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Aggiornato: 3 ore 53 min fa

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/10/2019 - 08:00
Liturgia del:  14 luglio 2019

La Parola del giorno: Dt 30,10-14; Sal 68; Col 1,15-20

Dal Vangelo secondo Luca (10,25-37)
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per  quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo:
“Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose:
«Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Interessante il brano del Vangelo per i protagonisti che in esso agiscono. Il dottore della Legge, che interroga Gesù, sa che tutta la Legge si riassume nell’amore, ma non vive in tale dimensione.
Volendo, infatti, giustificarsi chiede a Gesù: «Chi è il mio prossimo?». Anche per il sacerdote e il levita, che passano per la stessa strada dove c’è l’uomo “mezzo morto” e vanno oltre, sapere che “amare” è il più alto precetto etico non è sufficiente a evitare che il loro agire resti sterile. Acuta, a proposito, la riflessione di Paolo VI: «Il mondo più che di maestri ha bisogno di testimoni». E questa è la lezione di Gesù: il Samaritano, che appartiene allo stolto popolo di Samaria, è il modello da imitare per farsi prossimo di chi è nel bisogno.
Il primo momento della carità, infatti, è accorgersi del fratello e della sua sofferenza. Mentre l’indifferenza e il rifiuto dell’altro, invece, sono la negazione dell’amore, camuffata con l’ipocrisia del “non sapere” o del “non essere responsabili” di ciò che accade. Nessuno ha il diritto di stare a guardare.
Il rifiuto dell’altro, il tacere costituiscono il principale dramma del nostro tempo, che rende corresponsabili del male. E il sonno dell’indifferenza continua a lasciare sul ciglio della strada quanti si trovano vittime della violenza, della povertà, delle ingiustizie e delle guerre. Per evitare che l’amore diventi “un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente”, va nutrito con la certezza che il volto dell’altro è il volto stesso di Gesù. «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). L’amore di Dio, infatti, è la ragione per amare l’uomo e l’amore verso il prossimo è la prova che amiamo Dio non a parole, ma con i fatti.

Ho costruito all’amore
un tempio dentro di me,
Dio l’ha consacrato
e niente prevarrà
contro di esso [...].
L’Infinito non conserva
altro che l’amore,
perché l’amore è a sua immagine.
(Kahlil Gibran)

Categorie: Azione Cattolica

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/03/2019 - 08:00
Liturgia del:  7 luglio 2019

La Parola del giorno: Is 66,10-14c; Sal 65; Gal 6,14-18

Dal Vangelo secondo Luca (10,1-9 – forma breve)
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!
Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”.
Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

Le immagini usate da Gesù per descriverci il campo di azione della comunità dei credenti ci rimandano, direttamente, al lavoro di semina e di raccolta che gli agricoltori compiono, ciclicamente, in ogni parte del mondo. Viene facile pensare, magari, a enormi distese di grano coltivato o a infinite piantagioni di alberi da frutto, che attendono il nostro impegno.
Un lavoro immenso. Tanto lavoro di evangelizzazione da compiere. Tante cose da fare. Tanti incontri da organizzare, conferenze, iniziative giovanili, catechesi alle famiglie, ecc., ma la richiesta di preghiera di Gesù ci ridimensiona subito e ci calma il cuore. Il campo è di Dio e noi, tutti, possiamo lavorarci, anzi vi ci dovremmo dedicare con generosità, ma tutto sarà inutile se non ci “accorderemo” – cuore a cuore – con Lui.
Ecco la necessità della preghiera. Come giustamente afferma papa Francesco: «Senza preghiera, tu potrai fare una bella conferenza, una bella istruzione, buona, buona, ma non è la Parola di Dio. Soltanto da un cuore in preghiera può uscire la Parola di Dio» (Meditazione alla Domus Sanctae Marthae, 14 febbraio 2017). Occorre, quindi, la preghiera perché il Signore accompagni la semina nella messe. Il modo giusto per portare agli altri la parola di Dio è pregare, prima, dopo e durante la missione, con la consapevolezza che siamo creature fragili. Ecco perché ci viene presentata la figura dell’agnello.
L’agnello incute tenerezza. È indifeso, piccolo e delicato. Gesù manda gli “operai” come “agnelli in mezzo ai lupi” e li manda poveri, senza bisacce, senza tanti pesi inutili. Li manda liberi, perché non scendano a compromesso con nessuno, scadendo in favoritismi e tentazioni di potere. Così facendo sarà più facile, per questi umili operai, solidarizzare proprio con i più poveri. Ma non dovranno tralasciare nessuno, nemmeno coloro che si sentono superiori agli altri perché ricchi e potenti.
Saranno proprio la tenerezza dell’agnello e quella del Vangelo a toccare il cuore e a confondere anche coloro che abitualmente confidano solo in se stessi.

Signore Gesù, tu ci hai dato l’esempio.
Tu stesso ti sei fatto agnello mite e buono
per entrare nella nostra vita.
Riempici il cuore della tua bontà e mitezza
affinché comprendiamo che tutti siamo chiamati,
ciascuno secondo la propria vocazione,
a stare al mondo come agnelli.
Tutti chiamati a portare gioia in questo mondo. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

PENTECOSTE

Mer, 06/05/2019 - 09:00
Liturgia del:  9 giugno 2019

La Parola del giorno: At 2,1-11; Sal 103; Rm 8,8-17

Dal Vangelo secondo Giovanni (14,15-16.23b-26)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Sembra incredibile, eppure è straordinariamente vero: la Chiesa è nata da un soffio, in un giorno qualsiasi, nell’ordinaria quotidianità. In un giorno in cui un drappello di uomini, paralizzati dalla paura e asserragliati per timore del mondo esterno, sono stati spinti fuori da una bufera di vento gagliardo.
Creati con un soffio, inviati con un soffio. È il soffio dello Spirito dono del Risorto, che porta con sé i doni della pace del cuore e la capacità di perdonare.
«Avrei ancora molte cose da dirvi»: Gesù se ne va, lasciando il lavoro incompiuto, ma aprendo, davanti ai discepoli e a noi, spazi di ricerca e di scoperta, sotto il vento dello Spirito che traccia la rotta. Rimarrà con voi per sempre: è il Consolatore, per sradicare ogni solitudine, per fare della Chiesa la compagnia di Dio agli uomini. Vi insegnerà ogni cosa: è il Vivificatore, per togliere l’asfalto e ogni altra crosta che ostinatamente ricopre il volto di Dio e la Parola, e accompagna oltre, verso paesaggi inesplorati, dentro pensieri e conoscenze nuovi. Lo Spirito ama insegnare, sospingere avanti e insieme: con lui la verità diventa comunitaria, non individuale. Vi ricorderà tutto: è il Paraclito, vi riporterà al cuore gesti e parole di Gesù, per difenderci dalla paura e dalla parte oscura che è in noi e che ci turba impedendoci di essere veramente discepoli.
Lo Spirito sceso su Maria di Nazaret, in questo tempo scende in noi perché incarniamo il Vangelo; ci spalanca lo sguardo del cuore quando pensiamo che la vostra vita sia finita e annientata; scuote dalle fondamenta, spinge a uscire nelle strade del nostro quartiere a proclamare Dio, quando le nostre parrocchie languono, si clericalizzano, si svuotano, si abituano, si stancano, si illudono; sconvolge e rende vani i nostri progetti quando sono segnati da arrivismo, invidie e gelosie; apre, infine le nostre labbra alla preghiera: «Insegnami a cercarti e mostrati a chi ti cerca, perché non posso né cercarti, se tu non me lo insegni, né trovarti se tu non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoti e ti desideri cercandoti. Che io ti trovi amandoti e ti ami trovandoti. Riconosco, Signore, e te ne ringrazio, che hai creato in me questa tua immagine perché, memore di te, io ti pensi e ti ami. Ma essa è talmente consumata dal logorìo dei vizi, è così offuscata dal fumo dei peccati da non poter fare ciò per cui è creata, se tu non la rinnovi e la riformi.
Non tento, Signore, di penetrare la tua altezza, perché in nessun modo paragono ad essa il mio intelletto, ma desidero comprendere in qualche modo la tua verità, che il mio cuore crede e ama. Infatti non cerco di comprendere per credere, ma credo per comprendere. Giacché credo anche questo: che “se non crederò, non comprenderò” (Is 7,9)» (s. Anselmo).

Spirito di Pentecoste, fa’ della tua Chiesa un roveto che arde di amore per gli ultimi. Alimentane il fuoco col tuo olio [...].
Da’ alla tua Chiesa tenerezza e coraggio. Lacrime e sorrisi.
Rendila spiaggia dolcissima per chi è solo e triste e povero.
Disperdi la cenere dei suoi peccati.
Fa’ un rogo delle sue cupidigie. E quando, delusa dei suoi amanti, tornerà stanca e pentita a te, coperta di fango e di polvere dopo tanto camminare, credile se ti chiede perdono.
(Don Tonino Bello)

Categorie: Azione Cattolica

ASCENSIONE DEL SIGNORE

Mer, 05/29/2019 - 09:00
Liturgia del:  2 giugno 2019

La Parola del giorno: At 1,1-11; Sal 46; Ef 1,17-23

Dal Vangelo secondo Luca (24,46-53)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse.
Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

È comprensibile la reazione dei discepoli davanti al Signore Gesù che «si staccò da loro e fu portato verso il cielo». Non ci fu in loro una reazione di dolore, di smarrimento, di nostalgia, ma − come scrive l’evangelista Luca − «dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia». È il ritorno di chi non teme più la città che ha rifiutato il loro Maestro e Signore. La città di Gerusalemme che ha visto il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro, la fuga di quasi tutti i discepoli e la violenza di un potere che si sentiva minacciato nella propria autorità. È ormai possibile abitare a Gerusalemme e in tutte le città del mondo, anche in quelle più travagliate dall’ingiustizia e dalla violenza, perché sopra ogni città c’è lo stesso cielo, e ogni abitante può levare il capo e guardarlo con speranza. In questo cielo abita quel Dio che si è rivelato così vicino da prendere il volto di un uomo, Gesù di Nazaret. Egli rimane il Dio con noi e non ci lascia soli! È possibile guardare in alto per riconoscere davanti a noi il nostro futuro. Nell’Ascensione di Gesù, il Crocifisso risorto, c’è la promessa della nostra partecipazione alla pienezza di vita che sta presso Dio. Con l’Ascensione del Signore Gesù, si ritorna in città con grande gioia e come testimoni che raccontano a tutti il compimento delle promesse di Dio. Non solo con le parole, ma anche con la vita quotidiana si comunica alla propria famiglia e al vicino di casa, al collega di ufficio e all’amico sportivo che la nostra umanità è stata abitata da Dio. Non c’è condizione umana che il Signore Gesù non abbia assunto nella propria carne per plasmarla di nuovo con l’amore vero, quello che dona tutto fino alla fine e che vince perfino la morte. Questa umanità nuova è il dono che il Padre intende elargire a tutti, e per questo chiede ai discepoli del suo Figlio Gesù di andare e «predicare nel suo nome a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme». Abitare la città testimoniando la vita nuova che viene dal Crocifisso risorto è la “predica” che ogni domenica dovrebbe uscire dalla nostre chiese per entrare lungo tutta la settimana in ogni angolo delle nostre città.

Signore,
aprimi il tuo cielo,
perché possa contemplare
la tua bellezza e il tuo volto fissarsi nel mio cuore.
Dischiudimi i segreti delle tue parole,
perché ascoltandole vi collochi cuore, mente e volontà e, giorno
dopo giorno, nel quotidiano della mia città,
possa annunciare la tua gloria, il tuo amore che esiste da sempre.

Categorie: Azione Cattolica

VI DOMENICA DI PASQUA

Mer, 05/22/2019 - 09:00
Liturgia del:  26 maggio 2019

La Parola del giorno: At 15,1-2.22-29; Sal 66; Ap 21,10-14.22-23

Dal Vangelo secondo Giovanni (14,23-29)
In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

Il Vangelo di questa domenica contiene tre indicazioni.
La prima è la presenza di Dio nella vita del credente e della comunità; la seconda è il dono dello Spirito Santo: quando Cristo è ritornato al Padre, ha inviato a noi lo Spirito Santo, che imprime nel nostro cuore l’insegnamento di Gesù; la terza è l’elargizione munifica della pace: Gesù ci lascia pace, la sua pace, non quella del mondo.
La prima è chiara. Non sempre siamo consapevoli del privilegio che non siamo mai soli, perché con noi c’è sempre Dio, che si è fatto uomo per abitare con noi. Dio è presente nel cuore di chi ascolta e mette in pratica il Vangelo. Chi ama Gesù diventa tempio di Dio, luogo della sua presenza. Chi non ama Gesù, inviato dal padre per rivelare a tutti il suo amore, di fatto lo ignora.
La seconda è l’avvento dello Spirito Santo, che spiegherà ciò che il Maestro ha detto e fatto quando era tra noi, e ci donerà la pace e la gioia da comunicare a tutti. Il Signore predica questo perché crediamo che il suo andar via non è morire, ma venire con una presenza nuova, una presenza di amore, che vince il male e mostra al mondo chi è il Padre.
La terza è il dono della pace: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace; non come la dà il mondo, io la do a voi». Gesù parla non dell’assenza di conflitti tra gli uomini e tra i popoli, ma della pace interna del cuore... quella a cui ogni uomo aspira.
«La pace del cuore che tutti desideriamo non si può ottenere mai totalmente senza Dio». Sant’Agostino dice: «Tu ci hai fatto per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». Gesù dice: «Non sia turbato il vostro cuore, abbiate fede in Dio ed abbiate fede anche in me»; ci spiega che a questa pace si oppone l’ansia e la paura del mondo, e il rimedio è la fiducia in Dio.
Noi cristiani dobbiamo impegnarci a creare comunità fedeli e serene nelle nostre famiglie, nelle nostre parrocchie, nelle nostre associazioni. In sintesi, il lascito di Cristo di questa domenica è: “Seguitevi e amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”. Raniero Cantalamessa conclude: «Adesso sappiamo cosa ci scambiamo quando nella messa ci auguriamo la pace. Ci auguriamo l’un l’altro buoni rapporti con Dio, con se stessi e con il prossimo. Insomma, ci auguriamo di avere il cuore ricolmo della pace di Cristo, che sorpassa ogni intelligenza». Il cristianesimo non è fatto di affermazioni, ma di scelte operose. La nostra scelta è Gesù. «Spalanchiamo le porte a Cristo!».

Rimani con me, Signore:
poiché tu sai con quanta frequenza io ti abbandono.
[...] perché tu sei la mia luce e senza di te rimango nelle tenebre.
[...] perché oda la tua voce e la segua.
[...] perché voglio amarti molto e vivere sempre insieme a te.
Rimani con me Signore e con tutta la mia famiglia
perché viviamo uniti nel tuo amore e un giorno tutti insieme
cantiamo le tue lodi per l’eternità. Amen.
(A. Vermeersh)

Categorie: Azione Cattolica

V DOMENICA DI PASQUA

Mer, 05/15/2019 - 09:00
Liturgia del:  19 maggio 2019

La Parola del giorno: At 14,21b-27; Sal 144; Ap 21,1-5a

Dal Vangelo secondo Giovanni (13,31-33a.34-35)
Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Gesù lascia ai suoi il comandamento dell’amore, che caratterizza e riassume tutta la vita cristiana.
È necessario eliminare il concetto negativo di comandamento.
Non è qualcosa di legalistico o costrittivo; non è una norma di un codice da rispettare − pena la punizione − ma è un entrare in comunione con Gesù. Molte volte Gesù aveva parlato dell’amore di Dio e del prossimo, e lo aveva presentato come il massimo comandamento della Legge. Ma qui Gesù parla di un comandamento “nuovo” e “suo”, che ha tre caratteristiche fondamentali: è nuovo, lo si vive imitando l’amore di Gesù, costituisce il segno distintivo del cristiano. L’amore vero assume sempre il carattere di novità, perché è superamento dell’egoismo, della violenza, dell’indifferenza, che sono tutte cose vecchie e non fanno progredire il mondo. Solo l’amore vero sa inventare situazioni nuove e trasformare radicalmente la realtà. «Solo l’amore crea mentre l’odio distrugge», soleva ripetere san Massimiliano Kolbe.
Inoltre il nostro amore deve modellarsi su quello di Gesù: «Come vi ho amato io». È più che un generico invito. Mette al centro la persona di Gesù, l’imitazione del suo modo di comportarsi. Un amore che è dono di sé e un essere per gli altri.
Un amore gratuito, non interessato e che non si lascia condizionare e neppure imporre dei limiti dal comportamento dell’altro. Inoltre è un amore creativo, perché ciò che è privo di valore (ognuno di noi) acquista valore diventando oggetto dell’amore divino. “Che cos’è l’uomo perché te ne ricordi, perché te ne prendi cura?”.
Infine, la vera carità è una divisa del cristiano: ciò che lo fa riconoscere in quanto tale. Il cristiano non è un osservante, uno che fa determinate cose, ma è una persona che ama. La parola carità diventa la parola chiave, definitiva del linguaggio cristiano, che altrimenti diventa indecifrabile. Senza questa,
le altre parole non hanno significato. È la parola “prossimo” che ha cambiato contenuto. Essa si è dilatata fino a comprendere non solo chi ti è vicino, ma anche ogni uomo al quale posso farmi vicino. Gesù ci consegna il comandamento dell’amore in un clima pasquale, per dirci che dalla Pasqua di Gesù è sbocciata ogni novità. Pasqua è l’evento nuovo che permette a tutte le cose di rinnovarsi, perché Cristo è risuscitato e ha vinto la morte.

O Gesù, aiutaci a entrare nella logica del tuo amore;
a farci comprendere la novità di questo amore
che ci chiama e sollecita a compiere gesti di carità, di solidarietà,
di vicinanza agli altri, soprattutto ai poveri
e a coloro che soffrono.
Aiutaci ad essere tuoi veri discepoli
perché tutto il nostro operare e tutto il nostro essere
sia testimonianza del tuo amore che salva.
Tu sei Dio, e vivi nei secoli dei secoli. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

IV DOMENICA DI PASQUA

Mer, 05/08/2019 - 09:00
Liturgia del:  12 maggio 2019

La Parola del giorno: At 13,14.43-52; Sal 99; Ap 7,9.14b-17

Dal Vangelo secondo Giovanni (10,27-30)
In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre.
Io e il Padre siamo una cosa sola».

Ogni anno, in questa domenica, ritorna e viene riproposta alla nostra riflessione la figura di Gesù Buon Pastore, immagine sotto la quale Egli amò descrivere e illuminare la sua opera di salvezza e il suo rapporto con ognuno di noi.
Gesù, venendo nel mondo si è presentato come quel Buon Pastore promesso da Dio con tutte le sue caratteristiche. Egli conosce, ama le sue pecorelle, le chiama per nome; per Lui esse non sono un numero, ma persone amiche. Egli dà loro la vita, le difende, le accompagna, va in cerca di quella smarrita, riunisce le disperse. In altre parole, è un pastore a servizio del gregge fino a dare la propria vita. Questa immagine, sotto la quale Gesù ama presentarsi, è un invito a verificare la personale adesione a Cristo e a rinnovare l’impegno a fondare la vita su di Lui. Ma è anche forte sollecitazione a rinnovare la nostra fiducia nella sua Parola. Una parola che diventa ascolto e che è guida a non fare di testa propria, ad avere davanti agli occhi le indicazioni di Gesù, la cui voce si fa sentire in tanti modi. Non basta ascoltare: Gesù chiama a seguirLo, e questa sequela presuppone adesione pratica, concreta e sincera alla sua persona e alla sua missione.
L’uomo di oggi rifiuta il ruolo di “pecora”: eppure, senza che ce ne accorgiamo, noi ci lasciamo guidare supinamente da ogni sorta di manipolazione e di persuasione occulta. Altri creano modelli di benessere e di comportamento, ideali e obiettivi di progresso, e noi li seguiamo. Noi andiamo dietro, timorosi di perdere il passo, storditi e anche plagiati dalla pubblicità.
Cristo ci propone di fare con Lui un’esperienza di liberazione.
Essere guidati da Lui fa emergere la persona con la sua identità, con le sue ricchezze, con un destino vero. C’è libertà perché il Signore, lungi dal mortificare la nostra personalità, ci aiuta a crescere, a formarci; Egli ci personalizza con la sua conoscenza e con il suo amore; fa emergere in noi la creatura nuova, consapevole e forte, quella che il mondo non può manipolare perché non è più sotto la sua presa: «Chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».
E chi cammina nella luce, che è Cristo, sa scegliere, sa distinguere le cose, i valori, le ombre dalla realtà. Se camminiamo accompagnati da Gesù risorto, sappiamo dove siamo diretti, camminiamo senza fretta e senza compromessi, sappiamo ciò che ci attende: partecipare alla sua stessa vita.

Ti ringraziamo, Signore,
per il tuo amore, per la tua misericordia,
per la tua pazienza verso di noi.
Aiutaci a seguirti docilmente e responsabilmente,
perché tutta la nostra vita sia un annuncio
della tua presenza che salva.
Tu sei Dio, e vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

III DOMENICA DI PASQUA

Mer, 05/01/2019 - 09:00
Liturgia del:  5 maggio 2019

La Parola del giorno: At 5,27-32.40-41; Sal 29; Ap 5,11-14

Dal Vangelo secondo Giovanni (21,1-19)
In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci.
E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore.
Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. [...].

L’esperienza del fallimento è sempre in agguato. In queste situazioni si sceglie di tornare indietro. Anche i discepoli dopo la morte di Gesù tornano al loro antico mestiere, quello di pescatori. L’esaltante esperienza di tre anni vissuti con Gesù, non li aiuta a superare la tentazione di tornare indietro.
Il brano di Giovanni ci apre a prospettive nuove. L’incontro del Risorto con i discepoli avviene in un giorno feriale di lavoro.
I sette discepoli, ai quali Gesù appare sul mare di Tiberiade, rappresentano la totalità e, insieme, la singolarità di ciascuno come l’universalità dei cristiani di ogni tempo: c’è Tommaso, che rappresenta la difficoltà del credere; i figli di Zebedeo, i “più fanatici del gruppo”; Pietro, che ha rinnegato il Maestro per ben tre volte; Natanaele, legato alle tradizioni, ma capace di leggere i segni del tempo, e altri due discepoli anonimi, come i tanti che incontriamo. È necessario superare, suggerisce l’evangelista, le proprie certezze e gettare la rete.
Gesù, che parla dalla riva, è lo stesso che ci parla con la sua Parola in modi diversi. È dentro la quotidianità che impariamo a distinguere e ad interpretare quella voce: se la ascoltiamo avviene il miracolo. È una voce che ci parla attraverso le persone e i fatti. Chi riesce a riconoscere questa voce? Chi ama, come Giovanni, dice: è il Signore! Se lo amiamo... lo riconosciamo!

Non è facile, Signore, credere alla risurrezione.
Non è facile incontrarti vivente in mezzo a noi.
Troppo spesso le illusioni della nostra vita diventano delusioni.
Vieni accanto a noi e fa’ sentire la tua voce
quando sperimentiamo la fatica della quotidianità.
Indirizza il nostro sguardo e il nostro cuore
laddove tu sai operare il miracolo.
Aiutaci a credere che solo l’amore e il pane della vita
che tu ci prepari ogni giorno
possono permetterci di riconoscerti vivente.

Categorie: Azione Cattolica

II DOMENICA DI PASQUA

Mer, 04/24/2019 - 09:00
Liturgia del:  28 aprile 2019

La Parola del giorno: At 5,12-16; Sal 117; Ap 1,9-11a.12-13.17-19

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19-31)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!
». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

San Giovanni Paolo II dedicò questa domenica alla “Divina Misericordia”.
In effetti al centro del brano c’è il perdono dei peccati: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Il senso compiuto della frase non va tanto cercato in un possesso sul perdono, quasi un dominio nel decidere chi perdonare e chi no, ma può essere declinato nel seguente modo: “A coloro che non perdonerete, nessun altro potrà farlo; se non lo farete voi, chi lo farà?”. Solo Dio però risolve i nostri peccati e la nostra relazione con Lui, non tanto le nostre tecniche umane, psicologiche, pur buone... Di fronte alla paura, alla chiusura, occorre allora “spaccare” le porte di questo timore, e non siamo noi a poterlo fare, ma l’irruzione di Cristo nella nostra stanza chiusa. Gesù sta in mezzo, rimane con noi. Per uscire fuori dai nostri errori, non si può rimuginare su se stessi, nella psiche, nella carne... ma deve esserci un altro che dice: «Pace a voi!». Ecco l’inizio della relazione: Dio, il cielo ti saluta, non è lontano da te, anche se hai peccato, se sei chiuso nelle paure; il Signore proprio lì viene, non ti toglie il saluto, anzi, si fa vedere, mostra le mani e il fianco: è il corpo di Cristo, che porta i segni della croce, dell’amore di Dio per noi. Se abbiamo peccato, lasciamoci visitare da Lui, guardiamo a Lui, come Tommaso, non tanto a noi stessi.

Dio, Padre misericordioso,
che hai rivelato il tuo amore nel Figlio tuo Gesù Cristo,
e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo, Consolatore,
ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo.
Chinati su di noi peccatori,
risana la nostra debolezza,
sconfiggi ogni male,
fa’ che tutti gli abitanti della terra
sperimentino la tua misericordia,
affinché in te, Dio Uno e Trino,
trovino sempre la fonte della speranza.
(Dalla Preghiera di affidamento alla Divina Misericordia,
di san Giovanni Paolo II)

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PASQUA DI RISURREZIONE

Dom, 04/21/2019 - 09:00
Liturgia del:  21 aprile 2019

La Parola del giorno: At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Quasi certamente Maria di Magdala, scossa dalla morte del Maestro, non riusciva a prendere sonno. Al mattino presto, allora − «era ancora buio» − decise di recarsi alla tomba per vedere ancora una volta Gesù e cospargerne il corpo con aromi, ma «vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro». L’alba nelle sacre Scritture è sempre foriera di grandi avvenimenti, come l’alba della creazione. Quello che stava avvenendo sotto gli occhi increduli della Maddalena prima, e di Pietro e Giovanni poi, era straordinario. Spettatori smemorati stavano percependo qualcosa d’irripetibile per ogni altro uomo, stavano vivendo l’inizio di una nuova creazione, dove la morte è stata sconfitta, e la salvezza è tornata possibile per tutti. È il mistero della Pasqua, mistero di morte e di risurrezione, centro e fulcro della liturgia, fondamento del credere in Gesù.
È bello, oggi, lasciarci immergere in questo mistero di salvezza, lasciarci illuminare da quella luce che si è sprigionata dal buio della tomba, essere pervasi dalla gioia. Gesù risorto si offre per dar luce ai nostri passi e sostegno per squarciare il “buio” che avvolge il nostro animo: buio di incertezze, di paure, di infedeltà, di egoismo, di indifferenza. Vuole donarci la sua pace, la sua gioia.
«E vide e credette»: probabilmente saranno stati quel sudario, quel lenzuolo afflosciato, svuotato del corpo di Gesù, o la constatazione che, se avessero trafugato il corpo, lo avrebbero fatto con tutti i teli, a far tornare la memoria delle Scritture o delle parole di Gesù a Giovanni, cioè che sarebbe risorto il terzo giorno, e lui ha creduto. Forse anche noi abbiamo bisogno di segni quando ci dimentichiamo di amare Dio sopra ogni cosa e i fratelli come noi stessi, o quando la nostra fede si affievolisce o la fiducia nella Provvidenza viene a mancare. Lo Spirito ce ne offre tanti, basta mettersi in ascolto. Nel cammino di questo discernimento guida indispensabile è la Parola meditata e cibo di nutrimento è il Pane spezzato.

«Risuona il cielo di canti, esulta di gioia la terra,
il Signore è risorto» (dall’Inno delle Lodi).
La gioia, o Signore, non è qualcosa che ci accade.
Essa ha radici nel tuo amore.
Donaci la scienza di sceglierla ogni giorno
e la forza di custodirla.
Fa’, o Signore,
che essa non venga mai turbata o sopraffatta dalle paure,
dalla stanchezza, dall’angoscia, dalle prove della vita.
Rendici, mediante la gioia vissuta,
apostoli della risurrezione di Gesù nel mondo.

Categorie: Azione Cattolica

SABATO SANTO - VEGLIA PASQUALE

Sab, 04/20/2019 - 09:00
Liturgia del:  20 aprile 2019

La Parola del giorno: Bar 3,9-15.32-4,4; Ez 36,16-17a.18-28; Rm 6,3-11; Sal 117

Dal Vangelo secondo Luca (24,1-12)
Il primo giorno della settimana, al mattino presto [le donne] si recarono al sepolcro, portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù.
Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: “Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno”».
Ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri. Erano Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo.
Anche le altre, che erano con loro, raccontavano queste cose agli apostoli. Quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse. Pietro tuttavia si alzò, corse al sepolcro e, chinatosi, vide soltanto i teli. E tornò indietro, pieno di stupore per l’accaduto.

«Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre». Questo passo, recitato ogni domenica alla messa all’interno del Credo, cristallizza in poche parole il senso di questo racconto del Vangelo e, di più, della nostra fede. «Ma se Cristo non fu risuscitato, è [...] vana la vostra fede» (1Cor 15,14), diceva san Paolo; e nei fatti, quale istituzione e quale sacramento potrebbero mantenere il loro valore nei secoli in assenza della sconfitta della morte da parte di Gesù? Le tre donne si erano recate al sepolcro portando il necessario per rendere onore a un corpo morto, mancando di fede nell’annuncio del Salvatore, e venendo addirittura “rimproverate” dagli angeli che citano letteralmente le parole di Gesù in vita. L’incredulità non finisce qui, però, e infatti coinvolge anche gli apostoli, che non riescono a concepire all’inizio l’idea che la mortalità, principio base del ragionare umano, possa essere stata superata. I due angeli ci invitano ad andare oltre i ragionamenti condizionati dalla nostra natura di finitudine e ad abbracciare la fede nel miracolo che si è compiuto. Gesù non ha evitato la morte, ma l’ha attraversata per giungere alla risurrezione. La tomba, cioè, non è sempre stata vuota, ma è stata svuotata il terzo giorno dopo la sua morte. L’enorme pietra, difficilissima da spostare, è stata tolta, e il sepolcro viene lasciato aperto, simboleggiando il collegamento tra la terra e il cielo che la risurrezione ha stabilito. Notiamo infine come l’atto di risorgere di Gesù, la cui veridicità è garantita dalla presenza degli angeli, non è descritto direttamente da Luca. Questo perché il centro dell’evento non è il come ciò sia accaduto, ma il cosa sia accaduto, una Buona novella alla quale siamo tutti chiamati a conformare la nostra vita.

O Signore,
ti ringraziamo per tutte le pene, le angosce e le umiliazioni
che hai dovuto sopportare quando, come Padre e Figlio insieme,
hai deciso di farti carne e di vivere da uomo fra gli uomini,
morendo come un semplice criminale, ma risorgendo infine
dalla carne a corpo immortale.
A noi, semplici mortali, tutto questo lascia stupiti
e risulta di difficile comprensione.
Ma crediamo in te e ti glorifichiamo.
Grazie Gesù, nostro Signore risorto. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

VENERDÌ SANTO - PASSIONE DEL SIGNORE

Ven, 04/19/2019 - 09:00
Liturgia del:  19 aprile 2019

La Parola del giorno: Is 52,13 – 53,12; Sal 30; Eb 4,14-16

Dal Vangelo secondo Giovanni (18,1 – 19,42 - forma breve)
In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo [...].
Giuda dunque vi andò. [...]. Pilato [...] fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». [...].
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». [...]. Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!
». E gli davano schiaffi. [...].
Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: [...] «Via! Via! Crocifiggilo!». [...]. Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. [...].
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete».
Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito. [...].
Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura.
Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parascève dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

La liturgia del Venerdì Santo si apre in silenzio con un atto di adorante prostrazione e si chiude in silenzio. Sono poche le parole di commento, profondo è l’ascolto, prolungata la risonanza interiore. La passione secondo Giovanni narra con cura i passaggi del desiderio ardente di comunione di Gesù, di un amore che è servizio, del tradimento di Giuda e del rinnegamento di Pietro, del processo costruito e attuato contro Gesù. Proprio nel confronto con Pilato, Gesù può esprimere in che senso egli è Re e cos’è il suo Regno. Lo fa con un linguaggio caro all’autore del quarto Vangelo, che fin dalle prime pagine parla di un’appartenenza alla terra e di un modo di parlare terreno, opposto a un provenire dal cielo, un rinascere dall’alto e parlare con parole celesti, con una sapienza non di questo mondo. Ciò che segue subito dopo – la coronazione di spine, l’iscrizione appesa sul capo di Gesù innalzato sulla croce – confermano la novità di questo Regno e congiungono quest’ora della donazione suprema con alcuni gesti che l’hanno preparata: la metafora del chicco di frumento caduto in terra, la promessa di attirare tutti a sé nell’innalzamento sulla croce, la lavanda dei piedi, la preghiera per l’unità dei discepoli proprio mentre quest’unità si sta frantumando per tradimento e paura. Sotto la croce, Giovanni narra l’atto stupendo con cui Gesù consegna la madre al discepolo amato e questi alla madre: generati entrambi come Chiesa nascente proprio qui, in quest’ora, quando Gesù consegna il suo spirito al Padre.

Padre santo, aiutami a riconoscere la tua volontà nelle cose che non comprendo. Fammi dono del santo discernimento, quello che mi permette di riconoscerti anche lì dove la mia mente mai mi porterebbe: la strada della croce. Essa è la sola che porta alla vita vera, quella della risurrezione. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

GIOVEDÌ SANTO - CENA DEL SIGNORE

Gio, 04/18/2019 - 09:00
Liturgia del:  18 aprile 2019

La Parola del giorno: Ef 12,1-8.11-14; Sal 115; 1Cor 11,23-26

Dal Vangelo secondo Giovanni (13,1-15)
Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.
Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Giovanni inizia il suo racconto sul come Gesù lavò i piedi ai suoi discepoli con un linguaggio particolarmente solenne.
Gesù sa che è arrivata l’ora verso la quale le sue opere erano dirette fin dall’inizio. Ciò che costituisce questa ora, Giovanni lo descrive con due parole: passaggio e amore. Le due parole si spiegano a vicenda; ambedue descrivono insieme la Pasqua di Gesù: croce e risurrezione, crocifissione come elevazione, come passaggio alla gloria di Dio, come un passare dal mondo al Padre. Il passaggio è una trasformazione. Egli porta con sé il suo essere uomo. Sulla croce, nel donare se stesso, Egli viene totalmente unito al Padre e contemporaneamente ad ogni uomo. Trasforma la croce, l’atto dell’uccisione, in un atto di donazione, di amore sino alla fine. Con questa espressione, «sino alla fine», Giovanni rimanda in anticipo all’ultima parola di Gesù sulla croce: «Tutto è compiuto». Mediante il suo amore, la croce diventa trasformazione dell’essere uomo nell’essere partecipe della gloria di Dio. In questo cambiamento, Egli coinvolge tutti noi, trascinandoci dentro la forza del suo amore al punto che anche la nostra vita diventa passaggio, metamosfosi. Così riceviamo la redenzione, partecipando dell’amore eterno, una condizione a cui tendiamo con l’intera nostra esistenza.

O Signore,
fa’ che nella tua croce possa riconoscere
l’albero della mia salvezza.
Fa’ che in essa possa nutrirmi e dilettarmi,
possa crescere nelle sue radici e sui suoi rami distendermi.
Fa’ che la sua rugiada mi rallegri e la sua brezza mi fecondi.
Fa’ che nella fame possa essere mio alimento,
nella sete fontana, nella nudità mio vestimento. Amen.
(Da una antica preghiera del Giovedì Santo)

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LE PALME

Mer, 04/10/2019 - 09:00
Liturgia del:  14 aprile 2019

La Parola del giorno: Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11

Dal Vangelo secondo Luca (19,28-40)
In quel tempo, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno”».
Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno».
Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo:
«Benedetto colui che viene,
il re, nel nome del Signore.
Pace in cielo
e gloria nel più alto dei cieli!».
Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».

«Gesù camminava davanti a tutti». Sembra quasi di vederlo.
Non è indietro o confuso tra la folla, ma la precede. È in movimento. Cogliamo la natura missionaria della sua venuta: inviato dal Padre, esorta coloro che lo seguono ad andare, ad annunciare quanto visto e udito. Nei pressi del monte degli Ulivi, prima di percorrere l’ultimo tratto verso Gerusalemme, chiama due discepoli dicendo: «Andate nel villaggio». Il villaggio indica il luogo della tradizione e della resistenza ad accogliere la novità, il cambiamento. Slegano un asinello, lo conducono al Maestro che sale in groppa. Non ha, però, l’atteggiamento di un re potente e vittorioso. Non indossa abiti preziosi e non è in sella a un cavallo come si conviene a un re dominatore. È venuto per servire. «La folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio». Già il profeta Zaccaria (9,9)
aveva annunciato un re giusto, umile, che cavalca un puledro d’asina e annuncia la pace. Ma questa profezia era rimasta inascoltata, “legata”. Si legge, infatti, che accanto a quelli che lo acclamano ci sono anche coloro che mormorano e non approvano. Sono i farisei − tutori della legge, imbrigliati nella presunzione di conoscere la volontà di Dio e incapaci di riconoscerne il Figlio − che chiedono a Gesù di “rimproverare” i discepoli perché quello che dicono non è, a loro avviso, secondo Dio. Che senso ha invocare un messia di pace? Vanno, pertanto, ripresi, quasi esorcizzati perché solo una presenza demoniaca può far loro acclamare Gesù come re mite. Quella folla rivoluziona la loro mentalità: come può un messia essere umile, presentarsi come ultimo? È sicuramente un eretico. Si comincia a tramare, considerando Gesù un pericolo, un destabilizzatore.
Man mano il canto di benedizione si trasformerà così nell’urlo: «Crocifiggilo!».

Signore Gesù, principe della pace, insegnaci l’umiltà.
Fa’ che comprendiamo la tua vera regalità.
Vogliamo costruire il tuo Regno
con mattoni di gioia e di condivisione.
Le tue vesti non sono lucenti,
ma sulla tunica risplende il grembiule.
Il tuo trono è l’amore,
e da esso discendi per “slegare”
tutto ciò che è vero e parla di te.

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V DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 04/03/2019 - 09:00
Liturgia del:  7 aprile 2019

La Parola del giorno: Is 43,16-21; Sal 125; Fil 3,8-14

Dal Vangelo secondo Giovanni (8,1-11)
In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa.
Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

«Tu che ne dici?». È l’interrogativo posto a Gesù per metterlo alla prova riguardo alla sua misericordia. Egli è un maestro che insegna secondo verità, e non può venir meno a questo suo compito. È con questo pretesto che cercano di incastrarlo, di bloccare il suo tentativo di arrivare al cuore della Legge, non più scritta su tavole di pietra ma nella carne, la sua carne. Scribi e farisei non portano infatti dinanzi alla sua attenzione un ragionamento, ma una donna colta in adulterio.
Ora la Legge è chiara e prevede la lapidazione. Infatti tutti si muniscono di pietre. A questo punto, però, l’interrogativo, lo stesso che viene posto ancora oggi al suo corpo, la Chiesa, ai suoi figli, i cristiani. Vogliamo una risposta forse anche noi stessi al “tu che dici?” e forse anche all’“io che dico?”. Gesù propone a tutti i presenti di ieri e di oggi una riflessione: «Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra». Egli rimanda a un dato di fatto, all’interpretazione totale della Legge, non a un giudizio parziale. Chi può, infatti, presentarsi giusto dinanzi a Dio e avanzare pretese di condanna per gli altri?
Dio, poi, mette al centro non il giudizio, ma l’uomo: «Nessuno ti condanna?». Di fronte alla miseria, Dio usa misericordia.
Il suo giudizio non è la condanna, ma l’assoluzione. Dio libera l’uomo dalla morsa del peccato, lo rimette in piedi, gli ridà dignità. Egli chiede di essere anche noi uomini liberatori che non uccidono con la condanna ma che, avendo sperimentato l’assoluzione per i propri peccati, sono pronti a usare misericordia.
È questo il registro di Dio, scritto da Gesù. Egli entra nella condizione dell’uomo prostrato nella polvere a causa del peccato e lo ricrea a motivo del suo perdono. Gesù intende trattarci con questo stile amorevole. E noi?

O Dio, siamo prostrati nella polvere del suolo.
Abbiamo perso la nostra dignità a causa del peccato.
Ci siamo lasciati afferrare da tutto ciò che non è vita.
Nel tuo amore misericordioso di Padre,
facci passare dalla morte alla vita.
Scrivi, come per la donna, il nostro nome nel libro della vita.
Rimettici in piedi.
Aiuta i nostri fratelli a guardare
non tanto al peccato commesso, quanto alla persona.
Ti preghiamo, concedi a ciascuno di noi di vedere l’altro
con occhi di amore e di perdonare come tu ci perdoni.

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IV DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 03/27/2019 - 08:00
Liturgia del:  31 marzo 2019

La Parola del giorno: Gs 5,9a.10-12; Sal 33; 2Cor 5,17-21

Dal Vangelo secondo Luca (15,1-3.11-32 – forma breve Lc 15,11-24)
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.

La parabola del padre misericordioso si inserisce nell’elenco degli atteggiamenti con i quali Gesù spinge a considerare la misericordia come strumento di salvezza. Narra di un figlio che chiede al padre di lasciargli l’eredità, che presto dilapida in modo sciagurato. A contatto con la miseria, il figlio con umiltà riflette e riconosce le proprie mancanze. Decide: «Mi alzerò, andrò da mio padre» (Lc 12,18-19). Non dubita dell’amore e del perdono del padre, perciò spera di trovare in lui comprensione e accoglienza per dare un corso nuovo alla propria vita. Vede realizzarsi nel padre il mistero del perdono di Dio, che gli ridona l’innocenza originale.
Il nostro è il cammino del figliol prodigo, il quale durante la vita può perdere tutto, ma tutto può ritrovare quando l’immagine del padre torna a balenare sulle macerie della propria esistenza. Così spesso l’uomo incontra Dio nelle difficoltà e nell’ammissione della propria fragilità. Sperimentando la solitudine e la lontananza da Dio, il figlio decide di tornare al Padre, perché ha finalmente compreso che la vita è per l’uomo una scelta continua e rinnovata di Dio, che dona a ciascuno di noi il perdono continuo e sempre nuovo. È questo perdono che rinfranca e sostiene la nostra vita e che ci spinge a tornare sempre fra le braccia del Padre misericordioso.

O Dio,
che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente
la nostra redenzione,
concedi al popolo cristiano di affrettarsi
con fede viva e generoso impegno
verso la Pasqua ormai vicina. Amen.
(Colletta della IV domenica di Quaresima)

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