei sacerdoti e agli anziani. Sono irremovibili nella loro ostinazione e nel loro rifiuto. Hanno maltrattano e ucciso i servi, cioè i profeti, decidono ora di uccidere anche l’erede, il Figlio. Tutte le cure per tenere in piedi la vigna, tutte le speranze per una fruttuosa vendemmia, sono svanite. Non resta che rimuovere i “contadini”, i capi, e affidare la vigna, il nuovo popolo ad altri, perché possa fruttificare. Tutti noi facciamo parte di questa nuova vigna e siamo oggetto della benevolenza di Dio, della sua pazienza, della sua misericordia. Anch’io, come parte di un tutto, sono vigna e devo portare frutti. Questi si possono concretizzare nel sentimento dell’amore per Dio e per il prossimo. Amare Dio significa riconoscerlo, confessarlo come sommo bene, testimoniarlo.
Amare il prossimo significa trattarlo come fratello, chiunque egli sia, facendogli tutto quello che vorrei fosse fatto a me stesso.
Non ci sono scappatoie, non ci sono vie alternative. I talenti che mi sono stati dati vanno coltivati e moltiplicati per tendere quotidianamente alla “giustizia”, fare cioè sempre e comunque la Volontà di Dio. Gesù è la vera vite in questa vigna, io non sono che un tralcio: solo se rimarrò attaccato alla vite io potrò portare frutto. Sono solo a percorrere questa strada un po’ in salita? Certamente no. Sono tanti gli aiuti che ho a disposizione per rimanere ancorato a Lui: la sua Parola, il suo esempio, i nuovi profeti della Chiesa, le ispirazioni dello Spirito, gli esempi dei santi e dei fratelli, i piccoli che vivono il vangelo. Soprattutto mi sono stati dati i sacramenti e la preghiera fiduciosa e filiale: con questi punti di riferimento potrò camminare fiducioso nella strada della vita. Potrò cadere, ma avrò la forza di rialzarmi.

O Dio, non dare la vigna a vignaioli stranieri,
non togliere a noi il regno per darlo ad altri!
Che faremo? Che resta di noi?
Non torceremo un capello mai più ai tuoi profeti
e meno ancora li uccideremo,
se pure dovessero dire al mondo ogni male di noi.
Invece rendici degni, Signore,
di essere tuoi testimoni davanti a tutti i poveri del mondo,
davanti a quanti ti cercano, Dio: e tutti sappiano come ti servi di noi:
di noi, perché fra tutti, siamo i più meschini!
La vera vite tu sei e noi i tralci,
solo con te porteremo buon frutto e della vigna faremo un giardino
dove ognuno si senta di casa.
(David Maria Turoldo)

Categorie: Azione Cattolica

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/27/2017 - 08:00
Liturgia del:  1 ottobre 2017

La Parola del giorno: Ez 18,25-28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

Dal Vangelo secondo Matteo (21,28-32)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”.
Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose:“Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

L’evangelista Matteo inserisce tre parabole nella sezione delle dispute a Gerusalemme con i farisei. Si tratta dei capitoli 21-22 e dei capitoli 26-28. Seguirà la disputa sul tributo a Cesare.
Come d’abitudine, il primo evangelista mette in parallelo Gesù e il suo Precursore. Possiamo leggere nel testo la critica all’autorità religiosa di Israele al tempo di Gesù e anche un riflesso dei contrasti tra la comunità cristiana di Matteo e il giudaismo.
Al versetto 23 «i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo» si erano rivolti a Gesù, per interrogarlo, ed è quindi ad essi che viene indirizzata la breve parabola dei due figli, esclusiva di Matteo. Questo testo presenta due versioni nei manoscritti: in alcuni, infatti, è il primo figlio a dire sì e poi a non recarsi nella vigna, così che colui che fa la volontà del Padre risulta essere il secondo, anche se in un primo tempo aveva risposto negativamente.
Il versetto 29 dice che il figlio «si pentì» per indicare la conversione. Al versetto 30 il figlio, che poi non andò nella vigna, risponde: «Sì, Signore», e non come ci aspetteremmo, «Sì, padre»; come a indicare un rapporto più da padrone – servo che tra padre e figlio.
Gesù poi disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». L’affermazione di Gesù è molto dura: i capi dei sacerdoti e gli anziani sono giudicati meno degni dei pubblicani e delle prostitute, due categorie assai disprezzate al tempo di Gesù, anche perché collaboravano con i Romani. Matteo, in questo testo, continua la polemica con la classe dirigente del suo tempo. I capi si comportano come il secondo figlio che dice «Sì, signore», ma poi non fa nulla.
Si manifesta in questi versetti il tema al centro della discussione, quello dell’autorità e la relazione Giovanni – Gesù. A differenza dei pubblicani e prostitute, i capi non si sono pentiti/convertiti e non hanno creduto.
Come sempre questo brano del Vangelo parla di noi e della nostra vita. Così diventa immediato, per noi, identificarci con uno o con l’altro dei fratelli. A chi assomigliamo? Chi ci è spontaneo difendere? Chi desideriamo imitare? Il nostro rapporto con Dio è di figliolanza o di sudditanza?

Noi ti ringraziamo poiché la tua Parola ci scruta in profondità.
Signore Gesù Cristo, tu sei il volto visibile del Padre invisibile,
del Dio che manifesta la sua onnipotenza
soprattutto con il perdono e la misericordia:
fa' che la Chiesa sia nel mondo il volto visibile di te, suo Signore, risorto.
Hai voluto che i tuoi ministri fossero anch'essi rivestiti di debolezza
per sentire giusta compassione per quelli
che sono nell'ignoranza e nell'errore:
fa' che chiunque si accosti a uno di loro
si senta atteso, amato e perdonato da Dio.

Categorie: Azione Cattolica

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/20/2017 - 08:00
Liturgia del:  24 settembre 2017

La Parola del giorno: Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16

Dal Vangelo secondo Matteo (20,1-16)
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Nell’elenco dei paradossi evangelici è inserito l’insegnamento con cui Gesù chiude la parabola degli operai mandati a lavorare nella vigna. Gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi, molti i chiamati e pochi gli eletti. L’affermazione di Cristo è chiara, comporta una verità e una logica distinte dal mondo. Tutti gli operai, anche quelli dell’ultima ora, trovano spazio nella Chiesa, la vigna di Dio in cui si dissoda il terreno delle anime, si potano le passioni umane, si sarchiano le zolle virtuose dei valori cristiani, si prepara la vendemmia dai grappoli biondi per il banchetto fraterno. La Chiesa non esclude, ma accoglie senza calcoli.
Nell’orto cristiano, germogliato nel tempo per opera dell’incarnazione, ognuno continua, oggi, a lavorare per testimoniare il valore di una umanità che edifica con gioia e con fatica il giorno del Signore. Forse alcuni, invece di coltivare la vigna di Dio, preferiscono incrementare i propri interessi: scarseggiano, infatti, coraggio ed entusiasmo e troppo evidenti sono l’egoismo della mente e del cuore, la critica per la misericordia degli altri.
Lavoriamo per la paura di perdere il salario. Siamo davvero gli ultimi, i più spregevoli, perché, pur avendo avuto la grazia della chiamata, operiamo nella vigna, pensando solo a noi stessi e lamentandoci, come i vignaioli della parabola, della misericordia di Dio. Gli muoviamo amari rimproveri. Così il mondo, oppresso dalla nostra disadorna vanità, stenta a diventare cristiano  perché gli manca lo stupore della bellezza e dell’amore. L’opprime il peso oscuro della giornata, mentre noi respiriamo tra i reticolati della vigna: vi lavoriamo dentro, ma l’occhio e l’anima sono fuori della vita. Della vita vera, che sta nel cogliere la tenerezza e la misericordia del Dio che salva.

Soccorrici, Signore, nell'ordinario cammino della vita
e, chiamati a lavorare nella tua vigna, dona a noi
la grazia dell'impegno e della fedeltà alla tua chiamata.
Spesso più che cristiani, ci sentiamo come schiavi,
trattenuti dal bastone di idoli falsi e capricciosi;
ma se tu vuoi, potremo superare la fatica del cammino
e vincere il male col bene, l'odio col perdono, la violenza
con la pace, il tormento con la tua divina misericordia. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/13/2017 - 08:00
Liturgia del:  17 settembre 2017

La Parola del giorno: Sir 27,30-28,7; Sal 102; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

Dal Vangelo secondo Matteo (18,21-35)
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose:«Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti.
Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto.
Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse:“Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio  fratello».

Chi appartiene al mondo occidentale è generalmente portato ad avere uno sguardo sulla vita da creditore. Noi siamo i ricchi.
E abbiamo donato tante volte. Gli altri stanno di fronte a noi sempre in posizione di debitori, ci devono sempre qualcosa. E questo qualcosa ci mette in una condizione continuata di prepotenza.
Se è vero che stiamo così di fronte ai fratelli che abitano nella parte del mondo più povera, è vero che noi stiamo molto spesso così anche di fronte a Dio: in posizione di creditori. È una questione di mentalità. Per molti di noi, Dio ci deve sempre qualcosa. Adesso tocca a Lui. Se non tutti ragionano così, molti pensano comunque di non dovergli nulla! Il racconto evangelico di questa domenica vuole ribaltare questa situazione. Vuole che noi impariamo a sentirci sempre debitori. Debitori però molto particolari: direi più per somiglianza che per dovere. E questo perché le cose fra noi e Dio stanno così: Dio nel suo Figlio Gesù Cristo ci ha arricchiti con il suo perdono che non solo azzera per pura grazia il nostro debito contratto a causa del peccato, ma ci rende ricchi a tal punto da metterci nella condizione di agire nei confronti degli altri che hanno debiti con noi, come Lui ha agito verso di noi! Potremmo dire che Lui ci ha perdonato proprio per questo. Questa ricchezza, ricevuta con il suo perdono, la manteniamo e la moltiplichiamo se a nostra volta la offriamo. Se non accade questo, e la teniamo solo per noi, diventiamo inferno: luogo dove l’essere è senza perdono. Infinitamente prigioniero del suo egoismo. La più grande tragedia che ci possa capitare.

Signore Gesù Cristo, tu ci hai insegnato ad essere misericordiosi
come il Padre celeste, e ci hai detto che chi vede te vede Lui.
Mostraci il tuo volto e saremo salvi.
Il tuo sguardo pieno di amore liberò Zaccheo e Matteo
dalla schiavitù del denaro;
l'adultera e la Maddalena dal porre la felicità solo in una creatura;
fece piangere Pietro dopo il tradimento,
e assicurò il Paradiso al ladrone pentito.
Fa' che ognuno di noi ascolti come rivolta a sé
la parola che dicesti alla samaritana: Se tu conoscessi il dono di Dio!
(Francesco, Preghiera per il Giubileo)

Categorie: Azione Cattolica

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/06/2017 - 08:00
Liturgia del:  10 settembre 2017

La Parola del giorno: Ez 33,1.7-9; Sal 94; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

Dal Vangelo secondo Matteo (18,15-20)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

Il testo si inserisce nel cosiddetto quarto discorso di Gesù (il discorso comunitario), dove tutti i brani, apparentemente slegati tra loro, racchiudono l’insegnamento di Gesù sulle relazioni reciproche tra i discepoli, quasi una “regola per la comunità”.
Egli offre indicazioni circa la disciplina della correzione fraterna e individua tre fasi: una privata, tra fratello e fratello (v. 15); una davanti a due o tre testimoni (v. 16) e una pubblica (v. 17).
Per coloro che non riconoscono l’errore e si rifiutano di pentirsi, si applica la pena più grave: l’esclusione dalla comunità.
Dare una mano al fratello perché si liberi del peccato, significa compiere un gesto di amore vero. «Chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore – scrive l’apostolo Giacomo – salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati» (Gc 5,20). E san Paolo nella Lettera ai Galati: «Quando uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza. E vigila su te stesso per non cadere anche tu in tentazione» (Gal 6,1).
La correzione fraterna è però un atto delicato e non privo di rischi. Essa non è un atto di accusa che umilia e mortifica il fratello, ma richiede umiltà e dolcezza. Dinanzi al male, non bisogna certo tacere per “quieto vivere”, perché la parola che denuncia mette in crisi, in discussione, rende critici i rapporti e provoca talora conflitti. Bisogna tacere quando la parola potrebbe distruggere e anche uccidere. La verità nella carità non uccide mai, salva.
Non bisogna, tuttavia, mai perdere di vista la parola del Signore:«Come potrai dire al tuo fratello: togli la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è una trave?» (Mt 7,4). E sarà bene, in ogni caso, restar persuasi, come dice sant’Ambrogio, che «la miglior correzione fraterna è l’esempio di una condotta irreprensibile». E più avanti, Gesù estende a tutti gli apostoli il potere di “legare” e di “sciogliere”, su cui costruire l’autorità della Chiesa.
Nella comunità, correzione e perdono danno a tutti la possibilità di ricominciare. Così la Chiesa apre le porte all’Amore misericordioso del Padre e diviene vera comunità di amore, di preghiera e di perdono.

O Padre, fa' che io sia unito a Cristo,
per essere unito con i miei fratelli
e possa sperimentare con loro
la forza del tuo Amore misericordioso.
Nella mia povertà, fa' che io sia trasformato dal tuo perdono,
perché esca dalla mia solitudine e vada incontro ai miei fratelli,
per amarli con tutto il mio cuore e senza riserve.
Rendermi capace di aiutare il fratello nell'errore,
come un amico che lo prende per mano
e lo riconduce al Padre, con mitezza e dolcezza di cuore.
Nelle tue mani io metto la mia vita: si compia in me la tua volontà.

Categorie: Azione Cattolica

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/30/2017 - 08:00
Liturgia del:  3 settembre 2017

La Parola del giorno: Ger 20,7-9; Sal 62; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

Dal Vangelo secondo Matteo (16,21-27)
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo:«Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.
Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

Certo, il Signore Gesù ha rischiato e continua sempre a rischiare, affidando la Sua Chiesa alla debolezza degli uomini. E questo rischio si concretizza già nel vangelo, quando Pietro, appena nominato “capo”, cede alla tentazione del potere senza sacrificio, del comando senza servizio. Cristo mette subito i puntini sulle “i”: il Figlio di Dio sulla terra ha scelto la strada della croce; e questa sarà la sua unica gloria, molto diversa dalle glorie umane.
Pietro si appropria di un potere che invece gli era stato soltanto “affidato” come un servizio per il bene degli altri. E lo considera una corsa al successo personale. Pietro, non dimentichiamolo, è quello delle “tre tende” della Trasfigurazione, colui che vuole “fissare” il momento della gloria, “cristallizzare” il successo, senza la fatica e l’impegno che richiede. Non considera, in questo passo evangelico, la missione come una strada impervia e scoscesa, la vede come una luminosa e folgorante carriera.
Per noi cristiani, ma anche per i non credenti, la visione del potere gestito come “proprietà”, senza “mandato”, è una tentazione perenne, che permette al maligno di penetrare anche nelle più “sante” delle istituzioni. “Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato…” dice Gesù a Pilato.
L’eliminazione del passaggio attraverso il sacrificio è per tutti la via scorciatoia più facile. Noi siamo tutti “Pietro”, non dimentichiamolo, nella generosità e nella paura, nel martirio e nella debolezza. Il “satana” che è in noi vuole continuamente farci allontanare dalla sequela di Cristo, con l’illusione del possedere pane, successo e dominio; questa strada porta al guadagno dell’effimero, ma in definitiva alla perdita della propria identità di uomini e di cristiani.
Anche nelle nostre scelte più nobili come la famiglia, il servizio ecclesiale o sociale, si può insinuare l’idolo del potere, l’illusione di essere importanti. Allora dobbiamo tornare dietro a Gesù con umiltà, gratuità, docilità allo Spirito che ci guida.

Noi ti ringraziamo perché ci richiami con forza
quando seguiamo una strada sbagliata.
Fa', o Signore, che possiamo discernere le nostre priorità
per non mettere sempre al primo posto noi stessi
e il turbinio di cose e persone che ci frastornano.
Che i nostri cuori comprendano che sei tu al primo a posto,
che sei tu la vera strada;
sì, la nostra strada è la croce:
accettare per amore le sofferenze, i disagi, le umiliazioni,
non come segno di debolezza o di sconfitta,
ma come atto di libertà che ci avvicina a te,
una scelta che ci conduce anche ad incontrare
veramente gli altri nell'amore.
Fa' che "perdendoci in te" ritroviamo te, il tesoro più grande.

Categorie: Azione Cattolica

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/23/2017 - 08:00
Liturgia del:  27 agosto 2017

La Parola del giorno: Is 22,19-23; Sal 137; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Dal Vangelo secondo Matteo (16,13-20)
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro:«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Gesù è nel pieno della vita pubblica: battezzato al Giordano, insegna, cura, guarisce. La sua fama è giunta anche nella regione governata dal tetrarca Filippo, terra lontana da Gerusalemme.
A Cesarea Gesù si ferma e, come in altre occasioni, intesse da maestro un dialogo con i suoi.
Alla prima domanda i discepoli rispondono che, nell’opinione pubblica giudaica, Gesù è assimilato a un profeta: uno nuovo, o la reincarnazione di uno vecchio, comunque uno dei tanti annunciatori del Messia, non il Salvatore atteso dal popolo di Israele. Insomma, nonostante Gesù sia già noto anche nelle regioni più lontane da Gerusalemme, i più non hanno capito che Gesù è il Cristo. Tra la gente regna l’indifferenza, la confusione e il dubbio.
Allora il Maestro pone la seconda domanda. Luca la introduce con un “ma” avversativo, come a sottintendere un’opposizione tra i Dodici e tutti gli altri: Ma voi chi dite che io sia? Simone – come in altre occasioni – si fa portavoce del gruppo e mostra prontezza, chiarezza e fede tali che Gesù lo dice beato, per poi consegnargli un’altra rivelazione (Tu sei Pietro!), una promessa (Su di te…) e una missione (A te darò…).
In questo modo Gesù fonda la Chiesa: alle pendici di un monte, alla fonte di un fiume, in una periferia. E perché sia guidata nella vita pubblica, tra indifferenza, confusione e dubbio, la affida a un pescatore, abituato ad affrontare il mare e le tempeste, a un uomo che risponde immediatamente alla sua vocazione, che rinnega, si pente e vince la paura, che entra per primo nella tomba vuota e poi si mette avanti agli altri undici e parla a voce alta.
Per via della pronta confessione di fede a nome dei Dodici, Gesù rende capo della chiesa un semplice uomo e gli dà un nome concreto: pietra, roccia, riferimento incrollabile nella vita della Chiesa.
Chi è per noi oggi il papa? Molti continuano a confondere il Servo dei Servi di Dio con il sovrano del Vaticano o a distinguere la Chiesa da lui. Altri, al contrario, si nascondono dietro la sua figura carismatica (o di un altro leader religioso...) per rinviare la propria esplicita e personale adesione alla fede, che è invece esercizio coraggioso e irrinunciabile di ciascuna singolare coscienza.

Signore, ti preghiamo per il papa: abbia coraggio per riformare la Chiesa.
Signore, illumina le nostre menti perché comprendiamo a fondo
il servizio della Chiesa universale nella cultura moderna.
Signore, ciascun cristiano confessi con prontezza la sua fede
nel mondo che spesso è indifferente, confuso e dubbioso.
Signore, sgombra gli occhi degli uomini dal pregiudizio.
Solo il servizio sia nel cuore degli uomini e delle donne di Chiesa.
Signore, rendi ogni battezzato coraggioso e sincero nella testimonianza.

Categorie: Azione Cattolica

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/16/2017 - 08:00
Liturgia del:  20 agosto 2017

La Parola del giorno: Is 56,1.6-7; Sal 66; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

Dal Vangelo secondo Matteo (15,21-28)
In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio».
Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono:«Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose:«Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò:«Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Dopo la discussione con i farisei e gli scribi e l’insegnamento su ciò che rende impuro l’uomo, Gesù lascia le città in terra d’Israele, e si dirige verso Tiro e Sidone, in territorio pagano.
Ed è qui che riceviamo una grande lezione: il dono del Signore è per chi lo chiede con fiducia, non per chi lo pretende o per chi, invece di aver fiducia, chiede segni e prove. Solo la fede dà accesso al “pane dei figli”, sia per Israele che per i pagani, sia per chi ha visto che per chi non ha visto. Non è questione di razza o di religione. Ma solo di relazione di fiducia.
Mentre Gesù attraversa le zone pagane incontra una signora che gli chiede la guarigione della figlia, implorando “abbi pietà di me”: la cananea non accampa diritti, ma chiede aiuto a Colui che riconosce come Signore e Messia. Naturalmente la figlia indemoniata della cananea rappresenta tutti coloro che sono sordi, indifferenti, invasi dal male e dalla menzogna.
Gesù non risponde che al secondo tentativo, quello dei discepoli: dice che è venuto per le pecore perdute del popolo ebraico: la missione storica di Gesù è rivelarsi a Israele che lo attendeva.
Sarà compito del popolo eletto trasmettere il dono agli altri.
Alla cananea Gesù dà una risposta in apparenza molto dura: i doni destinati ai figli non si possono dare ai “cani” (così erano chiamati i pagani dagli ebrei). Di fronte all’umile insistenza della cananea, Gesù risponde con un gesto di salvezza. Non pone più condizioni, ma si lascia interpellare dalla donna fino a cambiare completamente comportamento. Smentisce il principio appena esposto, nel quale aveva dichiarato di voler mantenere la sua opera di salvezza dentro i confini del popolo ebraico. È il sincero bisogno della donna a fargli superare le barriere religiose e nazionali. Di fronte ai bisogni e alle sofferenze degli esseri umani, anche noi siamo chiamati, dall’esempio di Gesù, a mettere il bene delle persone sopra ogni divisione religiosa, culturale, razziale. Non c’è principio, dottrina o legge che tenga di fronte al dolore del prossimo. Occorre commuoversi e agire con solidarietà.

Signore, illumina le nostre vite con la luce della tua Parola,
perché comprendiamo che tra tutti i tuoi figli,
tu preferisci i piccoli, i peccatori, gli stranieri.
Fa', o Signore, che forti della nostra fede,
diveniamo missionari del Vangelo
e che ogni giorno, con il nostro piccolo operato,
riusciamo ad abbattere i pregiudizi che ci dividono
e ci impediscono di riconoscerci come fratelli.
Solo grazie al tuo sostegno riusciremo a salvarci!

Categorie: Azione Cattolica

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

Lun, 08/14/2017 - 08:00
Liturgia del:  15 agosto 2017

La Parola del giorno: Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab; Sal 44; 1Cor 15,20-27a; Lc 1,39-56

Dal Vangelo secondo Luca (1,39-56)
In quei giorni Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

La risposta della Vergine alle congratulazioni rivolte a lei dalla cugina ha una portata profetica. Siamo stati, forse, troppo abituati a leggere il Magnificat come una sorta di semplice preghiera devota, caratterizzata dal tema dell’umiltà, che ha reso grande Maria di Nàzaret. In realtà, questo eccellente inno mariano dice qualcosa di più: esso presenta la svolta ribaltata della storia. Proprio perché la presenza di Dio nel grembo della Vergine è il compimento della gioia, preannunciata da Davide e in seguito anche da Salomone (1Re 8,1-7.9-13), ora essa rinnova e trasforma la storia all’insegna della sua verità. Se Dio si è degnato di guardare con amore l’umile serva di Nazareth, ora Egli fa altrettanto nei confronti di tutta l’umanità, spiegando la potenza del suo braccio, disperdendo i superbi nei pensieri del loro cuore, rovesciando i troni dei potenti, innalzando gli umili, ricolmando di beni gli affamati, rimandando i ricchi a mani vuote.
Più che una semplice rivoluzione sociale, si tratta qui di una vera e propria svolta teologica, che finalmente rende nuova la storia.
Viene espressa, in altre parole, quella che è stata la realizzazione della profezia, presente nel libro dell’Apocalisse e posta sulla bocca stessa di Dio: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Parlando solo qui in tutta l’Apocalisse, Dio pronuncia il compimento ultimo della storia, così come lo contempla Maria nel suo Magnificat: «Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio» (Ap 21,7).
Nella festa dell’Assunzione della Vergine, contemplando il sorgere dell’arca maestosa verso il cielo, insieme col salmista, come Maria, anche noi eleviamo a Dio la nostra lode, acclamando:«Sorgi, Signore, tu e l’arca della tua potenza» (Salmo 131,8).
Guardiamo anche noi alla nostra vita e al pezzo di storia che abbiamo vissuto e riconosciamo i momenti e le occasioni nelle quali Dio ha operato “grandi cose” in noi. Allora la nostra lode e il nostro ringraziamento saranno veri e autentici. Scopriremo che questo Vangelo parla proprio di noi. E potremmo anche noi così scrivere il nostro Magnificat.

Santa Maria, tu che conservi e mediti i fatti della vita nel tuo cuore
e in essi sai riconoscere la mano provvidente di Dio Padre,
facci il dono del discernimento che scruta la vita con la luce della Parola.
Fa' che mai ci lasciamo rubare la gioia del Vangelo del tuo Figlio Gesù.
Ringraziamo te che hai camminato con fatica sulle strade della Palestina:
numerose volte ci hai sollevato mentre, umiliati, avevamo perso speranza,
ogni domenica ci nutri con il pane del cammino per il lavoro della settimana,
tante volte ci hai salvato con la tua misericordia ricevuta nel sacramento.

Categorie: Azione Cattolica

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/09/2017 - 08:00
Liturgia del:  13 agosto 2017

La Parola del giorno: 1re 19,9a.11-13a; Sal 84; Rm 9,1-5; Mt 14,22-33;

Dal Vangelo secondo Matteo (14,22-33)
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Gesù da solo in preghiera resta sul monte fino alla quarta veglia della notte (quasi le sei del mattino), mentre i discepoli lottano col mare in tempesta. Ma Gesù non li ha abbandonati. Gesù si avvicina camminando sul mare, simbolo delle forze oscure e potenti del male. Cammina sopra le difficoltà e le contrarietà. Ma i discepoli non lo credono possibile e pensano ad un fantasma: la loro reazione è la paura. Gesù infonde allora coraggio e fiducia.
Come un bambino che impara a camminare, Pietro parte e poi cade, affonda. Non tiene fisso lo sguardo su Gesù, ma spaventato dal vento, è dominato dalla paura. Ci insegna che, in un mondo agitato, dobbiamo imparare a camminare, come bimbi, verso nostro Signore, con lo sguardo fisso in lui. Egli viene sulla barca della nostra vita, della nostra famiglia, della nostra comunità. La sua presenza calma la nostra esistenza agitata, pacifica la nostra interiorità, riconcilia in profondità le nostre relazioni.
Gesù ci dà l’esempio perché anche noi abbiamo la capacità di staccare dalle tante attività, per trovare dei tempi per la cura di noi stessi. Per riprendere le relazioni fondamentali: guardarci dentro e ritrovare chi siamo; in mezzo alla natura per recuperare la nostra misura; con le persone che amiamo perché l’amore va coltivato; con Dio che ci ama in modo incondizionato.
La notte è simbolo dei momenti duri e difficili della vita. Così come il mare è segno delle forze oscure e malefiche che ci soggiogano.
Nelle difficoltà Gesù sembra essere assente (o addormentato), ma, mentre noi non lo riconosciamo, egli cammina sopra le onde contrarie, al nostro fianco nelle difficoltà. Spesso è proprio nei momenti duri che Dio si rivela a noi e ci chiama in modo nuovo.
Quando guardiamo più alle contrarietà invece di tenere fisso lo sguardo su Gesù, abbiamo paura. Quali sono le paure che paralizzano i nostri piedi e ci fanno affondare? Cosa vuol dire tenere lo sguardo fisso su Gesù che ci chiama: vieni?

Signore Gesù, che passavi le notti a pregare il Padre tuo,
fa' che ti diamo spazio quando vorrai dimorare in noi.
Signore Gesù, che passavi sereno sopra le paure della vita
aiutaci a superare le nostre paure tenendo lo sguardo fisso su di te.
Signore Gesù, tu hai salvato Pietro dalle acque agitate,
fa' che cerchiamo la tua mano quando affondiamo nel peccato.
Donaci allora il tuo Spirito che ci insegni a riconoscerti
e ad avere il coraggio di vivere secondo il tuo Vangelo.

Categorie: Azione Cattolica

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE

Mer, 08/02/2017 - 08:00
Liturgia del:  6 agosto 2017

La Parola del giorno: Dn 7,9-10.13-14; Sal 96; 2Pt 1,16-19; Mt 17,1-9

Dal Vangelo secondo Matteo (17,1-9)
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elìa, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse:«Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

In questo brano si vuole sottolineare quanto Gesù abbia a cuore la libertà di chi lo ascolta, a cui propone un’adesione del cuore libera, senza costrizioni e pressioni di alcun tipo. Gesù non vuole imporsi attraverso gli aspetti più grandi e ineffabili della propria persona, ma soprattutto grazie alla predicazione e infine all’amore che culmina nella donazione sulla croce. Non a caso il brano della trasfigurazione è sempre preceduto e seguito dall’annuncio della passione, del molto soffrire a cui è chiamato il Figlio dell’uomo.
Veniamo posti di fronte con forza all’intreccio di umano e divino che abitano la persona di Gesù: la luce che irradia da lui nel momento della trasfigurazione, con i due profeti più grandi della tradizione ebraica, è un’evidente rivelazione della sua natura divina, confermata poi dalla voce del Padre; mentre l’annuncio della sua sofferenza ce lo rivela pienamente umano, al punto da assumere liberamente la sofferenza più abissale per amore nostro.
L’invito ad ascoltare Gesù è come un ponte verso di noi, per insegnarci a tenere insieme in modo nitido le due nature di Gesù: soltanto ascoltandolo incessantemente possiamo entrare davvero luminosamente dentro questo mistero e accoglierne le conseguenze nella nostra vita. Nello stesso tempo questo invito all’ascolto è anche il compito quotidiano dei discepoli del Signore, perché Figlio e Padre non desiderano adesioni sottomesse frutto dell’impressione suscitata da grandi ed eclatanti manifestazioni, quanto piuttosto un’adesione del cuore che sia frutto dell’ascolto quotidiano di Gesù.
I discepoli sono convocati da Gesù sia per salire sul monte Tabor per contemplare la sua luce, sia a ridiscendere dal monte, in un percorso che va da quella ineffabile luce alle tenebre e agli abissi della sofferenza e morte di croce. Questo salire e ridiscendere sono i due movimenti profondamente intrecciati e convergenti che il discepolo del Signore Gesù è invitato a tenere armoniosamente uniti, luminosamente vitali e profondamente radicati dentro di sé.

Dio, Padre buono che ti compiaci nel tuo Figlio amatissimo,
Signore Gesù, in cui il Padre vede rispecchiato il suo amore,
Spirito Santo che sei l'amore che unisce il Figlio al Padre,
rendici capaci di salire ogni giorno verso il Tabor
e di ridiscendere per spenderci in una donazione d'amore,
fa' che brilli in noi l'umanità che splende nel volto di Gesù
perché siamo annunciatori autentici della sua Parola
che è vita e salvezza del mondo. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/26/2017 - 08:00
Liturgia del:  23 luglio 2017

La Parola del giorno: Sap 12,13.16-19; Sal 85; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43

Dal Vangelo secondo Matteo (13,24-30 forma breve)
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo:«Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».

Con il linguaggio semplice e popolare delle parabole, Gesù illustra la realtà del Regno di Dio e, attraverso l’evangelista, ne offre una spiegazione. In questo brano si tratta dell’atto della semina (Mt 13,24-25) e della crescita (Mt 13,26), che provoca un dialogo con domande e risposte (Mt 13,27-30a), e del raccolto con la separazione del grano dalla zizzania con la loro relativa sorte (Mt 13,30b).
Tutto parte dalla seminagione del grano: è l’opera del Figlio dell’uomo. Ma, approfittando del sonno degli uomini, il suo nemico (il diavolo) semina la zizzania. Non ci si accorge delle cose se non durante la crescita, quando lo spuntare dell’uno e dell’altra provoca la richiesta dei servi di sradicare la zizzania al campo. Ma il padrone vuol far crescere insieme il grano buono e la zizzania cattiva. La separazione avverrà alla mietitura, alla fine del mondo. Il grano sarà destinato al granaio, la zizzania a Nel terreno del mondo il Signore Gesù ha seminato la parola del Vangelo per dare all’umanità una fecondità nuova, per farne una storia di salvezza. Il ruolo dei cristiani è quello di seminare fiducia, speranza, riconciliazione, solidarietà. Tuttavia la storia è frenata da un nemico, un diavolo che rovina l’opera compiuta dal Figlio dell’uomo e dai suoi collaboratori.
La presenza del male accanto al bene spinge i discepoli del Regno al discernimento, alla sapienza del cuore, all’invocazione dello Spirito, perché la fiducia si apra alla pazienza e alla sopportazione dei pesi della storia. Il pensiero dell’attacco frontale alla situazione, il fanatismo di una brusca separazione subitanea o il rischio di interventi inadatti e pericolosi, rendono la comunità cristiana vigile e attenta alle vicende.
Non si tratta di tattica pastorale o di strategia diplomatica, ma di apertura alla speranza cristiana alle cose ultime dalle quali inquadriamo le scelte temporali. Nella prospettiva del bene per tutti gli uomini, bisogna condividere la pazienza di Dio che non conosce l’ansietà ossessiva, il fanatismo intransigente, la violenza aggressiva. Bisogna saper aspettare vigilanti nell’attesa, pazienti nei tempi lunghi, operosi nella carità.

Padre santo, ti ringraziamo per il bene seminato tra noi.
Ti siamo grati del seme della tua Parola,
gettato a piene mani nel campo della storia.
Hai mostrato fiducia verso ogni uomo e ogni donna,
pazienza e misericordia.
Donaci lo Spirito Santo che formi in noi un cuore semplice e puro,
saggio e discreto, impegnato e responsabile, fedele e forte.
Fa' maturare in noi la cultura del bene,
del lavoro assiduo e fecondo, della gioia condivisa.
Amen.

Categorie: Azione Cattolica

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/12/2017 - 08:00
Liturgia del:  16 luglio 2017

La Parola del giorno: Is 55,10-11; Sal 64; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23

Dal Vangelo secondo Matteo (13,1-9 forma breve)
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò.
Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono.
Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Le sette parabole del Vangelo di Matteo sul Regno di Dio offrono alla folla, che segue e ascolta Gesù, l’occasione per accogliere o rifiutare il suo messaggio, poiché la parola di Dio esige sempre
una risposta.
Dinanzi al suo messaggio non possono esserci posizioni intermedie: o si accoglie come fanno i discepoli o si rifiuta come i farisei. Abbiamo qui un paesaggio campestre in cui domina la figura di Dio seminatore, che sparge a larghe mani il seme della sua parola, non solo sul terreno buono e fertile, ma anche sul terreno sassoso, poco ricettivo, arido e spinoso. I quattro tipi di terreno sono i quattro livelli di ascolto che convivono in noi. Il seme della Parola non germoglia e non dà i frutti sperati quando non la lasciamo entrare nella nostra vita; quando, pur accogliendola con entusiasmo, non la radichiamo in noi e nelle nostre relazioni. Ostinato nella fiducia verso le sue creature, Dio sa che ognuno di noi conserva nel proprio cuore un angolo di terreno buono, sa che non esiste un terreno completamente cattivo, né una persona definitivamente perduta. Gli insuccessi della predicazione del regno sono solo apparenti: il raccolto ci sarà. Il messaggio che Gesù trasmette con questa parabola è tutt’altro che negativo. Egli invita ad annunziare la parola del Regno con coraggio e fiducia. Oggi siamo noi che dobbiamo rispondere al suo appello alla fiducia e alla speranza di fronte alle difficoltà ed alla scarsità del raccolto. L’atto della semina ha sempre una valenza positiva perché segna un nuovo inizio ed il seme, germogliando, dà alla terra un significato nuovo.
Compito dei laici nella Chiesa e nel mondo è diffondere il messaggio di speranza del Vangelo «se fosse necessario anche con le parole» (papa Francesco citando Francesco d’Assisi).
«Nessuno può trattenersi dal rispondere alla chiamata, nessuno può delegare altri, nessuno può rinviare l’esercizio della sua responsabilità di cristiano». Ma non pensiamo di dover fare grandi cose per seminare la Parola. Pensiamo alla nostra vita quotidiana; allo spazio che diamo alla Parola nella nostra vita.
Pensiamo anche allo sguardo che coltiviamo verso gli altri; al positivo che ogni persona ha e che ha bisogno di essere scoperto, valorizzato, riconosciuto. Se il Signore semina dappertutto, allora ogni persona è una parola di Dio per noi.

Signore Gesù, seminatore divino, tu getti la tua Parola sulla strada della nostra povera vita, fa' che, nel deserto della nostra anima, troviamo un po' di terra buona dove portare frutto.
Signore Gesù, con fiducia spargi il seme della Parola nel terreno della nostra superficialità, donaci tenacia e pazienza perché possiamo durare nel tempo oltre le prove.
Signore Gesù, anche se il nostro cuore è occupato da mille preoccupazioni e affanni, tu continui ad educarci all'essenziale: rendici liberi e gioiosi amanti della vita.
Signore Gesù, qualche volta la nostra vita è terreno buono che accoglie la Parola: donaci allora momenti di festa fraternità e pace nei quali poterti ringraziare e lodare.

Categorie: Azione Cattolica

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/05/2017 - 08:00
Liturgia del:  9 luglio 2017

La Parola del giorno: Zc 9,9-10; Sal 144; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30

Dal Vangelo secondo Matteo (11,25-30)
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Gesù non se la passa molto bene. Il suo amico Giovanni Battista è in prigione e dopo poco sarà ucciso. Le città del lago di Galilea, dove aveva predicato, non hanno accolto per niente il suo vangelo. Vediamo Gesù nel bel mezzo di una crisi. Ma lui non prende paura e non si abbatte. Non evita il conflitto, anzi così si rivolge a coloro che lo hanno rifiutato: «Guai a te Corazim, guai a te Betsaida... Cafàrnao». E cosa fa poi? Incredibilmente rilancia. Paradossalmente si lascia andare alla gioia e alla lode poiché ha visto il Vangelo accolto dai piccoli. Scorge dentro la crisi l’opera del Padre che sorprendentemente ha svelato ai piccoli, agli ultimi, agli esclusi il tesoro del suo Regno. Gioia non prevista è più grande. È la scoperta che la volontà di bene del Padre è proprio una realtà.
È sempre il Padre che ha nascosto i segreti del Regno ai sapienti e agli intelligenti. Perché? Forse perché sono gli stessi sapienti e intelligenti che sono incapaci di accogliere il Vangelo: sono troppo centrati su se stessi e vedono solo quello che loro producono. Hanno studiato, hanno gli strumenti intellettuali: sono nei posti di potere. Ma non sanno ricevere. E il Vangelo dell’amore occorre soprattutto saperlo ricevere. O forse perché la provvidenza del Padre ha sapientemente disposto che occorra essere liberi e semplici e gioiosi per scoprire il tesoro nel campo e la perla di inestimabile valore. È la nostra umanità fragile il luogo dell’accoglienza della misericordia del Padre. Le ferite sono feritoie da dove può passare la grazia dell’amore di Dio.
Questa è la meravigliosa volontà di bene del Padre. Ricordiamo san Francesco, giullare di Dio: le sue stimmate sono ferite aperte perché passi la potenza che viene da Dio.
Quando ero in parrocchia, c’era una ragazza che si chiamava Bertilla, con la sindrome di down. Era simpatica e convinta partecipante al gruppo dei Giovanissimi. Alla fine di ogni messa domenicale mi faceva la critica all’omelia. Sempre azzeccata!
Così poi ho cominciato a seguire i suoi consigli. I piccoli e i poveri sono i nostri maestri. Sono loro che ci annunciano il Vangelo.
Con altre parole ce lo dice anche papa Francesco: «Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri... Per questo desidero una chiesa povera. Essi hanno molto da insegnarci... La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della chiesa» (Eg 198).

Signore Gesù, tu che vivi con il Padre una comunione piena e permanente, e che ci chiami ad essere tuoi discepoli missionari fa' che possiamo rispondere alla tua volontà in ogni momento della nostra vita per essere annunziatori della vera gioia che proviene da te.
Rendici poveri e liberi per servire la Chiesa con amore e letizia; fa' che sappiamo cercare la compagnia dei piccoli e dei poveri, perché a loro hai dato i tesori del Regno e sono i nostri maestri.
Sostieni il nostro sguardo fisso su di te, che colmi d'amore il nostro cuore.

Categorie: Azione Cattolica