Leggi e medita

Subscribe to feed Leggi e medita
Aggiornato: 4 ore 26 min fa

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/16/2019 - 08:00
Liturgia del:  20 ottobre 2019

La Parola del giorno: Es 17,8-13; Sal 120; 2Tm 3,14 – 4,2

Dal Vangelo secondo Luca (18,1-8)
In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio, né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto.
E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo?
Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Gesù narra la parabola del giudice malvagio e della vedova che lo supplica senza stancarsi. Alla fine il giudice concede alla donna ciò che è giusto. Gesù conclude: «Se un giudice malvagio ha ascoltato le preghiere di una povera vedova, quanto più vi ascolterà Dio, vostro Padre?». Gesù, attraverso questa parabola, vuole insegnarci a pregare con perseveranza.
Pregare sempre o assiduamente significa prima di tutto essere fedele ai propri tempi di preghiera, non lasciarli o rinviarli facilmente. Significa poi riaccendere ogni tanto il contatto con Dio.
Nel Vangelo di Matteo, al cap. 6, Gesù insegna: «Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro.
Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate». Nella pagina del Vangelo di oggi, Gesù sembra invece contraddirsi. Ci esorta a «gridare giorno e notte verso Dio».
Mi pare che il senso sia questo: “Se credete di essere figli di Dio, comportatevi con Lui come con vostro padre. Poche parole bastano. Ma se non vi ascolta, insistete, gridate, non dategli tregua. Con vostro padre non fate così?”. Sembra farci capire che in certi momenti difficili abbiamo più bisogno noi di pregare che Dio di ascoltarci.
Tommaso Moro nella sua Pregare per vivere, così inizia: «Credo che la preghiera non è tutto, ma che tutto deve cominciare dalla preghiera: perché l’intelligenza umana è troppo corta e la volontà dell’uomo è troppo debole; perché l’uomo che agisce senza Dio non dà mai il meglio di se stesso».
Gesù prega specialmente nei momenti importanti della sua vita come durante l’esperienza dei quaranta giorni nel deserto, o come la notte passata in preghiera prima di scegliere gli apostoli, e così la notte precedente la sua passione. La vedova che va a implorare il giudice è in un momento di particolare difficoltà.
Dunque la preghiera deve farsi forte quando gli eventi mettono alla prova. Lo si può fare vivendo esperienze spirituali “forti” come per esempio i ritiri o gli esercizi spirituali.

Padre nostro, che sei nei cieli
sia santificato il tuo nome!
Venga il tuo Regno!
Sia fatta la tua volontà, come in cielo, così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano;
rimetti a noi i nostri debiti,
come noi li rimettiamo ai nostri debitori
e non c’indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
(Mt 6,9–15)

Categorie: Azione Cattolica

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/09/2019 - 08:00
Liturgia del:  13 ottobbre 2019

La Parola del giorno: 2Re 5,14-17; Sal 97; 2Tm 2,8-13

Dal Vangelo secondo Luca (17,11-19)
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro:
«Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Nel brano del Vangelo di questa domenica c’è un percorso molto significativo per noi. L’episodio si pone all’interno di quel sentiero che Gesù ha scelto con “ferma decisione” di percorrere, mettendosi «in cammino verso Gerusalemme» (Lc 9,51).
Per entrare nella salvezza di Dio, il primo passo è andare da Gesù, anche quando si è stremati dalla lebbra del corpo o interiore.
Andare da Gesù, non interrompere il dialogo con Lui.
Così secondo il modello del pellegrino russo che proprio facendo sua l’invocazione dei dieci lebbrosi, imparò a pregare senza interruzione, si apprende a vivere pregando e pregare vivendo momento per momento nella compagnia di Gesù che sana.
Il secondo passo è fidarsi di Lui: anche se ci sembra di non essere guariti, andare ugualmente nella direzione indicata da Gesù, proprio come fanno i lebbrosi che s’incamminano prima ancora d’essere guariti solo perché Gesù ha ordinato loro così. Nella fiducia si riceve guarigione. Noi Gesù possiamo ascoltarlo: nella Parola biblica e nella liturgia; attraverso quella del Magistero della Chiesa, negli insegnamenti dei santi, nel sacramento della riconciliazione, nell’accompagnamento spirituale. Incamminarsi prima ancora di vedere il frutto sperato: questa è la vera fede.
Il terzo passo è prendere coscienza della guarigione, dare spazio e tempo interiori a questo profondo atto di consapevolezza, senza darla per scontata. Il rischio di non rendermi conto, per distrazione e superficialità, di quanto e come Gesù mi guarisca, è alto se non cerco di creare ogni giorno uno spazio e un tempo per incontrarlo in profondità e riconoscerne il passaggio.
Il quarto passo nel brano lo compie il solo uomo straniero, unico a tornare indietro senza avere fretta, dando tempo e spazio anche a esprimere e a coltivarne gratitudine, sentendosi toccato da un dono gratuito che lo fa sentire a sua volta regalato al mondo. Siamo sempre tentati dalla dimenticanza della gratitudine, dal ritenere che tutto ci è dovuto, mentre a pensarci bene tutto ci è regalato.
Il quinto passo è tenere ben presente che, come altrove dice Pietro, «Dio non fa preferenza di persone, ma chiunque lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto» (At 10,34-35). Davanti a Dio non ci sono stranieri: dove noi vediamo stranieri, Dio vede figli, fratelli e amati amici.
L’ultimo passo, quello di proclamare che la fede dell’uomo guarito lo ha salvato, lo compie Gesù. L’uomo guarito viene semplicemente portato per mano, come sollevato alla guancia di Dio (Os 11,4), visitato da questa salvezza che è soffio di brezza leggera (1Re 19,12-13).

Signore Gesù,
insegnaci a venire sempre a te,
per vivere l’esperienza della tua guarigione.
Manda il tuo Spirito perché ci insegni a fidarci della tua Parola
e a ringraziarti sempre,
perché tu sei la fonte di tutto il nostro bene.
La nostra fede ci salva, se restiamo uniti a te.

Categorie: Azione Cattolica

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/02/2019 - 08:00
Liturgia del:  6 ottobre 2019

La Parola del giorno: Ab 1,2-3; 2,2-4; Sal 94; 2Tm 1,6-8.13-14

Dal Vangelo secondo Luca (17,5-10)
In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”?
Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Inutili? Davvero questa definizione può affascinarci? Sarebbe già molto che nessuno si offendesse nel sentirsi definire così! Nel mondo dell’efficienza, nel quale ciascuno vale per ciò che produce, l’inutilità non è una condizione soltanto, ma appare quasi come una maledizione: ciò che è inutile è destinato inesorabilmente allo scarto. Il mondo del lavoro si trova a fare i conti con tutta la competizione che si sprigiona tra coloro che, talvolta loro malgrado, devono dimostrare agli altri di essere “utili”. In questo quadro viene dunque spontaneo domandarci come mai, in questa domenica, il Vangelo venga a chiederci di dire di noi stessi: «Siamo servi inutili».
La Parola non viene a umiliarci, ma a offrire alle nostre vite uno sguardo diverso e dei diversi criteri di comprensione.
Sono i criteri dell’amore il quale, talvolta, si manifesta proprio nella forma dell’inutilità, persino dello spreco. Lo possiamo intuire a partire dalle nostre esperienze quotidiane: cosa produce l’attesa di un innamorato che, al portone, non sente come un peso il ritardo della sua amata, indaffarata nei preparativi e preoccupata di sembrargli ancora più bella? Cosa produce il gioco di una madre e di un padre con i loro figli piccoli? Cosa produce la dedizione di un figlio verso l’anziano genitore? Cosa produce la cura di una moglie nei confronti del marito ammalato? Gli esempi, grazie a Dio, potrebbero continuare. Ciò che l’esperienza ci fa intuire, la fede ci chiarisce ulteriormente: cosa produce la morte di un crocifisso per mano dei romani e del Sinedrio?
Ecco: possiamo capire che in quella inutilità evocata e proposta dal Vangelo non c’è una strada di umiliazione o, peggio, di esclusione. C’è un modo per ricordarci che nella vita non conta solo ciò che si misura. Che ciascuno di noi è prezioso per quanto ama. E l’amore non è una “prova di forza”.
È, piuttosto, una prova di gratuità. Perché così è l’amore di Dio e perché è anche in questa prospettiva che possiamo leggere l’invito all’inutilità, rivolto anche a noi stessi: non cercare un tornaconto in ciò che compi a favore degli altri. Se il tuo amore è libero dall’ansia di un contraccambio, il tuo amare renderà libero chi è amato da te. Se la reciprocità rende l’amore completo, la gratuità lo rende perfetto.

Siamo spesso e troppo preoccupati, Signore,
di dimostrare di essere servi “utili”.
Così la comunione diventa competizione,
il servizio ostentazione.
Insegnaci a osare il dono di noi stessi
senza temere lo “spreco”:
perché la gratuità del tuo amore
ci fa sperare nella salvezza.

Categorie: Azione Cattolica

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/25/2019 - 08:00
Liturgia del:  29 settembre 2019

La Parola del giorno: Am 6,1a.4-7; Sal 145; 1Tm 6,11-16

Dal Vangelo secondo Luca (16,19-31)
In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Questo brano compare solamente nel terzo Vangelo e, a una prima lettura, ci lascia l’amaro in bocca, con un retrogusto apocalittico, dissonante tra le parole del Vangelo della Misericordia.
Sembra porsi controcorrente rispetto l’opera salvifica di Gesù e di un Dio che è Padre e, in quanto tale, misericordioso, ma qui non c’è alcuna misericordia, nessuna comprensione; sembra quasi di leggere alcuni episodi dell’Antico Testamento. Il passo lucano segue un modello antitetico che trova la sua sintesi e acquisisce significato al versetto 31 con una forte connessione a Gv 12,10-11. I versetti finali ci aprono allora gli occhi al vero messaggio, all’appello di Dio che ci invita a una vera conversione dei cuori prima che sia troppo tardi, prima che la luce scompaia (cfr. Gv 12,35-36). Ecco allora che attraverso gli occhi del ricco rinchiuso nel suo mondo di lusso, vuoto di preoccupazioni si accende uno spiraglio; nonostante la cecità del ricco, Dio è presente anche per lui in Lazzaro (‘El ‘Azar – in ebraico Dio ha soccorso). Dio, infatti, si presenta ai nostri occhi ogni giorno, affinché possiamo aprirci e accogliere la sua Parola, la sua rivelazione che è la via per innescare il processo di conversione che conduce alla fede, quella fede che può operare cambiamenti significativi nella nostra vita. Chiudendo i nostri cuori all’altro, non permettendo che vengano toccati da Dio, ma facendoli rimanere duri come pietre (cfr. Ez 36,26-27) corriamo il rischio di piombare in quell’abisso (vv. 26) di solitudine, angoscia, tristezza e paura.

Signore Gesù, tu ci riveli il Dio ricco di misericordia che non
ha esitato a consegnarti nelle nostre mani. O uomo dei dolori,
fratello da tutti abbandonato, hai preso su di te l’iniquità del
mondo e ti sei fatto per ognuno avvocato di perdono, riparando
il nostro peccato col tuo amore. Rendici partecipi della tua
dedizione, capaci di sentire compassione per l’uomo ferito e
umiliato dal male. Accogli nel tuo cuore l’umanità lacerata e
rinnovala con la vita del tuo Spirito. Amen.
(Cfr. Atto di oblazione del Tempo di Passione, SCJ)

Categorie: Azione Cattolica

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/18/2019 - 08:00
Liturgia del:  22 settembre 2019

La Parola del giorno: Am 8,4-7; Sal 112; 1Tm 2,1-8

Dal Vangelo secondo Luca (16,10-13 – forma breve)
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti.
Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

In questo brano tratto dal Vangelo di Luca, Gesù ci detta una serie di ammonimenti circa il rapporto che dobbiamo avere con il denaro e i beni di questa terra. Sono piccole frasi che invitano a una scelta che presuppone una decisione radicale, una costante tensione interiore. La vita è in verità sempre una scelta: tra onestà e disonestà, tra fedeltà e infedeltà, tra egoismo e altruismo, tra bene e male. Il mondo propone diversi amori: l’amore al denaro, alla vanità, all’orgoglio, al potere.
Gesù ci chiede di rimanere nell’amore suo che è l’amore del Padre, la misura del suo amore è amare senza misura; Egli ci invita a manifestare la fedeltà, l’amore proprio nei dettagli, nella quotidianità. Chi ama non attende solamente i grandi eventi, i gesti eclatanti, eroici per esprimere amore, ma ama sempre, senza misura, senza ritorno. È il contrario di vivere per se stessi. Vivere nella fedeltà significa lottare contro il proprio individualismo, contro la propria avidità, per sperimentare la gioia e la felicità, proprio nella donazione, nell’amore disinteressato.
Incisiva e perentoria è invece la conclusione del brano evangelico:
«Nessun servo può servire due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro». In definitiva, o l’uomo si concepisce libero da tutto l’universo e dipendente solo da Dio, oppure libero da Dio e allora diventa schiavo di ogni circostanza. La natura dell’uomo è, infatti, unitaria: o dipende da Dio o è schiava di tutto, nel modo con cui si rapporta al lavoro, nel gestire i soldi, nell’uso del tempo libero, tutto. Amare Cristo e i fratelli non è allora qualcosa di accessorio e di superficiale, ma piuttosto lo scopo vero e ultimo dell’esistenza. Occorre saper operare scelte di fondo, essere disposti a radicali rinunce; oggi, come ieri, la vita del cristiano esige il coraggio di andare controcorrente, di amare come Gesù, che è giunto fino al sacrificio di sé sulla croce.

O Signore, sii tu la linfa che rinverdisce la nostra aridità!
Fa’ che possiamo riconoscere in te l’unico nostro Signore.
Quello che a noi è impossibile, tu puoi renderlo possibile.
Rendici disponibili al tuo disegno,
sii tu la nostra guida sicura,
facci sempre più simili a te.

Categorie: Azione Cattolica

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/11/2019 - 08:00
Liturgia del:  15 settembre 2019

La Parola del giorno: Es 32,7-11.13-14; Sal 50; 1Tm 1,12-17

Dal Vangelo secondo Luca (15,1-10 – forma breve)
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo:
«Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”.
Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”.
Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

L’evangelista Luca ha raccolto in questo capitolo le parabole sulla misericordia divina: quelle della pecora smarrita e della moneta perduta. Il Vangelo ci mostra inizialmente l’atteggiamento ipocrita di scribi e farisei che si scandalizzavano delle cose che Gesù faceva; alla loro mormorazione Lui risponde con queste parabole gioiose. Dio, che non tollera perdere uno dei suoi, cerca sempre, come il pastore che va nel buio alla ricerca della pecora smarrita, finché non la trova; o come la donna, che quando perde la moneta accende la lampada, spazza la casa e cerca accuratamente. Gesù racconta queste parabole perché non vuole che si perda nemmeno uno dei suoi figli e il suo animo trabocca di gioia quando un peccatore si converte. Il pastore che ritrova la pecora perduta è il Signore stesso che prende su di sé, con la croce, l’umanità peccatrice per redimerla. Gesù è misericordia, amore; ognuno di noi è quella pecora smarrita, quella moneta perduta. Con queste due parabole l’evangelista vuole presentare un’immagine di Dio, che manifesta la sua potenza non condannando, ma perdonando. Nessuno è criticato o condannato, ma tutti sono accolti con amore e con gioia. È significativo che in nessuna delle due parabole si parli di un perdono di Dio per il peccatore pentito, ma solo della gioia che provoca il suo ritorno nella comunità dei giusti. La dimensione comunitaria è quindi un aspetto determinante della misericordia di Dio e del suo perdono. Gesù, sottolineando come Dio gioisca per il peccatore ritrovato, invita chiaramente la comunità cristiana a lasciarsi contagiare da questa gioia di Dio e a guardare ai peccatori, convertendosi sempre più allo stile misericordioso di Dio. Non oggetto di disprezzo o di rifiuto, ma realtà da amare, da cercare, da riaccogliere con gioioso perdono.

Volgi, o Dio,
il tuo sguardo misericordioso verso di noi.
Gesù, misericordia fatta carne,
rendi visibile ai nostri occhi
il grande mistero dell’amore di Dio.

Categorie: Azione Cattolica

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/04/2019 - 08:00
Liturgia del:  8 settembre 2019

La Parola del giorno: Sap 9,13-19; Sal 89; Fm 9b-10.12-17

Dal Vangelo secondo Luca (14,25-33)
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Il Vangelo di oggi è sicuramente quello più radicale, anche duro da ascoltare e farlo diventare parte integrante della nostra vita. Gesù è solito procedere per paradossi con immagini forti che ci spingono a pensare che questo è possibile forse per alcuni, ma non per me. Eppure questo è Vangelo, è Buona notizia anche per me. Non possiamo pensare che questo Vangelo sia qualcosa di superato che non va bene per la gente di oggi. Come lo fu per gli ascoltatori di allora anche oggi queste parole risultano “scandalose”, provocanti. Seguire Gesù non significa mantenere le proprie convinzioni, le proprie idee, la solita vita. Se il cristianesimo non mi cambia, ma mi lascia così come sono, con una vita costruita su mia misura,
questo non è cristianesimo. Gesù non è per una vita ordinaria, ma straordinaria, non è per una vita semplicemente terrena, ma celeste. La nostra vita non è forse pensata per fare cose straordinarie? Se ci accontentassimo tutti di fare le stesse identiche cose, saremmo soddisfatti? Se dipendesse da noi, ci accontenteremmo di poco. «Si cambia volentieri il bene della Chiesa con il proprio benessere»: così affermava don Primo Mazzolari. “Portare la propria croce” significa andare in un’unica direzione obbligata che consiste nel rinunciare alla propria volontà per mettersi in quell’atteggiamento di sequela e di affidamento incondizionato. Portare la croce aveva un unico significato, inaudito, dissacrante per le orecchie di un ebreo. Voleva dire essere oggetto di derisione e alla mercé di ognuno. Il condannato al patibolo della croce era oggetto di scherno. In altre parole significava accettare anche le umiliazioni della vita per portare il Vangelo al mondo. Oggi si tratta di non aver paura di mostrarci cristiani e credenti. Lasciamoci interrogare dal realismo evangelico, anche se questo ci mette in una situazione di disagio nei confronti della Parola.

Signore Gesù,
ho paura di affidarmi a te.
Tu mi prometti la felicità, ma io vedo solo fatica;
mi parli di vita piena,
ma io sento il vuoto di una vita senza senso.
Aiutami a credere alla tua Parola,
anche quando mi sembra dura, e dammi la certezza
che l’opera che tu compi è quella di dare la tua vita per me.

Categorie: Azione Cattolica

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/28/2019 - 08:00
Liturgia del:  1 settembre 2019

La Parola del giorno: Sir 3,17-18.20.28-29; Sal 67; Eb 12,18-19.22-24a

Dal Vangelo secondo Luca (14,1.7-14)
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.
Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti:
“Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica:
“Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

La partecipazione a un pranzo offerto da uno dei capi dei farisei, dà modo a Gesù di osservare il comportamento dei convenuti, che amano la corsa ai primi posti. La logica del mondo è costruita sul successo e sull’orgoglio, mentre la logica di Dio è costruita sull’umiltà, sul rispetto verso il prossimo.
«Essi stavano ad osservarlo»: l’atteggiamento intorno a Gesù è un atteggiamento avverso, malignamente critico, sospettoso, intrecciato di diffidenza e scetticismo. Anche oggi ci sono molti che guardano a Gesù presente nella Chiesa con sospetto, con atteggiamenti di pregiudizio; atteggiamenti che sono di ostacolo alla sua missione. Si cerca di essere attenti a cogliere difetti ed errori. Il bene viene volutamente taciuto. Gli scandali hanno un grande risalto, sono accentuati al fine di creare diffidenza, disistima. Si cerca di vedere tutto in chiave politica, mentre la chiesa ha una missione non di ordine temporale, ma spirituale e religioso. Gesù non vuole darci consigli per una buona educazione, ma indicazioni che riguardano il rapporto con Dio: riconoscere Dio sopra ogni cosa e, di conseguenza, sentirci umili di fronte a lui. Sentirsi umili cambia anche il rapporto con gli altri che in questo modo non consideriamo inferiori, perché scegliere il primo posto significa ritenere che gli altri meritino il secondo. «Chiunque si umilia sarà esaltato, chi si esalta sarà umiliato»: l’insegnamento sull’umiltà, virtù inconsueta e poco interessante, soprattutto oggi, non significa passività, ma operare nella consapevolezza dei propri limiti. Concedere spazio alle capacità dell’altro, accogliere con riconoscenza i doni di Dio. Ma per imparare l’umiltà, occorre guardare Gesù: «Imparate da me che sono mite ed umile di cuore». Alla scuola dell’umiltà, impariamo la pazienza, la mitezza, la modestia che sono la vera saggezza alla quale aspirare.

Signore,
ravviva in noi la fede, la speranza, la carità,
perché tutta la nostra vita,
vissuta nella consapevolezza che tutto dipende da te
e che tutto ci viene donato,
ci liberi dall’orgoglio e dalla presunzione
e ci faccia imitare la tua vita di donazione
e di dedizione agli altri.
Amen.

Categorie: Azione Cattolica

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/21/2019 - 08:00
Liturgia del:  25 agosto 2019

La Parola del giorno: Is 66,18-21; Sal 116; Eb 12,5-7.11-13

Dal Vangelo secondo Luca (13,22-30)
In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese:
«Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”.
Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

La pagina evangelica di Luca muove da una domanda che viene rivolta a Gesù: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
A questa domanda Gesù non risponde perché desidera accendere in noi il desiderio di amore per corrispondere, con tutte le nostre forze, all’amore di Dio. Nella sua apparente serenità riconosciamo l’amore di Gesù e il suo grande desiderio. Egli desidera la nostra salvezza per la quale è stato crocifisso. Per noi credenti in Cristo, la salvezza è la meta ultima della nostra esistenza. Il messaggio di Luca è chiaro: se non si lasciano fuori dalla porta i propri egoismi, non si riuscirà mai ad entrare, anche se la porta è larga, nel Regno di Dio. La triste sorpresa per coloro che confidano soltanto nelle proprie forze o pensano di non aver bisogno di amore e di misericordia, è quella di trovare la porta chiusa. La porta diventa stretta per coloro che non nutrono sentimenti profondi come amore, umiltà, accoglienza, mitezza, carità. La porta stretta non è altro che il Cristo Signore verso cui anela il cuore di ogni credente; soltanto l’umiltà, il perdono vicendevole, la misericordia riusciranno ad allargare gli stipiti della porta stretta e permetteranno l’ingresso nel Regno dei cieli. Non basta essere vicini a Dio a parole, ma la vicinanza a Dio va riconosciuta nella prossimità al fratello; Gesù, infatti, dice: «Pur avendo mangiato e bevuto con me non vi conosco». La frenesia di arrivare primi ci fa perdere di vista il nostro agire non perfettamente  cristiano e non ci permette di sforzarci per entrare nella porta stretta, come ci invita il Signore: «Sforzatevi ad entrare nella porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno». La vita cristiana va vissuta profondamente perché è l’unica via che ci porta al Padre che accoglie: «Vi sono ultimi che saranno primi e primi che saranno ultimi». Non possiamo crederci “primi” solo perché credenti e praticanti; dobbiamo imparare a rinnovare giorno per giorno la nostra adesione a Cristo, operando scelte concrete che testimoniano la nostra fede. Perché la salvezza si riceve quando è invocata non con un cuore duro e orgoglioso, ma colmo d’amore.

O Signore, guidami nel mio tragitto,
aiutami ad ascoltare e ad accogliere la tua Parola
per viverla nel profondo del mio cuore.
O Signore, guida la mia fede e le mie azioni
perché siano tutte dettate
dall’amore per l’altro.
O Signore, guidami a orientare la mia vita
nella fede più profonda
affinché da ultimo possa essere tra i primi
nella gloria dei cieli.

Categorie: Azione Cattolica

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Gio, 08/15/2019 - 20:00
Liturgia del:  18 agosto 2019

La Parola del giorno: Ger 38,4-6.8-10; Sal 39; Eb 12,1-4

Dal Vangelo secondo Luca (12,49-53)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!
Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Nei versetti 49-53 del 12° capitolo del Vangelo di Luca, in modo sorprendente, nel definire la sua missione, Gesù utilizza un linguaggio apparentemente urticante. Cristo divide gli uomini tra loro con il suo Vangelo, con le richieste che esso contiene e delle quali verrà chiesta ragione non soltanto al suo ritorno, ma fin d’ora. Perché la radicalità della sua proposta di salvezza comporta che Egli stesso ne sia il testimone con la sua passione e morte. Il lettore è avvolto in una spirale di immagini successive: fuoco, battesimo, pace, divisione, che creano un’atmosfera di angoscia come quella denunciata da Gesù per definire la sua condizione. Cosa rappresentano il fuoco, il battesimo, la pace, i conflitti familiari? Come comporre la pace e l’amore auspicati, con la lacerazione e le conflittualità?
Come sempre nelle parole di Gesù dobbiamo guardare e comprendere i vari livelli di comunicazione. Il fuoco brucia ma, nello stesso tempo, riscalda. Distrugge, ma al contempo purifica e illumina (Is 1,25; Zc 13,9). Nel caso rappresentato dal Vangelo di Luca si tratta, dicono i commentatori, del vivo desiderio di Gesù di passare attraverso il fuoco purificatore della sua passione-morte. Per questo, “fuoco” sta in parallelo con “battesimo”: Gesù desidera passare attraverso le acque purificatrici del sacrificio della croce. Nel contesto di cui parlano i versetti 49ss., sicuramente Luca pensa alla totalità del mistero pasquale che comprende anche la Pentecoste e la Parusia. E se le lingue di fuoco sono il simbolo dello Spirito Santo che abilitano il credente ad evangelizzare in tutte le lingue del mondo, nella famiglia il fuoco serve a bruciare indecisioni, compromessi, divisioni. Da ora in poi «chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde» (Mt 12,30). Perché Luca fa riferimento, per contrapporle, alla pace e alla guerra che passano attraverso il destino della sua persona?
Perché le parole di Gesù spiegano che non si tratta della pace intesa come “quieto vivere”, neppure della pace terrena promessa tante volte dai tanti falsi profeti che incontriamo sulla strada. La pace scaturisce dalla fedeltà alla radicalità del messaggio che è poi radicale fedeltà alla persona di Cristo.
Per questo l’adesione all’evangelo comporta, per converso, la separazione, la divisione che diventa segno premonitore solo a condizione che abbia come causa Lui stesso.

Donaci, Signore,
la capacità di accogliere il fuoco dello Spirito
e di bruciare con esso tutto ciò che ancora in noi ci separa da te.
Donaci la capacità di leggere i segni
in questi tempi escatologici per capire cosa va fatto ora.
Donaci il retto giudizio e insieme la volontà di seguirti sempre.
Donaci occhi per vedere nel prossimo il tuo volto;
orecchie per ascoltare il grido dei poveri;
mani per accarezzare e asciugare le lacrime;
voce per consolare.

Categorie: Azione Cattolica

ASSUNZIONE DELLA B.V. MARIA

Mer, 08/14/2019 - 08:00
Liturgia del:  15 agosto 2019

La Parola del giorno: Ap 11,19a. 12,1-6a.10ab; Sal 44; 1Cor 15,20-26

Dal Vangelo secondo Luca (1,39-56)
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.
E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Il Magnificat, un’esplosione di gioia che si fa sintesi di un incontro tra due donne. Tra la Vergine Maria e la sua anziana cugina Elisabetta si celebra non un comunissimo incontro tra parenti, ma tra due donne in attesa di un figlio, frutto di prodigi e di arcani progetti divini. Non si tratta di un banalissimo e fortuito incontro, ma di una contaminazione di gioia che si realizza a un livello altro rispetto a quello squisitamente umano: in una casa, quella di Zaccaria, segnata dalla presenza di Dio e pregna dello stesso Spirito traboccante dai cuori delle due donne.
Tra Maria ed Elisabetta esplode un saluto che compie pienamente quelle attese divine che l’umanità porta nel proprio corpo e nella propria vita. La gioia danzante di Maria rivela il livello di coscienza e la tenacia della fede che l’animava internamente.
Si considera parte dei “poveri di Dio”, di coloro che “temono Dio”, consegnando in Lui ogni fiducia e speranza e che non godono umanamente di nessun diritto o di prestigio.
La spiritualità dei poveri è quella di riporre in Dio una fiducia incondizionata, a differenza degli orgogliosi, i quali ripongono tutta la loro fiducia esclusivamente in se stessi.
Con Maria i poveri hanno mille motivi per rallegrarsi, perché Dio glorifica questi e abbassa i pieni di sé. Maria celebra nella sua Pasqua, attraverso l’Assunzione, quanto Dio ha operato in Lei e quanto opera in ogni credente. Gioia e gratitudine caratterizzano questo inno alla vita e alla salvezza e, riconoscendo la grandezza di Dio, fa pure grande chi lo canta.

Esultino i cori degli angeli,
esultino insieme le schiere dei santi:
accolgano in festa la loro Regina
fra il giubilo di tutto il creato.
Questa è infatti la Pasqua della Vergine:
Ella sale col corpo alla gloria dei cieli,
inizio radioso della Chiesa futura,
che avrà compimento nel Regno.
Questo è il giorno in cui la Madre di Dio,
Immacolata nella sua Concezione,
intatta nel parto Divino,
trionfa sulla corruzione del sepolcro.
(Da un antico Inno orientale)

Categorie: Azione Cattolica

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/07/2019 - 08:00
Liturgia del:  11 agosto 2019

La Parola del giorno: Sap 18,6-9; Sal 32; Eb 11,1-2.8-9

Dal Vangelo secondo Luca (12,35-40 – forma breve)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Da una prima lettura ci accorgiamo subito che questo brano vuole essenzialmente invitare il lettore a essere vigile, pronto a scattare e ad agire immediatamente. Il testo ci trasmette una sensazione di fretta, di incertezza per qualcosa che deve accadere nell’immediato, ma che non è ancora capitata.
Letteralmente l’invito a indossare le vesti strette ai fianchi significa stringere una cintura intorno a una tunica per poter camminare agilmente senza inciampare nel proprio abito.
L’immagine delle vesti legate in vita e delle lampade accese è un invito che Gesù rivolge a tutti i cristiani a tenersi pronti ad agire. Per sottolineare maggiormente la necessità di essere vigili e pronti all’azione Gesù racconta una piccola parabola sui servi che aspettano il loro padrone. L’esempio del servo non ci appare più familiare, ma è comunque utile a comprendere che al cristiano è richiesto un atteggiamento di vigilanza permanente. Il richiamo alla notte rimanda a una condizione in cui è difficile vedere e perciò il compito di vigilare diventa molto faticoso e richiede l’ausilio di una lampada. Questo faticoso lavoro, richiesto al servo, viene premiato con una ricompensa inimmaginabile: il servo siede a tavola e il padrone lo serve. La piccola parabola ci sorprende proprio sul finale, presentandoci un’inversione di ruoli tra il servo e il padrone.
Questa conclusione paradossale ci fa venire in mente il gesto della lavanda dei piedi, raccontato da Giovanni, che Gesù compie durante l’Ultima cena. L’evangelista dunque ci invita a farci servi dei nostri fratelli sull’esempio di Gesù. Il discepolo deve essere pronto a donare la sua vita proprio come il maestro.
La scena del banchetto finale tra servo e padrone è anche un’immagine tipica che allude alla piena comunione che i credenti vivranno con Dio. Questa promessa di comunione – tra Gesù e i suoi discepoli – è rivolta a tutti gli uomini ed è legata alla fedeltà al Signore con la quale avranno vissuto la loro vita. Questa esortazione alla responsabilità nel presente viene rafforzata dall’immagine del padrone di casa che deve vigilare per non farsi derubare. La lunga attesa può portare a scoraggiarsi o ad impigrirsi ed è per questo che Gesù invita gli uomini a vivere il tempo dell’attesa come se il Signore dovesse tornare da un momento all’altro.

Signore Gesù,
donaci la forza di vigilare come servi saggi e fedeli
che attendono il loro padrone,
e sul tuo esempio aiutaci a riconoscere il tuo volto
in quello dei nostri fratelli che soffrono,
per poterli servire e amare come tu hai fatto per noi.

Categorie: Azione Cattolica

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/31/2019 - 08:00
Liturgia del:  4 agosto 2019

La Parola del giorno: Qo 1,2; 2,21-23; Sal 89; Col 3,1-5.9-11

Dal Vangelo secondo Luca (12,13-21)
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé:
“Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Spesso accade che il credente venga attratto dalla parola di Dio, rifletta su di essa riscoprendo nel suo contenuto il proprio “essere cristiano”. Sperimenta la contemplazione nella sua fecondità, portatrice di saggezza, aperta alla verità e a quanto accade nel mondo e alla stessa umanità. Il cristiano si allontana dai numerosi agguati dell’egoismo che, a ogni passo, insidiano il suo cammino verso Dio e verso il prossimo.
Egli sa che bisogna essere sempre vigili perché non prevalgano interessi materiali e personali e perché non si sostituisca la volontà di Dio con la propria. Anche il lavoro non può essere solo finalizzato all’accumulo di ricchezze volte unicamente a se stessi, facendo della ricchezza stessa un idolo. A volte, anche Dio viene ridotto a idolo nel cui nome si sviluppano false devozioni, pregiudizi, superstizioni, privilegi. Il proverbio dice: «Chi fa da sé, fa per tre», ma non collabora (lavora) con Dio. Il segreto del cristianesimo è qui: in questo “non per sé”, non per il proprio tornaconto, ma nel distacco dai beni, dai propri vantaggi per un impegno gioioso per la crescita del Regno di Dio nell’edificazione dell’uomo, in questo tempo e in questo contesto. Non sono le ricchezze accumulate, i copiosi raccolti a costruire la bussola del cammino cristiano, quanto la scelta e la gioia di un’esistenza vissuta alla luce del mistero trinitario. Anche oggi, testimonianza e preghiera ci rendono ricchi al cospetto di Dio. Il Signore Gesù ci insegna ad amare e a condividere. È questa la sua scuola che trasforma la nostra preghiera in azione volta al bene.

Mostraci la tua continua benevolenza, o Signore,
e assisti il tuo popolo, che ti riconosce suo pastore e guida;
rinnova l’opera della tua creazione
e custodisci ciò che hai rinnovato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio,
che è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli. Amen.
(Colletta della domenica XVIII del Tempo Ordinario)

Categorie: Azione Cattolica

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/24/2019 - 08:00
Liturgia del:  28 luglio 2019

La Parola del giorno: Gn 18,20-32; Sal 137; Col 2,12-14

Dal Vangelo secondo Luca (11,1-13)
Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
“Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Gli apostoli vedono che ogni giorno Gesù si ritira solitario a pregare, sovente lo devono cercare e lo trovano assorto nel colloquio con il Padre. Attirati dal suo esempio, nasce in loro il desiderio e la richiesta di imparare a pregare. Così il Maestro insegna loro come rivolgersi al Padre. Le prime tre richieste sono rivolte a Lui: «Sia santificato il tuo nome», tutti ti riconoscano come l’origine e la sorgente della vita, di tutti i doni e la fonte della santità; «Venga il tuo Regno», si realizzi la tua signoria su tutti i cuori e si riconosca la tua regalità su tutto il creato; «Sia fatta la tua volontà», ti riconosciamo come nostro Padre che desidera il bene di ognuno e di tutti e ci realizziamo pienamente unendo il nostro volere al tuo.
Al centro c’è la richiesta del Pane quotidiano per vivere le tre dimensioni dell’uomo: l’Eucaristia per l’anima, il pane della Parola e della gioia per il nostro spirito e il pane per il corpo, frutto del lavoro dell’uomo. Ti chiediamo di essere perdonati per le nostre mancanze verso di te e verso i nostri fratelli, come anche noi ci impegniamo a perdonare chi ci ha fatto del male. Liberaci dalle tentazioni del maligno che ci promette il meglio ma che poi ci porta alla morte dell’anima. Liberaci da tutti i pericoli e da tutti i mali che insidiano la nostra vita.
Gesù ci invita a chiedere con insistenza, dandoci così la certezza di rivolgersi al nostro Padre che ci ama e desidera solo il nostro bene e la nostra gioia. È una preghiera di fiducia massima, ma anche di abbandono alla volontà del Padre che sa cos’è il meglio per noi. Sappiamo che siamo ascoltati e, per questo, confidiamo in Lui. Gesù ci insegna la preghiera al Padre, con il Figlio e nello Spirito Santo, ed è quest’ultimo che dilata il nostro cuore guidandoci a quella preghiera che ci fa sentire veramente figli.

Signore, insegnami a pregare, facendo ogni giorno un momento
di silenzio per entrare in comunione con te, con il Padre, guidato
dallo Spirito Santo. Tu conosci le mie difficoltà a lodarti, a
perdonarmi e a perdonare. Aiutami a farti sempre più spazio
per mettere da parte il mio io e fare in tutto la tua volontà.
Amen.

Categorie: Azione Cattolica

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/17/2019 - 08:00
Liturgia del:  21 luglio 2019

La Parola del giorno: Gn 18,1-10a; Sal 14; Col 1,24-28

Dal Vangelo secondo Luca (10,38-42)
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Che fortuna hanno Marta e Maria! Gesù, il Figlio di Dio, nella loro casa. Tutto per loro! Quale grazia! Eppure... anche quando Gesù è così vicino, è proprio il caso di dire “a portata di mano”, Marta si lascia distrarre dai suoi affanni e non riesce a gustarsi il momento, non riesce a cogliere l’opportunità di avere il Maestro nella propria casa. Anche noi, come Marta, troppo spesso ci facciamo sfuggire questa occasione. Così continuiamo a porci domande che restano senza risposta e la nostra anima continua a gemere silenziosa. Il nostro spirito soffre nella solitudine, mentre noi cerchiamo di “stordirci” in mille impegni pur di non ascoltare la voce del nostro cuore.
«Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
Possiamo scoprire anche noi la bellezza di sedere ai piedi di Cristo, ascoltarlo e imparare a distinguere tra superfluo e necessario, tra illusorio e permanente, tra effimero ed eterno.
Sì, perché Gesù viene a trovarci ogni giorno, proprio nel nostro cuore e noi non dobbiamo fare altro che fermare un istante il turbinio delle attività che ci distolgono da Lui per ascoltarlo.
Anche a noi, come a Marta, Gesù dice: «Non ti affannare per cose che non hanno valore. Tu sei molto di più. Lascia respirare la tua anima e non soffocarla con la fretta. Non esistono solo gli impegni, ma ci sono anche i pensieri, i sogni, le emozioni.
Non dimenticarti dell’amore, vivi pienamente». Perché Gesù non cerca persone che facciano delle cose per Lui, ma gente che faccia le cose con Lui. Di per sé non è un male essere operosi, ma Marta, come spesso accade a noi, era tutta assorbita dall’esteriorità, era persa in mille cose e in mille affanni. Non è, dunque, il lavoro in sé ad allontanarci da Dio, ma lo è l’alienazione che deriva dall’esserne completamente catturati.
È l’eccesso di affanno per le cose materiali che va a scapito della vita interiore. Non dimentichiamo l’importanza di stare insieme.
Sforziamoci di riconoscere la presenza di Dio nelle nostre giornate. Quando pensiamo solo agli impegni, rischiamo di dimenticare Dio seduto nel nostro salotto. Non sprechiamo questo momento, ma scegliamo anche noi la parte migliore, quella che non ci potrà essere tolta. Scegliamo Gesù.

O Gesù,
fa’ che tutti noi possiamo sederci ai tuoi piedi
e trovare nei nostri cuori indaffarati
lo spazio giusto per te, per la tua Parola che disseta,
per il tuo Pane che ci nutre e ci fa crescere nell’amore.

Categorie: Azione Cattolica

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/10/2019 - 08:00
Liturgia del:  14 luglio 2019

La Parola del giorno: Dt 30,10-14; Sal 68; Col 1,15-20

Dal Vangelo secondo Luca (10,25-37)
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per  quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo:
“Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose:
«Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Interessante il brano del Vangelo per i protagonisti che in esso agiscono. Il dottore della Legge, che interroga Gesù, sa che tutta la Legge si riassume nell’amore, ma non vive in tale dimensione.
Volendo, infatti, giustificarsi chiede a Gesù: «Chi è il mio prossimo?». Anche per il sacerdote e il levita, che passano per la stessa strada dove c’è l’uomo “mezzo morto” e vanno oltre, sapere che “amare” è il più alto precetto etico non è sufficiente a evitare che il loro agire resti sterile. Acuta, a proposito, la riflessione di Paolo VI: «Il mondo più che di maestri ha bisogno di testimoni». E questa è la lezione di Gesù: il Samaritano, che appartiene allo stolto popolo di Samaria, è il modello da imitare per farsi prossimo di chi è nel bisogno.
Il primo momento della carità, infatti, è accorgersi del fratello e della sua sofferenza. Mentre l’indifferenza e il rifiuto dell’altro, invece, sono la negazione dell’amore, camuffata con l’ipocrisia del “non sapere” o del “non essere responsabili” di ciò che accade. Nessuno ha il diritto di stare a guardare.
Il rifiuto dell’altro, il tacere costituiscono il principale dramma del nostro tempo, che rende corresponsabili del male. E il sonno dell’indifferenza continua a lasciare sul ciglio della strada quanti si trovano vittime della violenza, della povertà, delle ingiustizie e delle guerre. Per evitare che l’amore diventi “un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente”, va nutrito con la certezza che il volto dell’altro è il volto stesso di Gesù. «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). L’amore di Dio, infatti, è la ragione per amare l’uomo e l’amore verso il prossimo è la prova che amiamo Dio non a parole, ma con i fatti.

Ho costruito all’amore
un tempio dentro di me,
Dio l’ha consacrato
e niente prevarrà
contro di esso [...].
L’Infinito non conserva
altro che l’amore,
perché l’amore è a sua immagine.
(Kahlil Gibran)

Categorie: Azione Cattolica

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/03/2019 - 08:00
Liturgia del:  7 luglio 2019

La Parola del giorno: Is 66,10-14c; Sal 65; Gal 6,14-18

Dal Vangelo secondo Luca (10,1-9 – forma breve)
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!
Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”.
Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

Le immagini usate da Gesù per descriverci il campo di azione della comunità dei credenti ci rimandano, direttamente, al lavoro di semina e di raccolta che gli agricoltori compiono, ciclicamente, in ogni parte del mondo. Viene facile pensare, magari, a enormi distese di grano coltivato o a infinite piantagioni di alberi da frutto, che attendono il nostro impegno.
Un lavoro immenso. Tanto lavoro di evangelizzazione da compiere. Tante cose da fare. Tanti incontri da organizzare, conferenze, iniziative giovanili, catechesi alle famiglie, ecc., ma la richiesta di preghiera di Gesù ci ridimensiona subito e ci calma il cuore. Il campo è di Dio e noi, tutti, possiamo lavorarci, anzi vi ci dovremmo dedicare con generosità, ma tutto sarà inutile se non ci “accorderemo” – cuore a cuore – con Lui.
Ecco la necessità della preghiera. Come giustamente afferma papa Francesco: «Senza preghiera, tu potrai fare una bella conferenza, una bella istruzione, buona, buona, ma non è la Parola di Dio. Soltanto da un cuore in preghiera può uscire la Parola di Dio» (Meditazione alla Domus Sanctae Marthae, 14 febbraio 2017). Occorre, quindi, la preghiera perché il Signore accompagni la semina nella messe. Il modo giusto per portare agli altri la parola di Dio è pregare, prima, dopo e durante la missione, con la consapevolezza che siamo creature fragili. Ecco perché ci viene presentata la figura dell’agnello.
L’agnello incute tenerezza. È indifeso, piccolo e delicato. Gesù manda gli “operai” come “agnelli in mezzo ai lupi” e li manda poveri, senza bisacce, senza tanti pesi inutili. Li manda liberi, perché non scendano a compromesso con nessuno, scadendo in favoritismi e tentazioni di potere. Così facendo sarà più facile, per questi umili operai, solidarizzare proprio con i più poveri. Ma non dovranno tralasciare nessuno, nemmeno coloro che si sentono superiori agli altri perché ricchi e potenti.
Saranno proprio la tenerezza dell’agnello e quella del Vangelo a toccare il cuore e a confondere anche coloro che abitualmente confidano solo in se stessi.

Signore Gesù, tu ci hai dato l’esempio.
Tu stesso ti sei fatto agnello mite e buono
per entrare nella nostra vita.
Riempici il cuore della tua bontà e mitezza
affinché comprendiamo che tutti siamo chiamati,
ciascuno secondo la propria vocazione,
a stare al mondo come agnelli.
Tutti chiamati a portare gioia in questo mondo. Amen.

Categorie: Azione Cattolica