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Aggiornato: 3 ore 43 min fa

III DOMENICA DI AVVENTO

Mer, 12/12/2018 - 08:00
Liturgia del:  16 dicembre 2018

La Parola del giorno: Sof 3,14-18a; Is 12,2-6; Fil 4,4-7

Dal Vangelo secondo Luca (3,10-18)

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

Giovanni Battista prepara la strada al Cristo: esiste un chiaro collegamento tra il nostro battesimo e la successiva esperienza vocazionale, proprio come è accaduto nella vita di Gesù. Giovanni invita a riconoscere le esigenze fondamentali dei fratelli: mangiare, vestirsi, vivere senza essere derubati, maltrattati, sottoposti a violenza. Ciò che oggi riconosciamo come diritto fondamentale dell’uomo trae le sue origini dalle parole di una «voce che grida nel deserto». Ascoltarne le parole significa vivere il battesimo e le sue conseguenze.
La chiamata è personale: Giovanni interpella ciascuno di coloro che si rivolgono a lui, chiedendo di soccorrere chi si trova in stato di necessità, di compiere il proprio servizio senza pretendere nulla in cambio. In due parole: misericordia e giustizia, due virtù che si incontrano e si declinano nel concreto delle nostre vite, secondo modalità personali e caratteri unici per ciascun uomo. Anche la risposta deve essere personale: non usiamo giustizia e misericordia perché ce lo impone lo stato o qualche altra organizzazione, ma per preparare la via del Signore e raddrizzare i suoi sentieri. All’uomo che recupera la sua dignità e vive in comunione con gli altri viene proposto un incontro straordinario con Colui al quale «non siamo degni di slegare i lacci dei sandali».
 La potenza di Dio non vuole sopraffare o annichilire l’uomo, ma avvicinarsi a lui, con una parola chiave che è “incontro”.
 In tale incontro, si uniscono la natura umana, purificata dall’acqua battesimale, con la presenza di Dio e del suo Spirito. Con il battesimo ognuno di noi incontra Dio in maniera personale: viene inserito nel mistero della sua morte e della sua resurrezione, e riceve una vita nuova, che è la stessa vita di Dio.

Padre, per il tuo generoso amore, consenti a questa vita di scorrere abbondante nell’esistenza del tuo popolo perché possa portare la tua gioia all’intera famiglia umana. Brucia la pula della banalità del male e attraversaci con la bellezza antica e sempre nuova della tua forte presenza. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

II DOMENICA DI AVVENTO

Sab, 12/08/2018 - 18:00
Liturgia del:  9 dicembre 2018

La Parola del giorno: Bar 5,1-9; Sal 125; Fil 1,4-6.8-11

Dal Vangelo secondo Luca (3,1-6)

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:
«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

Il brano evangelico si apre in un modo che ci appare insolito, quasi fosse l’inizio di una saga epica, ma la risposta ai nostri dubbi è più semplice di quel che pensiamo: l’evangelista Luca vuole introdurre il personaggio di Giovanni Battista presentandolo come un antico profeta. L’inizio di questo capitolo, infatti, richiama proprio l’incipit dei libri dei profeti, come ad esempio quello del profeta Isaia ed altri ancora. Inoltre Luca vuole fornirci dei particolari per collocare questa vicenda in un tempo e in un luogo precisi, per dirci che la “storia della salvezza” incontra quella dell’uomo. Giovanni è una figura molto importante. Tutta la sua vita e la sua predicazione sono finalizzate ad annunciare la venuta di Gesù tra di noi. Il Battista può svolgere la sua missione perché viene scelto da Dio, esattamente come i profeti dell’Antico Testamento. Giovanni è presentato come un profeta che si dà molto da fare: egli percorre senza sosta tutta la regione del Giordano per invitare gli uomini a convertirsi e a prepararsi all’incontro con Gesù. Giovanni, col suo appello a un battesimo di conversione, ci invita ad accogliere l’amore del Signore cambiando il nostro modo di vivere. Cambiare radicalmente la nostra vita significa cominciare ad accorgersi delle persone che vivono intorno a noi; significa praticare la giustizia perché non si può accettare che un uomo, che è tuo fratello, sia offeso nella sua dignità. Il battesimo con acqua, che Giovanni amministra, diventa un segno della promessa di salvezza che Gesù compie e ci dona nel battesimo sacramentale, col quale riceviamo lo Spirito Santo. Questo brano si chiude riportando le parole con le quali il profeta Isaia annunciava al popolo di Israele il ritorno in patria dall’esilio di Babilonia, così come molto tempo prima gli ebri avevano fatto per tornare dall’Egitto a Gerusalemme. Il richiamo all’esperienza trascorsa dagli israeliti nel deserto è un invito a fare silenzio dentro di noi per prepararci ad ascoltare la parola di Dio. Giovanni Battista, per mezzo delle parole di Isaia, ci invita a raddrizzare la strada della nostra vita, eliminando tutti quegli ostacoli che ci impediscono di ascoltare e incontrare Dio. La strada indicata da Giovanni è lunga e faticosa, ma il brano si chiude con la promessa dell’incontro con Gesù che si incarna per salvare tutti gli uomini.

Giovanni Battista, aiutami ad aprire i miei occhi e il mio cuore perché io, sul tuo esempio, possa sempre riconoscere e amare Gesù nella mia vita, testimoniando e annunciando il Vangelo a tutti gli uomini.

Categorie: Azione Cattolica

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA B.V. MARIA

Mer, 12/05/2018 - 08:00
Liturgia del:  8 dicembre 2018

La Parola del giorno: Gn 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11-12

Dal Vangelo secondo Luca (1,26-38)

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Il brano del Vangelo di oggi ci racconta di quell’incontro di Dio con l’umanità che ha cambiato per sempre la storia. Accade a Nazaret, un villaggio mai nominato nella Bibbia; non in Giudea, luogo dell’ortodossia, ma in Galilea, terra meticcia, terra di confine, terra di mescolanza di razze e di religioni, come sono oggi le nostre città e i nostri paesi; non in un tempio ma in una casa; non con un sacerdote, ma con una normalissima ragazza; non nell’ora più importante dal punto di vista liturgico e rituale, ma nella quotidianità, forse quella dei lavori domestici. Dio entra nella vita di Maria, come nella nostra, nella quotidianità dell’esistenza, nelle pieghe dei giorni festivi e in quelli pieni di lacrime. La prima parola dell’angelo è molto di più di un semplice saluto: è un invito ad essere felice. “Rallegrati, sii felice”; non chiede: “prega, inginocchiati, fai questo o quello”. Ma semplicemente: “apriti alla gioia, come una porta si apre al sole”. Dio si avvicina a ciascuno di noi e ci stringe in un abbraccio. «Non temere...». Parole ripetute nella Bibbia per 365 volte, come se Dio ci desse l’opportunità, almeno una volta al giorno, di trovare nella Scrittura la ragione della nostra gioia. «Concepirai un figlio...». La prima parola di Maria non è un sì, ma una domanda: “come è possibile?”. «... Non ci sta ad essere presa in giro, racconta a quell’Angelo di passaggio la sua fatica d’essere rimasta vergine. Sta davanti a Dio con tutta la sua dignità umana, con il suo bisogno di capire. Usa l’intelligenza e poi pronuncia il suo sì, che allora ha la potenza di un sì libero e creativo» (M. Pozza). «Eccomi, sono la serva del Signore. Sia fatto di me secondo la tua parola». È la resa di Maria, l’esatto opposto della rassegnazione: chi si rassegna decide di morire, chi si arrende a Lui diventa Cielo. Da questo incontro nasce per Maria una responsabilità. La stessa cosa accade per noi: essere risposta per l’altro. La storia di Maria è la nostra storia. Ogni giorno l’angelo è inviato nelle nostre case per dirci: “rallegrati, sei pieno di grazia! Dio è dentro di te e ti colma la vita di vita”.

Santa Maria, donna senza retorica, la cui sovrumana grandezza è sospesa al rapidissimo fremito di un «fiat» , prega per noi peccatori, perennemente esposti, tra convalescenze e ricadute, all’intossicazione di parole. Proteggi le nostre labbra da gonfiori inutili. Fa’ che le nostre voci, ridotte all’essenziale, partano sempre dai recinti del mistero e rechino il profumo del silenzio. Rendici, come te, sacramento della trasparenza. (Don Tonino Bello)

Categorie: Azione Cattolica

I DOMENICA DI AVVENTO

Mer, 11/28/2018 - 08:00
Liturgia del:  2 dicembre 2018

La Parola del giorno: Ger 33,14-16; Sal 24; 1Ts 3,12-4,2

Dal Vangelo secondo Luca (21,25-28.34-36)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Inizia un nuovo anno liturgico, una nuova occasione che Dio offre al suo popolo per rendere i suoi passi spediti nella sequela. Comincia risvegliando in noi la capacità di attendere, spesso resa opaca da un cuore pieno di cose vane o pieno di dolore. Eppure l’attesa è l’alfabeto della nostra vita: di una mamma incinta o di un papà disoccupato, di un alunno che s’affatica, di un paziente prossimo alla sala d’attesa o di un viaggiatore sul binario di una ferrovia. Per il credente è l’attesa di Dio stesso che, nonostante i conti sembrano non tornarci più, anche quest’anno ricomincia daccapo perché a noi uomini manca ancora un briciolo di Cielo per ricomporre i cocci della nostra esistenza e ritrovare il filo di quella domanda che abita il cuore dell’uomo, la cui risposta sarà comprensibile non con l’udito, ma con gli occhi. Perché sarà una risposta da contemplare: «Signore, quando un giorno riporrai nel granaio la tua Creazione, spalancaci le porte e facci entrare là dove non ci verrà più risposto, perché non ci sarà più nessuna risposta da dare. Ma solo la beatitudine, soluzione di ogni domanda e volto che appaga» (A. de Saint-Exupéry). L’Avvento non è solo il tempo in cui si attende la nascita di Gesù. «Ci saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia...». Tra guerre, violenze finanziarie, lavori saltuari e una dilagante povertà, tra affetti frantumati e paure di amare rischiamo di crollare e di arrenderci. La paura e l’apatia a volte inquinano le nostre vite e le nostre comunità: sembra prevalere il forte e l’arrogante, ci sentiamo come pesci fuor d’acqua. Il Vangelo, oggi, ci prende per mano, ci porta fuori dalla porta di casa, ci invita a guardare in alto, a percepire il mondo pulsare attorno a noi, a sentirci parte di una immensa vita. Che patisce, che soffre, che si contorce come una partoriente (Is 13,8), ma per produrre vita...
 Ci insegna a leggere il presente e la storia come grembo di futuro, a non fermarci all’oggi, ma a guardare avanti: questo mondo porta un altro mondo nel grembo. Un mondo più buono e più giusto, dove Dio viene, si fa vicino: amico e compagno del cammino della vita. Ci aiuta a non smarrire il cuore, a non appesantirlo di paure e delusioni. La preghiera e la meditazione della Parola, quella stessa Parola che creò dal nulla le cose che sono, ancora ricreano l’oggi di Dio.

Santa Maria, vergine dell’attesa, [...] di fronte ai cambi che scuotono la storia, donaci di sentire sulla pelle i brividi dei cominciamenti. Facci capire che non basta accogliere: bisogna attendere. Accogliere talvolta è segno di rassegnazione. Attendere è sempre segno di speranza. Rendici, perciò, ministri dell’attesa. E il Signore che viene, vergine dell’Avvento, ci sorprenda, anche per la tua materna complicità, con la lampada in mano. (Don Tonino Bello)

Categorie: Azione Cattolica

CRISTO RE DELL’UNIVERSO

Mer, 11/21/2018 - 07:00
Liturgia del:  25 novembre 2018

La Parola del giorno: Dn 7,13-14; Salmo 92 (93); Ap 1,5-8

Dal Vangelo secondo Giovanni (18,33b-37) In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Affermando che il suo Regno non è di questo mondo, il Signore Gesù ci aiuta a collocare la celebrazione della sua regalità fuori dalle dimensioni di spazio e di tempo che, inevitabilmente, caratterizzano ogni realtà di questo mondo. Il Regno di Dio, infatti, ha per confine la libertà di ciascuno: si dilata e, talvolta, può anche ridimensionarsi in base all’accoglienza che ogni coscienza fa della Parola, della grazia dei sacramenti, della fraternità che ci è offerta nella Chiesa. Ascoltando le numerose parabole che Gesù utilizza per descrivere il Regno, noi possiamo provare a capire che siamo di fronte non a un luogo geografico, ma a un modo di abitare la terra. Il non essere di questo mondo non prelude a fantasiose scoperte astronomiche, ma alla capacità di cercare un modo di essere, di pensare, di vivere che non abbia come criterio il pensiero dominante, ma l’ascolto della voce dello Spirito. Celebrare questa solennità al termine di un anno liturgico significa tentare, per quanto possibile, un bilancio degli ultimi dodici mesi. Come festeggiare, infatti, Cristo Re se non domandandoci, con semplicità e con serietà, se la nostra vita personale rappresenti un limite o una spinta allo sviluppo, al dilatarsi di questo Regno? Come abbiamo vissuto il nostro legame con il Signore? Di cosa lo abbiamo nutrito? Dichiararsi per la regalità di Cristo significa pure affermare il suo primato sulle nostre scelte, sui nostri giudizi; talvolta questa dinamica è messa in discussione dal pensare a un Dio il cui ruolo sarebbe quello non di suscitare, ma di “approvare” quanto da noi deciso autonomamente. L’atteggiamento di Gesù davanti a Pilato viene poi a ricordarci il valore della semplicità. Semplice, letteralmente, significa “senza pieghe”, senza doppiezze. Per questo Gesù può essere testimone della verità: la sua parola non dipende dal consenso, dall’opportunità del momento, ma unicamente dal desiderio di portare avanti il progetto del Padre. Al di là dei più o meno sommari giudizi che con facilità finiamo per dare ai “re” del nostro tempo e della nostra società – siano essi investiti di una responsabilità pubblica o in grado, per popolarità o condizione economica, di condizionare la vita di molti – ciascuno di noi è comunque chiamato a interrogarsi sulla coerenza che tenta di realizzare tra i valori del Vangelo e la sua esistenza di ogni giorno.

 

Signore, tu sei Re. Aiutaci a vincere la tentazione di dominare gli uni sugli altri. Mostraci la regalità della croce che è dono, fino al sacrificio. Ascoltare la tua voce significa farti spazio nella coscienza: che tu possa regnare nelle nostre vite.

Categorie: Azione Cattolica

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 11/14/2018 - 07:00
Liturgia del:  18 novembre 2018

La Parola del giorno: Dn 12,1-3; Salmo 15 (16); Eb 10,11-14.18

Dal Vangelo secondo Marco (13,24-32) In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

Con un linguaggio dai toni accesi, per molti versi tipico della letteratura cosiddetta “apocalittica” che Gesù conosce e utilizza, il Signore ci raggiunge – quasi alla fine dell’anno liturgico – per esortarci a quella vigilanza che, in modo più prolungato, sarà oggetto di meditazione nelle liturgie di Avvento. Non c’è qui la premura di incutere paura negli ascoltatori di allora e nei lettori di oggi, quanto la volontà di annunciare la manifestazione della signoria di Dio su tutta la creazione (da cui il riferimento agli elementi cosmici). Gesù esorta non alla paura (dalla quale, al contrario, è venuto a liberare gli uomini) ma alla fiducia: nel tenere nascosti il giorno e l’ora, infatti, non c’è una volontà di minaccia. Il Padre è colui che ha creato il mondo, che lo custodisce, che ne desidera la pace. In lui non si tratta tanto di scoprire “la” fine, quasi che il mondo fosse uno dei tanti prodotti a scadenza; piuttosto nel Padre noi conosciamo “il” fine, il senso in cui la storia è incamminata. Sappiamo che questo senso è la salvezza, offerta a tutti gli uomini. E, nella misura in cui noi prendiamo coscienza di questa direzione verso la quale tendere, il “quando” può persino passare in secondo piano: nelle parole di Gesù c’è un modo per sottolineare la signoria del Padre, ma anche un modo per invitarci a custodire una fiducia, anche quando i tempi di Dio non collimano con le attese umane. Per custodire la fiducia, il Signore ci invita a nutrirci della sua Parola, l’unica realtà che egli stesso definisce capace di reggere la sfida del tempo, di un’attesa che può divenire snervante o inquieta. Dio parla: si rende presente e ci fa udire la sua voce. La Scrittura è il punto di riferimento imprescindibile per udire questa Parola. In questa domenica con tutta la Chiesa siamo anche chiamati a metterci in ascolto della voce – spesso del grido – dei più poveri: sono anch’essi segno della presenza del Signore il quale, forse, chiede alla sua Chiesa di divenire voce di chi non ha voce, di portare la parola di chi non è ascoltato da nessuno: viviamo insieme la “Giornata mondiale dei poveri” e diveniamo strumenti di misericordia.

Nelle tue mani, o Padre, c’è l’amore per ogni tua creatura: tu ci hai plasmato, tu ci custodisci. Aiutaci a riconoscerti presente e operante nelle nostre vite. Rendici attenti alla tua Parola come al grido dei poveri. Venga il tuo Regno!

Categorie: Azione Cattolica

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 11/07/2018 - 07:00
Liturgia del:  11 novembre 2018

La Parola del giorno: 1Re 17,10-16; Salmo 145 (146); Eb 9,24-28

Dal Vangelo secondo Marco (12,38-44) In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Ai tempi di Gesù l’importanza degli scribi era accresciuta a dismisura: erano loro a custodire la legge, loro a interpretarla, loro a giudicare chi la violava. Gesù li accusa pesantemente, senza mezze misure. Sono vanitosi e fanno del loro servizio una smisurata ricerca di potere. Amano indossare una divisa per farsi riconoscere, amano il rispetto timoroso dei poveri cittadini, amano essere considerati come delle autorità, sono sempre presenti agli eventi sociali, godono della loro posizione e non perdono l’occasione per mettersi in mostra. Peggio. Gli scribi divorano i denari delle vedove. La condizione della vedova, perciò, era la peggiore che si potesse immaginare: sola, senza sussistenza economica, disprezzata perché mendicante o prostituta. Ma ricercata dagli scribi che riuscivano a ricevere donazioni o elemosine da donne rimaste sole e plagiate in nome di Dio. Di fronte a questi atteggiamenti Gesù propone, a sorpresa, il modello di una vedova che, umilmente, vede entrare nel tempio. Così la vedova del Vangelo getta nel tesoro del Tempio qualche euro, mentre i notabili della città e i devoti si spintonano per far notare le somme considerevoli che versano nelle casse del Tempio appena ricostruito. Gesù loda la generosità di questa donna che ha dato il suo necessario come offerta a Dio, e ignora le generose offerte pubblicate e i titoli cubitali del miliardario di turno. La vedova del Vangelo – ingenua – mette quel poco che ha per il Tempio, per Dio. Non sa dove finiranno i soldi, forse saranno disprezzati dal sacrestano del Tempio, forse serviranno a comperare detersivo per i pavimenti... Poco importa, il suo gesto è assoluto, profetico, colmo di una tenerezza infinita. «Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri» perché «nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere», afferma Gesù. La misura della generosità non è quindi da calcolare con il tanto o con il poco, ma da quanto ci costa realmente il dono che offriamo: è troppo facile dare il superfluo come fanno i ricchi. Dare tutto è veramente difficile, ma è anche segno dell’amore vero.

Signore Gesù rendici generosi e umili perché tu ci hai annunciato il Regno di Dio divenendo servo per amore e donando la tua vita fino alla morte. Signore Gesù rendici generosi e umili perché il Regno di Dio è offerto a quanti accettano l’amore senza misura del Padre e sono felici di essere suoi figli.

Categorie: Azione Cattolica

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Gio, 11/01/2018 - 19:00
Liturgia del:  4 novembre 2018

La Parola del giorno: Dt 6,2-6; Salmo 17 (18); Eb 7,23-28

Dal Vangelo secondo Marco (12,28b-34) In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

«Ogni volta che ci incontriamo con un essere umano nell’amore, ci mettiamo nella condizione di scoprire qualcosa di nuovo riguardo a Dio. Ogni volta che apriamo gli occhi per riconoscere l’altro, viene maggiormente illuminata la fede per riconoscere Dio» (Eg 272). Per entrare in relazione con l’altro è necessario l’incontro, è necessario aprirsi: “ascolta Israele!”. Nell’ascolto c’è il desiderio dell’altro che voglio far entrare dentro di me: l’ascolto è portare dentro. Solo così si arriva a tutto il cuore, a tutta la mente, a tutta la forza e a tutta l’anima, si arriva all’intero. L’ascolto è l’atteggiamento principale nella relazione con Dio. Amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutta la forza è cogliere Dio nell’intero, nella relazione creatura-Creatore, non diviso.
È pure un modo per rileggere quella sintesi tra fede e vita che rappresenta la meta di ogni autentico cammino di spiritualità: essa è tale non quando riguarda una parte (fosse anche la più profonda), ma quando coinvolge l’esistenza intera. Spesso Gesù si è trovato a criticare coloro che distinguevano nettamente gli olocausti e i sacrifici dal resto della loro vita. L’Evangelii gaudium ci invita ad essere missionari in questa dinamica di apertura e di incontro perché «Non si vive meglio fuggendo dagli altri, nascondendosi, negandosi alla condivisione» (Eg 272). È lo scriba stesso, colui che aveva posto al Signore un interrogativo ricorrente per la ricerca religiosa del tempo (e forse non solo di allora), a cogliere il valore che Gesù sceglie di dare alla relazione con gli altri: «vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Una relazione, come detto sopra, che nasce dall’ascolto: è il primo modo per dire a qualcuno che è importante per me, che lo sto accogliendo. E una relazione che vive di creatività: il rito (gli olocausti), pur opportuno, rischia di rinviare a una certa idea di staticità. L’amore non tollera la staticità: amerai! Significa: troverai modi sempre nuovi per dire il valore dei legami che rendono bella e stabile la tua esistenza. Per dire a Dio e agli altri come la loro presenza non ti trovi indifferente, ma disponibile e in attesa.

 

Liberaci Signore dalle troppe parole: donaci la capacità di ascoltare, di tenere la porta aperta a te e agli altri. Donaci l’apertura del cuore che è fonte di felicità perché ci consente di amare noi stessi come creature, che ci consente di amare chi ci ha donato come noi stessi.

Categorie: Azione Cattolica

TUTTI I SANTI

Mer, 10/31/2018 - 07:00
Liturgia del:  1 novembre 2018

La Parola del giorno: Ap 7,2-4.9-14; Salmo 23 (24); 1Gv 3,1-3

Dal Vangelo secondo Matteo (5,1-12a) In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

La santità inizia dal cuore. E neppure dal nostro, ma da quello del Signore. Inizia dal suo sguardo: «Vedendo le folle». Il Vangelo in più punti descrive gli occhi di Gesù come capaci non solo di guardare, ma di vedere in profondità, di saper scorgere volontà e soprattutto fatiche, bisogni; occhi capaci di stupore, di meraviglia e di stima davanti alla fede delle persone, alla loro fermezza e perseveranza. La santità sono gli occhi di Gesù che davanti alla folla prova ad aprire strade nuove, inedite, impensate. La santità sul Monte delle beatitudini diventa per tutti. Non solo per i perfetti, per gli uomini segnati da una condotta irreprensibile ed esigente. Ma pure per chi attraversa, per vari motivi, una sofferenza. Per chi vive un’attesa. Per chi ha scelto – come i miti e i pacifici/pacificatori – una strada che ad altri potrebbe apparire incomprensibile e insensata. La santità che questo Vangelo e questa festa ci presentano non inizia da noi. La prima beatitudine, infatti, è quella di chi è mancante, di chi ha bisogno. È la santità di chi non può raccontare (accampando magari meriti) cosa ha fatto per Dio e per gli altri, ponendosi al centro; ma di chi tende incessantemente la mano, verso Dio e verso gli altri, perché senza di loro non può vivere, senza di loro si sente incompleto. La povertà di spirito custodisce le persone nell’accoglienza, perché non pone nessuno più in alto degli altri, ma gli uni in aiuto degli altri con semplicità. La santità che questo Vangelo propone è l’imitazione della vita di Gesù: le beatitudini sono il suo ritratto che si farà nitido sulla croce, quando egli sperimenterà la povertà radicale; quando sceglierà la via della mitezza e del perdono; quando urlerà la sua sete di giustizia; quando sacrificherà se stesso per una definitiva alleanza di pace. La santità che questo Vangelo propone non è fatta di volti tristi, austeri, rinunciatari. È la santità di chi, digiunando, si profuma il volto. È la santità dei gioiosi, perché non c’è spazio per un compromesso tra santità e tristezza. È la santità del coraggio (la parola “beati” ha anche una possibile altra traduzione con “avanti”), nemica di ogni forma di rassegnazione.

 

Tu ci chiami alla santità. Aiutaci a non rinunciare a questo orizzonte esigente e gioioso. Facci sentire avvolti dalla preghiera e dall’amicizia di un numero sterminato di testimoni che hanno amato te e hanno saputo amare come te.

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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/24/2018 - 08:00
Liturgia del:  28 ottobre 2018

La Parola del giorno: Ger 31,7-9; Salmo 125 (126); Eb 5,1-6

Dal Vangelo secondo Marco (10,46-52) In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Solo chi vede, segue. La guarigione del cieco di Gerico si comprende a partire dalla conclusione di questo testo: non una guarigione, la quale avrebbe comunque destato il nostro interesse, ma il racconto di una esperienza di ricerca e di sequela, di discepolato. Un episodio nel quale gli altri (la folla, gli apostoli) non giocano un ruolo marginale, anzi. In fasi diverse mostrano tutti i rischi e le potenzialità di una comunità cristiana. I rischi: diventare un circolo chiuso, impermeabile e sordo al grido dei poveri, che percepisce come disturbo tutto ciò che non è previsto dalle sue programmazioni pastorali, che rimprovera anziché coinvolgere. Ma anche le potenzialità: incoraggiare, rialzare, farsi eco della voce di Dio; una voce che è risposta al grido dei bisognosi, fin dalla vicenda dell’Esodo («ho udito il grido del mio popolo e sono sceso per liberarlo»).
Ascoltare e meditare questa pagina può essere l’occasione, nel tempo in cui in molti luoghi riprendono i percorsi formativi, per provare a condividere l’atteggiamento che vogliamo manifestare; per provare ad essere sempre più “ospedali da campo” più che “dogane”. Possiamo imparare da Gesù una straordinaria larghezza di cuore e di vedute. Colui che è la verità, la sapienza, si accosta con discrezione e con rispetto a Bartimeo e lascia che sia lui a decidere: “Cosa vuoi che io faccia per te?”. È un interrogativo che, ancora una volta, mette in crisi i nostri schemi e le nostre attese (pretese?) personali e comunitarie. Nell’avvicinare qualcuno, nell’ascoltarlo, nell’accoglierlo, può succedere che subentri la fretta di incasellarlo: le nostre proposte sono chiare e agli altri “basta” aderire, adeguandosi. Il Cristo (!) prova ad adeguarsi lui e lo fa a partire dalle richieste che riceve e che, addirittura, suscita. Non è ricerca del consenso; è autentica carità: lasciare che l’amore per l’altro trasformi anzitutto me stesso. Come Bartimeo, siamo chiamati a seguire il Signore “lungo la strada”. Ad essere cioè pronti all’incontro: non nell’inerzia di chi attende (talvolta borbottando) che gli altri “arrivino”, ma nella passione di chi vuole provare davvero a costruire una “Chiesa in uscita”, riflesso di un Dio che ha camminato e che sulla strada ha realizzato i suoi prodigi e mostrato la sua misericordia.

Rabbunì, Maestro, che ciascuno di noi possa vedere: il tuo amore per noi; i bisogni dei fratelli. Rendi la tua Chiesa capace di divenire trasparenza del tuo Volto: nell’accoglienza e nella disponibilità, nella fraternità e nell’ascolto.

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XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/17/2018 - 08:00
Liturgia del:  21 ottobre 2018

La Parola del giorno: Is 53,10-11; Salmo 32 (33); Eb 4,14-16

Dal Vangelo secondo Marco (10,35-45) In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Non così tra voi: l’affermazione, l’indicazione che introduce il cuore del messaggio del Vangelo di questa domenica è, per certi versi, di una portata ben più grande di quella segnalata da questo singolo episodio. Il Cristo, infatti, fin dall’inizio della sua “vita pubblica” coinvolge un gruppo di persone alle quali permette di condividere in profondità e con continuità una eccezionale esperienza di contatto con lui, di ascolto della sua parola, di contemplazione dei suoi gesti, di rilettura delle loro vicende. Attraverso questo percorso, i discepoli imparano che è possibile una vita diversa: una nuova relazione con Dio, scoperto come Padre e accogliente per la sua misericordia; una nuova relazione con gli altri, non più a partire dalla competizione e dal primeggiare, ma dal servire, dal donarsi. Noi facciamo fatica a fare i conti con la differenza. Anziché vivere riconciliati con l’idea di una pluralità, cerchiamo di capire chi e cosa siano “meglio” e “peggio” rispetto agli altri. Quando non siamo attenti, con grande facilità ci collochiamo tra i “migliori” di turno. Non così tra voi: il Signore è venuto a proporre un modo di vivere che ha certamente una specificità, una chiara modalità di organizzare i rapporti, anzitutto nella Chiesa (tra voi). Ma questo non perché possiamo sentirci migliori. La vita cristiana, dove si possiede davvero ciò che si dona, dove ogni uomo è mio fratello, dove il nemico è amato, dove il primo serve tutti gli altri… è la straordinaria vocazione che Dio ci offre; è il dono che possiamo fare al mondo; è la profezia che possiamo condividere. Non si tratta, ancora una volta, di spiegare al Signore quale sia il nostro progetto, ma di provare a fidarci ed assumere fino in fondo il suo disegno sul mondo e sull’uomo.

 

Essere i primi è affascinante, Signore: lo vediamo alla fine di ogni gara sportiva. Invochiamo il tuo Spirito affinché ci aiuti, anzitutto, a lasciare a te il primo posto nella nostra vita. E perché ci faccia gioire nel servizio, crescere nella fraternità, maturare nella coscienza della nostra vocazione.

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/10/2018 - 08:00
Liturgia del:  14 ottobre 2018

La Parola del giorno: Sap 7,7-11; Salmo 89 (90); Eb 4,12-13

Dal Vangelo secondo Marco (10,17-30) In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

Sembra che il centro gravitazionale di tutto il racconto sia espresso nella frase «Una cosa sola ti manca!» (v. 21). E che cosa? È qui che Gesù, fissandolo, lo ama. Questo gli manca: mettersi in sintonia con lo sguardo di amore e di libertà del Signore Gesù. Egli non riesce a lasciarsi amare. Era un giovane perfetto, capace persino di “correre” verso Gesù e di “gettarsi in ginocchio” davanti a Lui (v. 17). Ma nonostante questo, egli sfugge al suo sguardo, non permette al Signore di fare il primo passo nei suoi confronti e nella sua vita, rimanendone lui il protagonista. Il motivo per cui questo giovane del Vangelo abbandona Gesù, facendosi “scuro in volto” e “rattristandosi”, è perché “possedeva molti beni” (v. 22). Egli, infatti, era pieno di sé e ricco di tante cose; e persino l’osservanza scrupolosa della legge era diventata un modo per piacersi e compiacersi, per essere compiaciuto dagli altri. Per avere la vita e la gioia piena non ci si può affidare ad una sterile e, alla fin fine, compiaciuta osservanza delle norme morali, finanche fatta a fin di bene, ma il possesso della vita gustosa e senza fine è riservato a coloro che con umiltà e amorevolezza si lasciano fissare e amare da Gesù, per essere da Lui pienamente emancipati e totalmente liberati.

O Signore Gesù, non distogliere i tuoi occhi da ciascuno di noi. Signore della nostra vita, sii tu l’unica nostra ricchezza, perché abbandonandoci in te avvertiamo il gusto della vita e la gioia vera e autentica senza tramonto. Amen.

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XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/03/2018 - 08:00
Liturgia del:  7 ottobre 2018

La Parola del giorno: Gen 2,18-24; Salmo 127 (128); Eb 2,9-11

Dal Vangelo secondo Marco (10,2-16) In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio». Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

Venuto tra gli uomini per rinnovare una comunione con Dio, il Signore Gesù aiuta a rileggere e a scoprire il significato autentico delle relazioni tra gli uomini. Come ci viene ricordato altrove, egli non viene per abolire, ma per mostrare il cuore della legge, che è l’amore. Nel Vangelo di questa domenica vi è anzitutto un aiuto in questo senso, attraverso l’annuncio di uno dei più bei modi di agire da parte di Dio nella storia: «Dio ha congiunto». Dio unisce: è questa la bella notizia. La Trinità manifesta oltre se stessa ciò che vive: l’essere insieme, gli uni con gli altri, gli uni per gli altri. L’occhio dei farisei – e il nostro, troppo spesso, non è diverso – è annebbiato dallo scrupolo e, forse, da una comoda ricerca di deresponsabilizzazione: lasciamo decidere alla legge, anteponendola al fratello e pure alla cura della coscienza che è il luogo nel quale possiamo verificare la qualità delle nostre relazioni a partire dal nostro essere con e per gli altri, come Dio. Gesù non viene a diminuire la portata di ciò che ai tempi di Mosè era stato possibile stabilire, ma non rinuncia a ricordare che tutto questo è accaduto per la “durezza del cuore”: persone incapaci di amare; convinte di poter vedere gli altri come oggetti; alla ricerca di modi “legali” per giustificare le proprie infedeltà, le proprie superficialità e intemperanze. Dio congiunge, Dio unisce e chi sa di essere stato creato a sua immagine e somiglianza non può che trovare in questo Vangelo, a qualunque stato di vita appartenga, una chiara indicazione per la sua esistenza: siamo chiamati a diventare creatori di alleanze, uomini e donne di comunione, di perdono, di riconciliazione. Apparteniamo gli uni agli altri.

Tu non vieni a giudicare, ma a dare vita. La tua voce ci raggiunge non per moltiplicare gli scrupoli ma per generare una nuova e più profonda fedeltà degli uomini tra loro. Non abbandonarci o Dio, nostra speranza.

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/26/2018 - 08:00
Liturgia del:  30 settembre 2018

La Parola del giorno: Nm 11,25-29; Salmo 18 (19); Gc 5,1-6

Dal Vangelo secondo Marco (9,38-43.45.47-48) In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».

Perenne tentazione dei discepoli è quella di usare atteggiamenti diversi e contraddittori. Nella pagina che ascoltiamo in questa domenica troviamo una situazione che, in forme diverse, si ripresenta a interpellare la coscienza di ciascuno. Gesù si trova ad avere a che fare con un gruppo di apostoli molto severi nei confronti degli altri discepoli, ma incapaci di assumersi la responsabilità personale del male commesso. Capita così anche a noi, in quella strana ma possibile forma di “slealtà spirituale” che ci trova disponibili al compromesso quando si tratta di giustificare le nostre mancanze, ma assolutamente intransigenti verso le fragilità altrui. Gesù restituisce armonia ai rapporti, con semplicità e limpidezza. Ci invita a saper cogliere e valorizzare il bene, da qualunque parte provenga: chi non è contro di noi è per noi. Nella vita ecclesiale e sociale diventa oggi persino urgente scegliere uno stile di alleanza con quanti sono impegnati nella ricerca della pace, nella lotta contro le ingiustizie, nella promozione della dignità di ciascuno. Talvolta, nelle esperienze di comunità, noi ci troviamo quasi soffocati nelle lotte intestine fatte di mormorazione, di competizione, di distanze crescenti: l’Evangelii gaudium ci ricorda la bellezza e il valore di avviare processi, prima che di occupare spazi. L’unica alleanza da non promuovere è quella con il peccato e, in essa, quella con la mediocrità che ci porta a mirare alla “sufficienza”, come uno studente in crisi; che cerca la bontà “per differenza”, nel continuo paragone con le malefatte altrui per sentirci meno colpevoli delle nostre. Tagliare e gettare non sono i gesti dell’insensatezza, ma del coraggio. E della lealtà di coloro che non esigono da altri una conversione, che non stiano cercando essi stessi per primi.

 

Donami, Signore, il tuo Santo Spirito. Spirito di semplicità, per vedere il bene compiuto da ciascuno. Spirito di verità, per conoscere e superare le mie incoerenze. Spirito di misericordia per ricominciare sempre e per incoraggiare ciascuno.

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/19/2018 - 08:00
Liturgia del:  23 settembre 2018

La Parola del giorno: Sap 2,12.17-20; Salmo 53 (54); Gc 3,16-4,3

Dal Vangelo secondo Marco (9,30-37) In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Gesù è in viaggio verso Gerusalemme dove si concluderà drammaticamente la sua esistenza terrena, apparentemente da uomo sconfitto. Gesù, quindi, sente la necessità, attraversando la Galilea, di preparare i suoi discepoli a questo evento, richiamando alla loro memoria la visione del profeta Isaia sul servo sofferente. È già stato scritto. Il Figlio dell’uomo dovrà patire molto, verrà ucciso ma, dopo tre giorni risorgerà. È la via segnata per compiere la redenzione dell’uomo e instaurare il nuovo Regno di Dio sulla terra. I discepoli, per la seconda volta – la prima l’abbiamo vissuta domenica scorsa – non capiscono e tacciono, timorosi di chiedere spiegazioni al loro Maestro. Gesù non si arrende. Giunti a Cafarnao, si rivolge direttamente ai Dodici e, dopo aver messo a nudo i loro pensieri, dice chiaramente che seguire Lui, far parte del suo gregge, non è inseguire onori, gloria e potere ma servire, servire gli altri, non dominarli. È l’invito che, oggi, Gesù rivolge anche a noi che, forse, non abbiamo ancora imparato la logica del crocifisso. Ci attardiamo ancora a discutere su chi fra noi dev’essere il più grande. L’orgoglio, l’ambizione, il prestigio, l’amor proprio, i privilegi, gli onori, la popolarità, la superiorità, il desiderio di primeggiare, l’invidia, la faziosità, l’indifferenza diventano valori da affermare, e non importa se, per farli emergere, si calpestano gli altri. E il Signore? Il suo insegnamento? Il suo esempio? In una competizione se predomina l’io non c’è posto per Dio. Lasciamo che le nostre comunità non siano segnate dalla competizione tra chi “sa” e “fa” di più, ma restino (o diventino) i luoghi nei quali condividere anzitutto i propri bisogni, quella povertà che ci fa beati e che ci conserva accoglienti. Ascoltiamo, dunque, la Parola che ci esorta a vivere i nostri comportamenti secondo i modelli del servo e del bambino. Il servo evoca l’atteggiamento di fedeltà e di obbedienza ai comandi del padrone, il bambino quello di debolezza, d’impotenza, ma anche di estrema fiducia: il bambino fra le braccia della mamma si sente sicuro e protetto, come noi lo potremo essere fra le braccia di Dio.

 

Signore, mi rendo conto che anch’io a volte sono testardo come i discepoli che tu istruivi. Aiutami, Signore, a vincere l’egoismo, a combattere l’indifferenza verso il dolore altrui, a rifuggire dai compromessi.

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XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/12/2018 - 08:00
Liturgia del:  16 settembre 2018

La Parola del giorno: Is 50,5-9a; Salmo 114 (116); Gc 2,14-18

Dal Vangelo secondo Marco (8,27-35) In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

“Chi è Gesù?”. Le risposte non sono tutte concordanti. Molte sono di convenienza. Il tirare Gesù dalla propria parte, parlargli, magari in disparte, come fa Pietro, per suggerirgli qualcosa o fargli dire quello che fa comodo, e non solo in campo politico e sociale, sarebbe un bel credito. La confusione serpeggiava anche tra gli apostoli e i discepoli, nonostante i miracoli di Gesù, vere prove della sua messianicità. Allora Gesù li interroga: «La gente, chi dice che io sia?». La risposta è generica, vaga anche se considerevole. Gesù li incalza: «Ma voi, chi dite che io sia?». E Pietro: «Tu sei il Cristo». Giusto. Ma quale Cristo? Gesù lo delinea chiaramente. È l’uomo che “ha aperto l’orecchio a Dio e non ha opposto resistenza”, deciso a portare a termine la missione per cui si è incarnato, affrontando sofferenze indicibili, rifiuti, umiliazioni, morte in croce. No, non è il Cristo immaginato da Pietro. Ed io, oggi, a Gesù che mi interpella: «E tu, chi dici che io sia?», cosa rispondo? Oserei dire che ne so più di Pietro, dopo aver letto dei Concili, aver ascoltato i tanti profeti di ieri e di oggi, aver studiato il catechismo: ma non è questo il punto. Il Signore non resta chiuso nelle mie definizioni. In fondo, per il fatto di essere discepoli, rispondere all’interrogativo sulla sua identità, significa inevitabilmente essere portati a comprendere, di conseguenza, la nostra vocazione e missione. Egli vuole che rinneghi me stesso e mi carichi della croce, se lo amo e voglio mettermi alla sua sequela. Mi chiede che abbandoni il mio egoismo, che non insegua privilegi o posizioni di potere, e prenda la croce che mi tocca, portandola con lo stesso atteggiamento con cui Lui ha portato la sua. È la rotta da seguire se voglio vincere in Lui il dolore, l’ingiustizia e la morte, se non voglio perdere la vita, se voglio vivere in eterno l’amore di Dio insieme a tutti i suoi figli e fratelli.

 

Chiedermi chi tu sia è scoprire chi posso diventare io. Seguirti sulla via della croce è comprendere quale sia la vera vita. Aiutaci Signore a non essere sazi delle nostre risposte ma sempre stimolati dalle tue domande. Tu sei il Cristo.

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XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/05/2018 - 08:00
Liturgia del:  9 settembre 2018

La Parola del giorno: Is 35,4-7a; Salmo 145 (146); Gc 2,1-5

Dal Vangelo secondo Marco (7,31-37) In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Gesù si trova nella regione pagana di Tiro, la Decapoli. Operare in quella terra il miracolo vuole significare l’apertura universale del Vangelo: ogni uomo e ogni donna, ovunque essi abitino e a qualunque cultura appartengano, possono essere raggiunti dalla parola di Dio e toccati dalla sua misericordia. Gesù porta il sordomuto in disparte, lontano dalla folla, quasi a sottolineare la necessità di un rapporto personale diretto, intimo, tra lui e il malato. I miracoli, infatti, a differenza di quel che superficialmente si crede, non avvengono in un clima di esaltazione e di magia, ma nell’ambito di un’amicizia profonda e fiduciosa in Dio. Gesù conduce in disparte quell’uomo e, seguendo un’antica consuetudine, gli pone le dita sugli occhi e poi con la saliva gli tocca la lingua. Gesù, amico degli uomini, soprattutto dei deboli, guarda con affetto e con misericordia quell’uomo. Gesù non si rivolge all’orecchio e alla bocca ma all’uomo intero, all’intera persona.
C’è un legame stretto tra ascolto della parola e capacità di comunicare. Chi non ascolta resta muto, anche nella fede. Questo miracolo ci fa riflettere sul legame che c’è tra le nostre parole e la parola di Dio. Spesso noi non poniamo sufficiente attenzione al peso che hanno le nostre parole. È necessario perciò anzitutto ascoltare la “parola” di Dio perché essa purifichi e fecondi le nostre “parole”, il nostro stesso modo di esprimerci. Per i cristiani si tratta di una responsabilità grande, anche in ordine alla missione evangelizzatrice che domanda, insieme a una limpida e gioiosa testimonianza di vita, la capacità di comunicare. La guarigione del sordomuto acquista significato mentre riprendiamo il nostro normale lavoro, perché ci indica che dobbiamo anzitutto ascoltare Dio e poi comunicare agli uomini il suo amore. Ci invita anche a domandarci con sincerità verso quali situazioni (sociali, comunitarie) e, meglio ancora, verso quali persone sentiamo di vivere una qualche forma di chiusura. L’invito di Gesù, che porta guarigione e novità, a quale livello raggiunge i miei giudizi e le mie scelte? “Apriti” è il comando che Gesù oggi rivolge, attraverso il magistero del papa, a una Chiesa chiamata a vivere “in uscita”: come mi lascio coinvolgere da questo testo e dalla carica trasformante che può trasmettermi?

Ti preghiamo, Signore, perché tu ci dia il coraggio di accogliere e di integrare, con spirito di solidarietà e di amore. Donaci la capacità di un autentico ascolto, indispensabile per comunicare agli altri la gioia del Vangelo.

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XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/29/2018 - 08:00
Liturgia del:  2 settembre 2018

La Parola del giorno: Dt 4,1-2.6-8; Salmo 14 (15); Gc 1,17-18.21b-22.27

Dal Vangelo secondo Marco (7,1-8.14-15.21-23) In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti – quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Il Vangelo di questa domenica ci sollecita ancora una volta a una riflessione fondamentale per la nostra vita personale, per le relazioni, per i rapporti nella società, con le istituzioni e con le leggi.
Ci viene riproposta la questione del rapporto fra coscienza e legge, fra le scelte delle persone singole e il bene comune; e come la parola del Vangelo, senza confusione di piani, possa illuminare, orientare, verificare, rilanciare gli atteggiamenti più profondi, quelli che appunto attengono alla coscienza. Alcuni maestri della legge e farisei pongono a Gesù l’interrogativo sul perché alcuni dei suoi discepoli “non ubbidiscono alla legge religiosa dei padri e mangiano con mani impure”, senza cioè averle lavate secondo l’uso religioso. La risposta di Gesù è attualissima anche oggi: “Questo popolo, dice il Signore, mi onora a parole, ma nel suo cuore è molto lontano da me”, ovvero: il modo in cui mi onorano non ha valore perché insegnano come dottrina di Dio comandamenti che sono fatti da uomini. Le leggi sono da legare, sempre, alla giustizia e alla verità, altrimenti possono diventare leggi dei forti contro i deboli, stabilire discriminazioni e razzismo. La parola di Dio può ispirare le leggi umane, ma è errato decidere di identificarla in leggi, istituzioni, partiti, proprio perché il Vangelo richiama sempre a quella profondità che un assetto istituzionale, sempre riformabile, non può mai contenere. La profezia è oltre la legge, anche quando questa ne assume l’ispirazione.

 

Signore, donaci la forza di impegnarci ciascuno secondo la sua responsabilità per leggi giuste e solidali e per lo sviluppo e la costruzione del bene comune. La massima espressione della giustizia è la carità: aiutaci a non dimenticarlo, a scegliere la misericordia, a crescere nella coerenza.

Categorie: Azione Cattolica