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Aggiornato: 2 ore 27 min fa

III DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 03/20/2019 - 08:00
Liturgia del:  24 marzo 2019

La Parola del giorno: Es 3,1-8a.13-15; Sal 102; 1Cor 10,1-6.10-12

Dal Vangelo secondo Luca (13,1-9)
In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo.
Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Ancora una volta Gesù viene interrogato su episodi che succedono ovunque ogni giorno e di cui l’uomo si chiede il perché: c’è una colpa, è un caso, perché a me? Si cerca una ragione per capire da dove viene il male. Gesù ci invita a non volerci confrontare con gli altri, a prenderci ognuno le proprie responsabilità, a non guardare di chi è stata la colpa e ci spienge insistentemente alla conversione, a riconoscerlo come il Figlio di Dio e ad accogliere il suo insegnamento, che non vuole far nascere dentro di noi scrupoli o paure di essere più o meno nel giusto, ma è una risposta al suo amore per noi.
Gesù soffre nel vedere che la sua presenza nel mondo non è sempre accolta e sono pochi i frutti di bene. Paragona il popolo d’Israele all’albero di fico pieno di foglie che lo fanno apparire bello e grande, ma Lui cerca la sostanza, il frutto.
È venuto nel mondo per riconciliarci con il Padre e offrire a Lui e a ogni uomo i dolci frutti dell’amore. Tre sono gli anni del suo peregrinare per annunciare la Parola, cercando di scuotere i cuori induriti, ma il rifiuto dell’uomo cresce sempre più, nonostante i tanti segni di amore da Lui compiuti verso tutti e le numerosissime guarigioni. Il custode della vigna si offre però di zappare, concimare e innaffiare l’albero perché possa dare frutti, e questo fa pensare che bisogna continuamente sperare che le persone e le comunità possano sempre cambiare, specie se c’è qualcuno che si impegna a offrire i propri sacrifici, preghiere e lacrime per prendersi cura degli altri, perché possano dare il loro dolce frutto di bene. Questo brano ci invita a rimboccarci le maniche e a fare anche noi la nostra parte, come hanno fatto gli apostoli dopo la risurrezione di Gesù, servendo nella Chiesa e facendo crescere e vivificare il mondo con la fede.

Signore,
aiutami a vivere in questo mondo
non da spettatore pronto a giudicare
e criticare Dio e gli altri per le avversità che accadono.
Ti offro i doni che mi hai dato
per fare con te la mia parte
nel rendere il mondo più bello, pulito,
e perché possa essere conosciuto il tuo amore misericordioso.

Categorie: Azione Cattolica

II DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 03/13/2019 - 08:00
Liturgia del:  17 marzo 2019

La Parola del giorno: Gn 15,5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1

Dal Vangelo secondo Luca (9,28b-36)
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.
Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra.
All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!
». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

La Trasfigurazione, un brano emblematico, forse uno degli episodi più belli raccontati nei Vangeli. In questa meraviglia di sintesi è condensata la nostra essenza di cristiani. L’Antico Testamento è compiuto. Gesù, il Salvatore, il Figlio di Dio, è venuto sulla terra. È venuto per tutti noi, ma non tutti siamo in grado di riconoscerlo, così come non tutti i discepoli salgono sul monte, ma solo Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre apostoli che accompagnano Gesù nei momenti più intimi, come la risurrezione della figlia di Giairo (Mc 5,37) e l’agonia sul Getsemani (Mt 26,37). Pochi eletti possono pregustare, almeno in parte, la gloria di Gesù nei cieli, quella che illuminerà il volto dei giusti in Paradiso. Lo splendore di Cristo ci illumina, così come Gesù ci aveva preannunciato: «Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo» (Gv 1,47-51). Pietro, Giacomo e Giovanni sono i fortunati. Loro possono vedere il volto autentico di Cristo, così come sarà in Paradiso. È così bello questo istante che Pietro non vorrebbe più andare via. Non è però ancora il momento di riposare, ci sono molte cose da fare prima. Così Gesù, dopo aver concesso questa anticipazione, invita i suoi discepoli a scendere dal monte. Ha mostrato loro la gloria dei cieli, per infondere la forza di superare i difficili eventi che seguiranno.
Leggendo questo brano impariamo che anche noi possiamo trovare nella preghiera non tanto un rifugio dai nostri problemi, ma un mezzo che ci permetterà di “ricaricarci”, diventando intimi di Gesù. Uno strumento che ci darà la forza di affrontare meglio le sfide che la vita ci presenta.

Gesù, concedi anche a noi di vedere la tua Gloria.
Illuminaci con la luce del tuo splendente volto.
Indicaci la strada per discendere dal monte
e affrontare meglio le nostre difficoltà quotidiane!
Lo faremo con la consapevolezza che non siamo soli,
lo faremo con la certezza che tu sei al nostro fianco,
che tu sarai con noi «ogni giorno, fino alla fine
del mondo» (Mt 28,20).

Categorie: Azione Cattolica

I DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 03/06/2019 - 20:00
Liturgia del:  10 marzo 2019

La Parola del giorno: Dt 26,4-10; Sal 90; Rm 10,8-13

Dal Vangelo secondo Luca (4,1-13)
In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio.
Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”».
Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Gesù viene condotto dallo Spirito nel deserto; sperimenta la radicalità dell’essere uomo, uomo che vive pienamente e interamente la vita tentato dal demonio. Il deserto è il cammino della vita, e il numero quaranta simboleggia il tempo di una generazione. Gesù fa esperienza dell’ambiguità della natura umana, della tentazione, nella sua condizione di vero uomo; il demonio suggerisce una soluzione ai problemi propri della fragilità umana: hai fame? Basta trasformare le pietre in pane! Hai sete di potere? Basta cedere alla tentazione del dominio! Vivi una fragilità o una debolezza? Metti alla prova il Dio in cui credi! Gesù vive la grande scelta tra il bene e il male, tra Dio e il demonio, tra il potere e il servizio, tra il miracolismo e la responsabilità. Gesù è pienamente uomo e sperimenta anche la tentazione lungo l’intero cammino della sua esistenza, che si apre a una “fine”, come tutte le esistenze. «Il demonio si allontana da lui, fino al momento fissato», quando cioè vivrà l’esperienza della grande tentazione, facendo esperienza della solitudine nell’orto degli ulivi e dell’abbandono sulla croce. Ma anche in questo “momento fissato” non cederà alla tentazione e sceglierà di fare la volontà di Dio, si affiderà al Padre e non metterà alla prova il suo Dio. Tutta l’esistenza di Gesù è interamente e pienamente umana, vive il dramma della scelta, come tutti gli uomini in tutte le condizioni in cui si trovano, ed esercita nella sua libertà e responsabilità il potere che gli viene dal suo essere uomo, chiamato a scegliere tra il demonio e il Signore Dio. Gesù sceglie di scendere, anziché salire, di servire, anziché dominare, di affidarsi
al Padre, anziché metterlo alla prova, di offrire, anziché avere.
Gesù viene nella vita, la vita di ciascuno; si fa condurre nel deserto, senza cambiarlo, ma vivendolo nella prospettiva di chi fissa lo sguardo sul volto del Padre.

Signore, donaci la forza e il coraggio di accettare
che sia fatta la tua volontà, e non abbandonarci nei momenti
di solitudine, di sconforto, di smarrimento e di dura sofferenza.
Donaci la forza e il coraggio di non cedere al pietismo
o all’assistenzialismo, al compiacimento
o all’idealizzazione delle nostre azioni.
Fa’ che diveniamo sempre più capaci di uscire
e di metterci sulla strada per essere e stare in mezzo alle persone,
per dare risposte ai bisogni, alle domande e ai dubbi,
e per costruire comunità ospitali.
Così sia.

Categorie: Azione Cattolica

LE CENERI

Mer, 03/06/2019 - 08:00
Liturgia del:  6 marzo 2019

La Parola del giorno: Gl 2,12-18; Sal 50; 2Cor 5,20-6,2

Dal Vangelo secondo Matteo (6,1-6.16-18)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente.
In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

La Quaresima, nell’anno liturgico, è il tempo di conversione e preparazione alla Pasqua. Con essa ci uniamo idealmente al popolo di Israele, che per quarant’anni peregrinò nel deserto, e a Gesù, che trascorse quaranta giorni in un’area desertica prima di cominciare la sua vita pubblica, ritirandosi nel silenzio interiore. Anche a noi, in questo tempo liturgico, viene fatto un invito sulla linea di quanto ci dice Cristo stesso, in modo molto diretto: fare elemosina, pregare e digiunare.
Questi, dunque, sono i tre pilastri della pietà giudaica che identificano l’ebreo osservante, ma che qui Gesù indica come tre casi di applicazione della giustizia cristiana alla vita pratica.
Gesù vuole far emergere la verità in noi stessi. Tuttavia ciò può avvenire solo quando ci allontaniamo dalla confusione e dalla folla per entrare nel silenzio e nella preghiera, quando siamo solidali con le persone che soffrono, quando siamo disposti alla condivisione di ciò che abbiamo, non solo dando il superfluo quindi, come prova del nostro amore a Dio e ai fratelli. Tutto questo deve essere fatto con grande rispetto, senza ricercare prestigio o riconoscimento personale. Gesù, infatti, insiste sull’espressione «il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà»; Dio, infatti, dà una ricompensa oggi e nell’eternità solo per ciò che si fa “per Lui” e “in Lui”: dietro ogni azione che compiamo verso gli altri ci deve essere sempre Dio.

O Padre,
che conosci i nostri desideri e i nostri limiti,
donaci sempre il tuo Spirito, perché ci aiuti a vivere in pienezza
questa Quaresima, con il digiuno, la preghiera e l’elemosina,
senza però ricercare prestigio e riconoscimento personale.
La tua presenza purifichi i nostri cuori e le nostre intenzioni
e ci prepari a una conversione autentica al Vangelo.

Categorie: Azione Cattolica

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 02/27/2019 - 08:00
Liturgia del:  3 marzo 2019

La Parola del giorno: Sir 27,5-8; Sal 91; 1Cor 15,54-58

Dal Vangelo secondo Luca (6,39-45)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.
L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

Questa volta Gesù sembra abbandonare ogni riferimento alla misericordia per affrontare senza sfumature il contrasto buono/cattivo. Non ci sono dunque vie di mezzo od opportune sfumature per stigmatizzare quella che sembrava solamente una modalità della vita quotidiana, e assurge invece a grave colpa: l’ipocrisia. Sotto questa voce si cela la superbia di chi si considera superiore agli altri, il perbenismo strisciante di chi si sente dalla parte del giusto e si permette di condannare gli altri senza remissione, la superficialità nel valutare in soldoni i fatti della vita quotidiana, gli stereotipi e i pregiudizi dei benpensanti riguardanti la povertà, l’immigrazione, ecc. Con questa angolatura volutamente portata all’estremo ci rendiamo conto che quotidianamente, e forse senza accorgercene, noi gettiamo nel tritacarne i nostri parenti, gli amici, i vicini di casa, gli uomini politici in blocco: per di più con una carica di astio e di rancore che permette al nostro ego di galleggiare soddisfatto al di sopra di quelle che consideriamo le nefandezze di questo mondo. E forse continuiamo a sentirci buoni cristiani, a tutti gli effetti, perché il nostro metro di giudizio è da noi considerato ineccepibile e – perché no? − corrispondente alla volontà divina! Questa riflessione, infine, nata dal confronto, apparentemente banale, tra una trave e una pagliuzza, dovrebbe aiutarci a scendere una buona volta dal piedistallo sul quale noi stessi ci siamo posti.

Signore,
aiutaci ad accorgerci di quando abbandoniamo
la visione fraterna dei nostri rapporti con gli altri,
per ergerci invece nella fangosa
e altezzosa atmosfera dei giudizi affrettati, dei pregiudizi,
della presunta nostra superiorità sul mondo intero.
In quei momenti,
fa’ che la visione del tuo umile andare
per le strade della Galilea
ci serva come antidoto per richiamarci
a una visione più umana
e quindi più cristiana della realtà. Così sia.

Categorie: Azione Cattolica

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 02/27/2019 - 08:00
Liturgia del:  3 marzo 2019

La Parola del giorno: Sir 27,5-8; Sal 91; 1Cor 15,54-58

Dal Vangelo secondo Luca (6,39-45)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.
L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

Questa volta Gesù sembra abbandonare ogni riferimento alla misericordia per affrontare senza sfumature il contrasto buono/cattivo. Non ci sono dunque vie di mezzo od opportune sfumature per stigmatizzare quella che sembrava solamente una modalità della vita quotidiana, e assurge invece a grave colpa: l’ipocrisia. Sotto questa voce si cela la superbia di chi si considera superiore agli altri, il perbenismo strisciante di chi si sente dalla parte del giusto e si permette di condannare gli altri senza remissione, la superficialità nel valutare in soldoni i fatti della vita quotidiana, gli stereotipi e i pregiudizi dei benpensanti riguardanti la povertà, l’immigrazione, ecc. Con questa angolatura volutamente portata all’estremo ci rendiamo conto che quotidianamente, e forse senza accorgercene, noi gettiamo nel tritacarne i nostri parenti, gli amici, i vicini di casa, gli uomini politici in blocco: per di più con una carica di astio e di rancore che permette al nostro ego di galleggiare soddisfatto al di sopra di quelle che consideriamo le nefandezze di questo mondo. E forse continuiamo a sentirci buoni cristiani, a tutti gli effetti, perché il nostro metro di giudizio è da noi considerato ineccepibile e – perché no? − corrispondente alla volontà divina! Questa riflessione, infine, nata dal confronto, apparentemente banale, tra una trave e una pagliuzza, dovrebbe aiutarci a scendere una buona volta dal piedistallo sul quale noi stessi ci siamo posti.

Signore,
aiutaci ad accorgerci di quando abbandoniamo
la visione fraterna dei nostri rapporti con gli altri,
per ergerci invece nella fangosa
e altezzosa atmosfera dei giudizi affrettati, dei pregiudizi,
della presunta nostra superiorità sul mondo intero.
In quei momenti,
fa’ che la visione del tuo umile andare
per le strade della Galilea
ci serva come antidoto per richiamarci
a una visione più umana
e quindi più cristiana della realtà. Così sia.

Categorie: Azione Cattolica

VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 02/20/2019 - 08:00
Liturgia del:  24 febbraio 2019

La Parola del giorno: 1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23; Sal 102; 1Cor 15,45-49

Dal Vangelo secondo Luca (6,27-38)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

C’è un elemento comune a tutte le indicazioni e gli orientamenti di vita di Gesù che Luca raccoglie in questo brano: è l’orizzonte di gratuità che Lui ci spalanca dinnanzi. Ognuna delle indicazioni è invito a un amore gratuito, che non cerca contraccambio, né tornaconto.
Si inizia dall’invito più sconvolgente: amare i nemici. Come scrive altrove Paolo, «a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto» (Rm 5,7). Ad amare gli amici e i buoni sono bravi in molti, ma amare i nemici è amore non di questo mondo.
È possibile solo attraverso quella rinascita dall’alto di cui parla un altro passo del Vangelo (Gv 3,3ss.). Gesù rivela però che questo amore di Dio si può incarnare in noi e che questa incarnazione è il sogno di Dio per noi.
A cascata piovono giù altri insegnamenti: fare il bene a chi ci fa del male, benedire se si viene maledetti, dare anche quando si riceve un torto che brucia come uno schiaffo, perdonare quando si è ricevuta un’offesa: tutti questi atti concreti e atteggiamenti profondi sono la firma dell’amore di Dio in noi, da ravvivare ogni giorno in consapevolezza piena. Questo amore è misericordia, che va incontro, si china, perdona, si rialza. Luca traduce così l’invito rivolto da Mosè a essere santi perché Dio è santo (Lv 19,2) e quello espresso in Matteo: «Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48).
La santità e la perfezione dell’amore sono la misericordia, il nome più alto e profondo di Dio. La nostra santità sta nel divenire simili a Dio: questa è la nostra umana vocazione, comune a tutti, nella diversità di doni dei quali siamo adornati e delle vie che ci vengono aperte. Luca utilizza immagini di sovrabbondanza, rinforzate anche dall’intensità e dal ritmo della loro sequenza: una misura buona, ma anche pigiata e altresì colma e, oltretutto, traboccante... sono le parole per esprimere quella che viene versata nel grembo di chi vive secondo le indicazioni dell’amore misericordioso di Dio, ma proprio perché è la smisurata misura dell’amore con cui si è amato: il Signore restituisce con sovrabbondanza quanto con abbondanza si dà.

Signore Gesù,
insegnaci, mediante lo Spirito Santo
dell’amore tuo e del Padre,
a lasciarci trasformare in voi,
lasciando scrivere in noi la vostra firma trinitaria,
che è l’amore gratuito e misericordioso.

Categorie: Azione Cattolica

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 02/13/2019 - 08:00
Liturgia del:  17 febbraio 2019

La Parola del giorno: Ger 17,5-8; Sal 1; 1Cor 15,12.16-20

Dal Vangelo secondo Luca (6,17.20-26)
In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne.
Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno
al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro
nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi
in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa
è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri
con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso
modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

Ma che senso hanno queste parole che, a una prima lettura, sembrano completamente folli? Come si può dire che è beato chi è povero, chi ha fame, chi piange, chi è perseguitato? In questa pagina, c’è il volto di Dio e il senso della vita dell’uomo.
Cominciamo col porci una domanda: dalla parte di chi si schiera Dio? Normalmente tutti noi rispondiamo a questa domanda dicendo che “Dio non può schierarsi, deve stare dalla parte di tutti; Dio vuole bene a tutti, ai buoni e ai cattivi, in ogni parte del mondo!”. Forse, non è così! Dio ha bisogno di schierarsi!
Uno dei nostri maestri, uno dei nostri grandi profeti del Novecento, don Milani, diceva: «Non c’è niente di più ingiusto che fare parti uguali tra disuguali». Dio deve schierarsi dalla parte di chi è disuguale, di chi è povero... Per questo è venuto Gesù, per schierarsi dalla parte degli ultimi.
Ma cosa significa che Dio si mette dalla parte dei poveri? Perché non li aiuta, non sazia la loro fame, non cura chi è malato?
Perché non libera dal male questo nostro mondo?
E se il Dio in cui crediamo non fosse onnipotente? Il Dio che si è manifestato in mezzo a noi in Gesù di Nazaret è nato in una capanna ed è finito su una croce. È il Dio impotente, che non può guarire, non può saziare la fame, non può curare, ma che si schiera accanto a chi tribola e, là, ci chiama! Non possiamo togliere i tanti mali del mondo. Non siamo capaci di saziare la fame di tanti uomini, ma Dio ci chiama dove l’uomo è umiliato, dove è afflitto, dove c’è una lacrima da asciugare.
Il senso del nostro credere in Dio è proprio lo schierarsi. E là − se ascoltiamo il Vangelo − solo là possiamo incontrare Dio!
Un Dio che, come una mamma, si schiera dalla parte dell’uomo “malato”. Ecco chi è il cristiano, chi è l’uomo di buona volontà: è uno che sa che nel mondo c’è il male, sa che non può toglierlo, ma deve schierarsi per fare quello che può e, se non si schiera, non è un credente; di più, non è un uomo.

Crediamo nell’uomo, nei suoi sforzi di non sciupare la vita, nella sua intelligenza al servizio della ricerca volta al benessere e non alla distruzione dell’umanità. Crediamo nell’uomo che sogna i sogni di Dio, che cammina “insieme”, che crea una Chiesa di persone, che sa rialzarsi nonostante le difficoltà, il dolore, le sconfitte, che sa guardare negli occhi i suoi compagni di viaggio, che non perde di vista l’essenziale.

Categorie: Azione Cattolica

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 02/06/2019 - 08:00
Liturgia del:  10 febbraio 2019

La Parola del giorno: Is 6,1-2a.3-8; Sal 137; 1Cor 15,1-11

Dal Vangelo secondo Luca (5,1-11)
In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose:
«Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Gesù si trova presso il lago di Gennèsaret e la folla gli fa ressa intorno per ascoltarlo. Sempre intorno a Gesù c’è tanta gente che ascolta la sua Parola perché trova in essa la risposta al bisogno di pienezza di vita che si porta dentro. A un certo punto, Gesù vede Simone sfiduciato per non aver pescato nulla tutta la notte. Dapprima gli chiede di poter salire sulla sua barca per predicare alla gente stando a poca distanza dalla riva. E così la barca di Pietro diventa la cattedra di Gesù; poi, finita la predicazione, gli comanda di uscire al largo con i suoi compagni e di gettare le reti per una pesca che si rivelerà prodigiosa. Simone obbedisce, ed essi pescano una quantità incredibile di pesci. In questo modo, l’evangelista fa vedere come i primi discepoli seguirono Gesù fidandosi di Lui, della sua Parola. Il risultato è immediato, sbalorditivo: «Presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano».
Dire di sì a Gesù è l’inizio della grazia e della vocazione. Chi apre il cuore a Cristo non soltanto comprende il mistero della propria esistenza, ma anche quello della propria vocazione; all’uomo spetta gettare le reti con fede, il Signore fa il resto.
Ma la pesca miracolosa è anche un invito alla missione; infatti «tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono».
I discepoli non sono più addetti alla barca, alla pesca, tutte queste cose sono abbandonate per sempre sulla riva del lago.
Ora, la chiamata di Gesù ha trasformato la loro vita, e questa trasformazione richiede un abbandono totale al suo disegno.
Il destino degli apostoli, d’ora in poi, sarà intimamente legato a quello di Gesù: essere pescatori di uomini.

O Gesù, tu ci inviti “a prendere il largo”!
Suscita nei nostri cuori il desiderio
di essere nel mondo testimoni del tuo amore.
Riempici del tuo Spirito di fortezza e di sapienza
perché possiamo rispondere con fede alla tua chiamata.

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IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 01/30/2019 - 08:00
Liturgia del:  3 febbraio 2019

La Parola del giorno: Ger 1,4-5.17-19; Sal 70; 1Cor 12,31-13,13

Dal Vangelo secondo Luca (4,21-30)
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Oggi accade un po’ quello che accadde a Nazaret quel giorno in cui Gesù si presentò nella sinagoga: tanti si stupirono di Lui, lo ammirarono, erano interessati a Lui, forse alcuni erano ammirati perfino di alcune opere della sua Chiesa; ma quanto a seguirlo e a compromettersi per Lui, non se ne parla neanche! E quando qualcuno vuole farlo davvero, il nostro mondo cerca subito di “ricondurlo alla ragione”, invitandolo a “non esagerare”, a essere “sanamente” mediocre! È quello che accade quando lo stupore non diventa fede, è quello che accade quando lo stupore inizia a fare i calcoli e non vuole essere strada per vite compromesse. Gesù si presenta come un profeta scomodo, perché fa uscire fuori dal banale, e il banale, per il mondo, è tanto rassicurante! Il banale è poi molto comodo per i potenti che vogliono gestire uomini banali e pronti a vendersi tutto per i propri privilegi, sia pure piccoli piccoli! Seguire Gesù, cogliendo davvero le parole di grazia che sono sulla sua bocca, significa diventare, con Lui, profeti scomodi di un’umanità segnata da quell’amore tanto scomodo, che Paolo canta straordinariamente nel celebre inno all’amore. Essere profeti scomodi: questa è la vocazione della Chiesa! Non bisogna però dimenticare una cosa: essere profeti scomodi significa essere sempre “minoranza”.
I profeti, ricordiamolo con forza, non sono mai nella maggioranza!
Dobbiamo rifletterci: la folla non è mai profetica... è rivoluzionaria e violenta, e non riesce a cambiare il mondo.
La profezia, invece, lotta per cambiare il mondo attraverso un piccolo gregge minoritario che è disposto a pagare il prezzo della solitudine e dell’incomprensione; la profezia viene sempre trascinata fuori dalla città degli uomini per essere uccisa; lì però parla più autenticamente ancora! Gesù è davvero nemico di ogni conformismo!

Signore,
vedo che in questo mondo i giusti sono perseguitati,
quanti operano il bene trovano derisione
e incomprensione,
chi si dedica alla cura degli ultimi viene considerato illuso.
Fammi essere, Signore,
profeta che non si stanca di vivere secondo la tua Parola,
praticando la giustizia e cercando la verità,
sempre e comunque.

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III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 01/23/2019 - 08:00
Liturgia del:  27 gennaio 2019

La Parola del giorno: Ne 8,2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12,12-30

Dal Vangelo secondo Luca (1,1-4; 4,14-21)
Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette.
Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

L’evangelista Luca, dopo un’accurata ricerca storica, consegna al credente, che già ha ricevuto e accolto il primo annuncio della fede in Gesù, il suo Vangelo, affinché possa rendersi conto della solidità e della fondatezza degli insegnamenti ricevuti.
Questi primi versetti, che costituiscono l’introduzione al terzo Vangelo, rivelano l’intento dell’autore: quello di voler essere l’evangelista, non semplicemente uno storico, ma il “teologo della storia della salvezza”. Non è il primo della fila dei “testimoni” e dei “ministri della Parola” ma, inserito nella tradizione precedente, attribuisce a se stesso il lavoro del redattore, cioè il lavoro insostituibile dell’evangelista. Per questo ha indagato e seguito le notizie offerte dalla tradizione, vagliando scrupolosamente, scegliendo oculatamente e componendo ordinatamente. La freschezza della diffusione della Buona notizia ci stimola ad approfondire la nostra fede per essere pronti a rendere ragione «della speranza che è in noi» (cfr. 1Pt 3,15). La gioia del Vangelo si manifesta nel fatto che Gesù, cui veniva riconosciuta autorevolezza nella spiegazione delle Scritture, leggendo e commentando il rotolo del profeta Isaia, rassicura che “quella Parola” si sta compiendo proprio in Lui. Il Vangelo non è solo una notizia bella e consolante; esso è prima di tutto un annuncio vero, presente, efficace.
Con Gesù inizia l’anno di grazia del Signore in cui ai poveri è annunziata la Buona notizia.
Per chi crede, la salvezza si realizza nell’“oggi” dell’incontro con Gesù, e anche a noi è comunicata la consolante speranza che tutto quanto di buono e di bello la parola di Dio contiene, si realizza in noi, se permettiamo a Gesù di entrare nella nostra vita.

L’ascolto della tua Parola, o Signore, fecondi le nostre menti e i nostri cuori. Perché, rinnovati dal lieto annuncio, possiamo essere liberati dalle paure, dagli egoismi, dai legami materiali.
Perché possiamo essere fedeli testimoni, annunciatori scrupolosi, animatori solleciti nelle nostre comunità, mezzo e strumento nelle tue amorevoli mani. Che il mondo ci riconosca come tuoi e che la luce delle Sacre Scritture ci renda gioiosi annunciatori del tuo Regno del quale rimaniamo in fervente attesa!

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II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 01/16/2019 - 08:00
Liturgia del:  20 gennaio 2019

La Parola del giorno: Is 62,1-5; Sal 95; 1Cor 12,4-11

Dal Vangelo secondo Giovanni (2,1-11)
In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me?
Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori:«Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri.
E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

«Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni», cioè di qualcosa che sta alla base, che è di fondamento per la vita, che significa, che segna e insegna, non solo di un miracolo, di un fatto straordinario. Ecco allora le nozze, il matrimonio, come paradigma del rapporto tra noi e Dio, e anche modello per le nostre relazioni umane, gli affetti, il rapporto genitori-figli, l’amicizia... Il punto è che il vino finisce sempre. A volte l’esperienza d’amore umano può conoscere il vuoto, la crisi.
Un rapporto, allora, non è finito perché “siamo in crisi”, ma è proprio da questa crisi che può nascerne uno rinnovato. In tal senso, quando si arriva a non comunicare più e non si sa che fare, anche la crisi può trasformarsi in opportunità! È questo il mistero di morte e risurrezione, la Pasqua. Le situazioni non sono giuste se vanno sempre bene, ma se sanno affrontare le difficoltà. Ma per far ciò l’uomo non basta, l’amore è oltre noi, non è sufficiente la buona volontà, occorre la Grazia per vincere il nulla. Ai “servitori”, a noi cioè, è chiesto di riempire le anfore d’acqua, obbedire a Dio: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela », così ci esorta la Vergine Maria. Di fronte al vuoto, alla crisi: lascio tutto e mollo, oppure rilancio? Non però secondo la mia volontà, ma obbedendo alla strategia di Dio per uscire dai miei vuoti...

A volte siamo in crisi, nel vuoto,
le nostre vite sono come stelle senza luce.
Signore, è proprio in questi momenti
che l’averti conosciuto,
il saperci amati da te,
può cambiare la nostra tristezza in vita,
la nostra ombra in luce,
la nostra acqua in vino nuovo,
in fontana di gioia e di speranza,
per noi e per tutti i fratelli e le sorelle.
Amen.

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BATTESIMO DEL SIGNORE

Mer, 01/09/2019 - 08:00
Liturgia del:  13 gennaio 2019

La Parola del giorno: Is 40,1-5.9-11; Sal 103; Tt 2,11-14

Dal Vangelo secondo Luca (3,15-16.21-22)

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

«Tu sei mio figlio, l’amato». Risuona forte la voce del Padre che dichiara chi è Gesù: è suo Figlio, colui che rivela il suo volto d’amore. Dio è amore. E in che cosa consiste l’amore di Dio per noi? Nel donare il Figlio, l’unigenito. La sua non è una promessa in divenire, è l’amore fatto carne. È soltanto in questa logica che Dio parla, comunica e fa toccare la sua essenza. È il Verbo, la Parola fatta carne, che dà a noi la gioia di vedere, sentire e vivere la vita di Dio amore. Nel battesimo al Giordano, Dio consacra suo Figlio per la missione, quella di donare la vita per ciascuno di noi. Giovanni Battista, di fronte a questo dono, prima dichiara la distanza, «non sono degno di sciogliere i sandali», quasi a stabilire il cammino di crescita consequenziale. Poi indica il passaggio da un battesimo di penitenza, fatto di opere che cercano di avvicinarsi a Dio, a un battesimo nello Spirito Santo, fatto di grazia, in cui l’amore di Dio precede la nostra risposta e si fa vicino a noi. Ciò che si realizzerà in noi non avverrà mediante uno sforzo volontaristico, ma per la docilità all’azione dello Spirito Santo che, agendo, ci consacra per un mandato d’amore. Infatti, per mezzo del battesimo, siamo diventati manifestazione e irradiazione dell’essenza di Dio. In quel giorno, nel Figlio Gesù, il Cristo, è risuonata la voce di Dio che attesta il nostro essere suoi figli, chiamati a una missione: far sentire a tutti gli uomini, specie fragili, poveri, ammalati, il suo amore. Al Giordano si manifesta la Santissima Trinità nella storia degli uomini: il Padre, che proclama con la voce che si ode chi è suo Figlio; Gesù che, pur non essendo un peccatore, si presenta al Giordano attirando su di sé tutti i peccati del mondo, inaugurando un nuovo battesimo che ci rende figli liberi dal peccato; lo Spirito Santo, che scende sotto forma di colomba e si posa su Gesù per consacrarlo Cristo, il Figlio di Dio, il Salvatore. Dal momento del battesimo, anche la nostra vita è trinitaria.

O Dio, nel battesimo al fiume Giordano hai rivelato Gesù come il tuo unigenito Figlio. Tu lo hai consacrato con il dono dello Spirito Santo per la missione di liberazione dell’uomo dal male. Fa’, o Padre, che prendiamo coscienza del nostro essere stati inseriti in Cristo per mezzo del battesimo che ci ha dichiarati tuoi figli, affidandoci il compito di farti conoscere mediante una prossimità concreta verso i fratelli fragili, poveri, ammalati. La nostra vita sia espressione visibile della comunione della Santissima Trinità.

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EPIFANIA DEL SIGNORE

Mer, 01/02/2019 - 08:00
Liturgia del:  6 gennaio 2019

La Parola del giorno: Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3a.5-6

Dal Vangelo secondo Matteo (2,1-12)

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Siamo di fronte a un brano di Vangelo ricco di spunti di riflessione. C’è Betlemme, culla di una nuova era di salvezza; ci sono i Magi, pellegrini di verità; ci sono i sacerdoti e gli scribi, dotti interpreti delle Scritture, con le loro ipocrisie; c’è Erode, “turbato” al pensiero di perdere il potere; c’è “un bambino con Maria sua madre”; c’è la stella con la sua luminosità. Proprio su questa, oggi, vogliamo sostare e meditare. Quando essa appare, sollecita i Magi a intraprendere il viaggio, illumina il cammino che si fa spedito e certo; quando scompare, tutto si complica, c’è disorientamento. Secondo teologi ed esegeti, nella stella è prefigurato il Messia. È una stella che emana sempre la sua luce, non si spegne mai. Quando non la vediamo o la ignoriamo è perché pensiamo che altri astri possano illuminare meglio: miraggi, illusioni. Se puntiamo gli occhi verso terra, terra raccogliamo, terra di incertezze, terra di autoreferenzialità, terra di presunzione di essere autosufficienti, di salvarci da soli, terra che non ci fa scorgere chi ci sta a fianco, specialmente se bisognoso. Imbocchiamo “un’altra strada”, “rompiamo i cancelli dei nostri recinti”, facciamo che l’Epifania si colori di Quaresima. La sequela di Gesù è un privilegio, ma non è facile. L’erta è faticosa, a volte dolorosa, chiede rinunce. Per arrivare in cima, all’incontro con Lui, è necessaria quella luce che si riflette nel suo esempio, nel suo insegnamento, nei sacramenti, nelle ispirazioni, nello spezzare il pane con i fratelli. Solo così facendo si proverà “grandissima gioia”.

Signore, i Magi hanno seguito la stella, sono stati docili alla sua guida e ti hanno trovato, provando una «grandissima gioia». Nel cammino verso casa, hanno cambiato strada, non sono ritornati da Erode. Chi ti conosce è costretto a cambiare vita. Fa’ che anche noi, illuminati dalla tua luce, ci distacchiamo dalle abitudini che non conducono a te e camminiamo con perseveranza nella giusta direzione, per incontrarti nella felicità eterna che sei venuto a portarci. Non ti offriremo oro, ma piccoli gesti di bene, anche se impastati di mirra.

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MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO

Dom, 12/30/2018 - 20:00
Liturgia del:  1 gennaio 2019

La Parola del giorno: Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4--7

Dal Vangelo secondo Luca (2,16-21)

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

I pastori che vanno a incontrare Maria, Giuseppe e il Bambino non costituiscono solo l’immagine della “risposta”, dell’atteggiamento degli uomini davanti alla nascita del Figlio di Dio. La loro prontezza ci aiuta e ci ispira, all’inizio di un nuovo anno, affinché la nostra fede possa essere, finalmente, “senza indugio”. La loro stessa presenza, il loro coinvolgimento costituisce già di per sé una “buona notizia”. I pastori non erano infatti in un punto privilegiato della piramide sociale; al contrario, ne costituivano uno dei punti più bassi: esclusi, dimenticati, trascurati. Diremmo oggi che rappresentavano una “periferia esistenziale”. Eppure sono i primi destinatari dell’annuncio della salvezza: grazie a loro capiamo che, in Gesù, i (presunti) lontani si scoprono vicini o, meglio, avvicinati. L’amore di Dio colma le distanze e si offre con semplicità a ciascuno. All’inizio di questo nuovo anno possiamo custodire questa fiducia: Dio non è lontano, Dio non allontana, Dio avvicina, Dio si avvicina. Proprio questo atteggiamento può creare stupore, oggi come allora. Stupore e, talvolta, fastidio e scandalo. Quando la bontà supera l’opportunità, quando la libertà supera l’utilità, quando, insomma, l’incarnazione continua ad essere sperimentata al posto di tanti “purismi”, lo stupore scandalizzato conquista gli sguardi, i giudizi, le conversazioni. Non vogliamo seguire, all’inizio di un tempo nuovo, il chiacchiericcio che, illudendosi di salvare, finisce per dividere. Piuttosto ci ispiriamo a Maria che, ci dice il Vangelo, cerca di capire nel suo cuore; prova a mettere in ordine e, in silenzio, contempla le vie di Dio che misteriosamente si aprono davanti a lei. Non è lo scandalo, ma la ricerca sincera che può condurci a conoscere e ad assecondare il progetto di Dio. Al fondo di questa pagina, Luca descrive il ritorno dei pastori. Con la festa di oggi, da un lato comincia un nuovo anno, dall’altro si conclude l’Ottava di Natale: nelle grandi feste, la liturgia propone di meditare a lungo e offre il tempo e gli strumenti per farlo. Quasi a dirci: i pastori, dopo essersi fermati a contemplare il mistero del Natale, tornano nella loro ferialità. Apparentemente nulla è cambiato ma, in realtà, hanno scoperto che non saranno mai più soli: Dio è con loro.

Chiunque tu sia, che nel flusso di questo tempo ti accorgi che stai come ondeggiando tra burrasche e tempeste, non distogliere gli occhi dallo splendore di questa stella: guarda la stella, invoca Maria. Se lei ti sorregge non cadi, se lei ti protegge non cedi alla paura, se lei ti è propizia raggiungi la mèta. (San Bernardo da Chiaravalle)

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SANTA FAMIGLIA DI NAZARET

Mer, 12/26/2018 - 08:00
Liturgia del:  30 dicembre 2018

La Parola del giorno: 1Sam 1,20-22.24-28; Sal 83; 1Gv 3,1-2.21-24

Dal Vangelo secondo Luca (2,41-52)

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Ancora una volta l’evangelista Luca scrive degli avvenimenti dell’infanzia di Gesù: nel brano racconta della Sacra Famiglia che si reca al Tempio per adempire agli usi della Legge giudaica, che prescriveva di fare memoriale ogni anno della liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto. Immaginiamo Gerusalemme affollata e un rientro caotico. Giuseppe e Maria incamminatisi verso casa, sulla via del ritorno con la carovana di parenti e amici con cui erano partiti, credono il loro figlio con i conoscenti del paese, ma non trovandolo, angosciati, fanno rientro a Gerusalemme e si recano nuovamente al Tempio alla sua ricerca. Ed ecco, trovano Gesù, proprio nel Tempio, dimora di Dio, mentre ascolta i maestri e pone loro domande che stupiscono per intelligenza. È qui, nella città santa, che Gesù si rivela in modo sconcertante, come è sconcertante la fede. I genitori manifestano l’angoscia provata nel cercarlo, e Lui risponde loro: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». È questa la frase emblematica del racconto evangelico. Il figlio inizia a camminare da solo. Non è facile per un genitore accettare che il proprio figlio vada per la sua strada, strada che non è sempre quella immaginata e desiderata. Ma è importante lasciarlo libero di intraprendere il suo cammino di vita. Anche il Figlio di Dio ha una famiglia, dimora naturale per ogni bambino. In essa egli ha il diritto di trovare accoglienza, protezione, amore per crescere sano e sereno.

Ti chiediamo, Signore, di rendere sempre più forti e radicate nella tua Parola le radici dei nostri figli e dei nostri ragazzi, affinché il loro cammino, sostenuto da quella carovana che è la Chiesa, conduca passo dopo passo all’incontro con te.

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NATALE DEL SIGNORE

Dom, 12/23/2018 - 20:00
Liturgia del:  25 dicembre 2018

La Parola del giorno: Is 52,7-10; Sal 97; Eb 1,1-6

Dal Vangelo secondo Giovanni (1,1-5.9-14 – forma breve)

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Siamo alla scena iniziale, o meglio, a ciò che la precede: prima di tutto, prima di ogni cosa, prima della scansione spazio-temporale. L’evangelista dilata all’infinito lo sguardo. Va all’origine, all’atto creativo da cui tutto è generato. Anche noi siamo immersi in questa meraviglia, rapiti da questa immensità. Una certezza ci guida: tutto è nato da una volontà, da un grande desiderio. Quello di Dio di uscire da sé, dalla sua compiutezza, dalla sua armonia per farsi creazione. E nel disegno creativo concepire l’uomo, la creatura più bella e più desiderata, voluta per amore e pensata nella libertà, a sua immagine, come stampo iniziale, su cui innestare, liberamente, un processo continuo di somiglianza. Come immaginare un Dio che esce da sé? Quasi impossibile. Assolutamente illogico. Solo cambiando parametri e inserendosi sulla lunghezza d’onda dell’amore questo è plausibile, appena concepibile. «In principio era il Verbo, e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio»: la sua Parola, che è Egli stesso, diventa creazione. E soprattutto genera vita. In Gesù, suo Figlio prediletto, la Parola diventa carne. Stupisce pensare a un Dio che si fa uomo. All’infinitamente grande che si fa finitamente piccolo. È l’Emmanuele, il Dio vicino che non sovrasta dall’alto, che non vuole dominare, ma entrare nella carne, nella vita dell’uomo. È annullata la separazione Dio-uomo. È la scelta dell’amore: senza mezze misure, con la totalità del dono di sé. Egli si presenta fragile, piccolo. È un bambino appena nato. Come tale ha bisogno di cura, attenzione, abbracci, tenerezza. È un Dio che ha bisogno dell’uomo, che sceglie di aver bisogno dell’uomo. È questo il suo abitare in mezzo a noi: la sua presenza non è passeggera, saltuaria. È uno stare, un esserci. È porre la sua dimora per condividere, perché risuoni in noi l’eco delle sue parole: “Sono con voi”. È Lui la Luce, quella vera. Non abbaglia, non confonde: illumina! Perché ogni uomo, avvolto da questo chiarore, possa vedere per comprendere, per diventare se stesso, nella libertà, secondo il progetto di Dio.

Rendici, Signore, frammenti della tua luce, amministratori sapienti del tempo per liberarlo per te e per i fratelli, gestori oculati degli spazi che abitiamo, perché siano luoghi di servizio e condivisione, capaci di raccontare di te, con la nostra vita, felici di incontrarti in ogni uomo, soprattutto in chi è piccolo, povero, fragile, emarginato, testimoni credibili, perché «la creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio».

Categorie: Azione Cattolica

IV DOMENICA DI AVVENTO

Mer, 12/19/2018 - 08:00
Liturgia del:  23 dicembre 2018

La Parola del giorno: Mic 5,1-4; Sal 79; Eb 10,5-10

Dal Vangelo secondo Luca (1,39-45)

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

L’arcangelo Gabriele ha annunciato a Maria il mistero della nascita del figlio di Dio e ha fatto riferimento alla gravidanza di Elisabetta. “Come è possibile?”, si è interrogata Maria. «Non conosco uomo». «... anche Elisabetta, tua parente», ha risposto Gabriele, «nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». E Maria corre da Elisabetta, consapevole, dopo il suo «sì», della straordinarietà di queste gravidanze, che le accomunano, ma in condizione diversa: una vergine, l’altra sterile. E questa “impossibile fecondità umana” che, nella fede, è invece resa possibile dalla potenza di Dio, esplode in entrambe le donne, come in entrambe le creature da esse generate, in un impeto di gioia. Il “possibile”, solamente umano, è sterile, e genera dolore e fatica. L’“impossibile” di Dio invece, sostenuto dalla volontà dell’uomo di accogliere il suo progetto, è contrassegnato dalla gioia. Una gioia che può passare dalla fatica, dal dolore, dalla morte, ma che ci rassicura sull’esito finale di vittoria e di esultanza. Per sfuggire ai tanti “no” che ripetiamo svogliatamente a Dio che ci fa una proposta, scegliamo di far ridondare il “sì” della Vergine che, nella sua semplicità, associa il suo sì a quello del Figlio. Abbiamo paura di poggiare i piedi sul terreno del credere, troppo impervio è il suo sentiero e faticosa la salita. In Maria il progetto divino si realizza: essa rinuncia a pensare in termini di possibilità umane e si affida totalmente allo Spirito e alle promesse dell’angelo. Le due donne, portatrici entrambe di gioiosa novità, superano la comprensione umana e si lasciano travolgere dalla dolce eppur rischiosa esperienza dell’amore. Le due future madri rinunciano al proprio futuro per aprirsi all’avvenire, contemplandolo con gli occhi della fede. Due «fiat» enunciati senza timore, quasi a ricordarci che se la Chiesa vuole vivere nella fedeltà all’alleanza, deve rinunciare alla semplice e accomodante ripetitività del passato per assecondare la potenza dello Spirito che introduce le novità affidate da Dio, nella discontinuità, alla creatività di tutti coloro che vogliono rischiare, con Lui, perché la comunità dei credenti possa testimoniare al mondo la logica evangelica.

Da’ a noi, Signore, la consapevolezza che il mondo può essere trasformato e “salvato” dall’unione della tua onnipotenza e dall’accoglienza da parte dell’uomo del tuo progetto. Da’ a noi, Signore, la grazia di ritenere indispensabile la tua opera nella nostra vita, ma altrettanto indispensabile il nostro impegno. Da’ a noi, Signore, la ragione di ritenere che nessun miracolo prescinde da te, ma anche da noi stessi. Da’ a noi, Signore, il dono della gioia nel servirti e nel collaborare con te nella realizzazione del Regno.

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III DOMENICA DI AVVENTO

Mer, 12/12/2018 - 08:00
Liturgia del:  16 dicembre 2018

La Parola del giorno: Sof 3,14-18a; Is 12,2-6; Fil 4,4-7

Dal Vangelo secondo Luca (3,10-18)

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

Giovanni Battista prepara la strada al Cristo: esiste un chiaro collegamento tra il nostro battesimo e la successiva esperienza vocazionale, proprio come è accaduto nella vita di Gesù. Giovanni invita a riconoscere le esigenze fondamentali dei fratelli: mangiare, vestirsi, vivere senza essere derubati, maltrattati, sottoposti a violenza. Ciò che oggi riconosciamo come diritto fondamentale dell’uomo trae le sue origini dalle parole di una «voce che grida nel deserto». Ascoltarne le parole significa vivere il battesimo e le sue conseguenze.
La chiamata è personale: Giovanni interpella ciascuno di coloro che si rivolgono a lui, chiedendo di soccorrere chi si trova in stato di necessità, di compiere il proprio servizio senza pretendere nulla in cambio. In due parole: misericordia e giustizia, due virtù che si incontrano e si declinano nel concreto delle nostre vite, secondo modalità personali e caratteri unici per ciascun uomo. Anche la risposta deve essere personale: non usiamo giustizia e misericordia perché ce lo impone lo stato o qualche altra organizzazione, ma per preparare la via del Signore e raddrizzare i suoi sentieri. All’uomo che recupera la sua dignità e vive in comunione con gli altri viene proposto un incontro straordinario con Colui al quale «non siamo degni di slegare i lacci dei sandali».
 La potenza di Dio non vuole sopraffare o annichilire l’uomo, ma avvicinarsi a lui, con una parola chiave che è “incontro”.
 In tale incontro, si uniscono la natura umana, purificata dall’acqua battesimale, con la presenza di Dio e del suo Spirito. Con il battesimo ognuno di noi incontra Dio in maniera personale: viene inserito nel mistero della sua morte e della sua resurrezione, e riceve una vita nuova, che è la stessa vita di Dio.

Padre, per il tuo generoso amore, consenti a questa vita di scorrere abbondante nell’esistenza del tuo popolo perché possa portare la tua gioia all’intera famiglia umana. Brucia la pula della banalità del male e attraversaci con la bellezza antica e sempre nuova della tua forte presenza. Amen.

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II DOMENICA DI AVVENTO

Sab, 12/08/2018 - 18:00
Liturgia del:  9 dicembre 2018

La Parola del giorno: Bar 5,1-9; Sal 125; Fil 1,4-6.8-11

Dal Vangelo secondo Luca (3,1-6)

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:
«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

Il brano evangelico si apre in un modo che ci appare insolito, quasi fosse l’inizio di una saga epica, ma la risposta ai nostri dubbi è più semplice di quel che pensiamo: l’evangelista Luca vuole introdurre il personaggio di Giovanni Battista presentandolo come un antico profeta. L’inizio di questo capitolo, infatti, richiama proprio l’incipit dei libri dei profeti, come ad esempio quello del profeta Isaia ed altri ancora. Inoltre Luca vuole fornirci dei particolari per collocare questa vicenda in un tempo e in un luogo precisi, per dirci che la “storia della salvezza” incontra quella dell’uomo. Giovanni è una figura molto importante. Tutta la sua vita e la sua predicazione sono finalizzate ad annunciare la venuta di Gesù tra di noi. Il Battista può svolgere la sua missione perché viene scelto da Dio, esattamente come i profeti dell’Antico Testamento. Giovanni è presentato come un profeta che si dà molto da fare: egli percorre senza sosta tutta la regione del Giordano per invitare gli uomini a convertirsi e a prepararsi all’incontro con Gesù. Giovanni, col suo appello a un battesimo di conversione, ci invita ad accogliere l’amore del Signore cambiando il nostro modo di vivere. Cambiare radicalmente la nostra vita significa cominciare ad accorgersi delle persone che vivono intorno a noi; significa praticare la giustizia perché non si può accettare che un uomo, che è tuo fratello, sia offeso nella sua dignità. Il battesimo con acqua, che Giovanni amministra, diventa un segno della promessa di salvezza che Gesù compie e ci dona nel battesimo sacramentale, col quale riceviamo lo Spirito Santo. Questo brano si chiude riportando le parole con le quali il profeta Isaia annunciava al popolo di Israele il ritorno in patria dall’esilio di Babilonia, così come molto tempo prima gli ebri avevano fatto per tornare dall’Egitto a Gerusalemme. Il richiamo all’esperienza trascorsa dagli israeliti nel deserto è un invito a fare silenzio dentro di noi per prepararci ad ascoltare la parola di Dio. Giovanni Battista, per mezzo delle parole di Isaia, ci invita a raddrizzare la strada della nostra vita, eliminando tutti quegli ostacoli che ci impediscono di ascoltare e incontrare Dio. La strada indicata da Giovanni è lunga e faticosa, ma il brano si chiude con la promessa dell’incontro con Gesù che si incarna per salvare tutti gli uomini.

Giovanni Battista, aiutami ad aprire i miei occhi e il mio cuore perché io, sul tuo esempio, possa sempre riconoscere e amare Gesù nella mia vita, testimoniando e annunciando il Vangelo a tutti gli uomini.

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