Ricostruire oggi: nella Chiesa, nella società, nel territorio

Il crocifisso del Duomo di GemonaA Gemona il 9 ottobre 2016 si sono riuniti gli adulti di AC delle diocesi di Udine, Concordia-Pordenone, Gorizia e Trieste per l’annuale convegno di apertura dell’anno associativo.

La ricorrenza dei 40 anni del terremoto del Friuli è stata occasione per i laici convenuti di interrogarsi sui terremoti che attraversano il nostro tempo e ci interrogano su cosa fare, come essere, che cosa condurre dal passato al futuro per una vita nuova.

Il convegno si è aperto con la preghiera del Salmo 22, guidata dall’Arcivescovo Andrea Bruno davanti all’immagine evocativa della croce del Duomo di Gemona, croce che è “collocazione provvisoria” alla luce della Resurrezione come ci ricorda don Tonino Bello.

Il prof. Roberto Mancini, professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università degli studi di Macerata, chiamato a sviluppare il tema «Ricostruire oggi: nella società, nel territorio, nella Chiesa» ha condotto la riflessione inizialmente sui terremoti di oggi dovuti all'adesione a logiche e a economie di mercato sbagliate, di aggressione dei poteri finanziari mondiali che portano alla separazione tra società e natura, che assolutizzato l'elemento della separazione, della scissione, della disgregazione, che minano la vita dei popoli e la vita democratica delle istituzioni. In questa logica di mercato – ha affermato il relatore - il primo ad essere misconosciuto è l’essere umano, considerato risorsa, cioè fonte di profitto, quando non esubero e scarto, e si radica l’idea che la crisi si supera combattendo gli altri, sconfiggendo l’avversario, affermandosi su altri in una logica di competizione, di potere, di disgregazione, di muri che si alzano, di chiusure, nell’illusione di potersi salvare da soli. A queste logiche l’uomo si adatta considerandole crisi, normalizzando le devastazioni, considerandole passeggere, senza responsabili. Così si instaura nel cuore e nella mente umana l'adesione al sistema della separazione, non della comunione.

Primo mattone della ricostruzione di una società antisismica è per Mancini la conversione dei padri al cuore dei figli, cioè l’invito a ritrovare la passione della vita, come comunione, e quindi aderire all'amore che genera vita nuova per tutti. Finchè la società è governata dalla logica di disgregazione è come se costruissimo sulla sabbia; questa costruzione fa vittime, moltiplica le vite di scarto, moltiplica l'esclusione e i conflitti distruttivi.

Anche noi cristiani non siamo indenni da queste logiche di separazione. Abbiamo anche noi pensato ad un Dio trascendente, lontano, separato da noi tanto che ci siamo pensati come peccatori, abbiamo interiorizzato il disprezzo, l'indegnità dell'uomo. Questa separazione dal Padre è separazione dagli altri che non siamo capaci di chiamare fratello e sorella.  Mentre nel Vangelo l'altro è un fratello per noi il fratello è un altro, vuol dire che vale di meno.

I terremoti odierni si superano non una trasformazione radicale, una conversione che è cambiamento di vita e di società, assunzione di logiche altre.

La prima svolta che ci è richiesta come cristiani e come laici di AC è quella spirituale. Il Vangelo che non è un libro ma è una forma di vita, contiene gli elementi per una autentica ricostruzione antisismica della società e della Chiesa. Cristianesimo vivo e vissuto – ci ha ricordato il relatore - significa mettersi sulla strada, trasformare la vita senza ritenerlo un fatto individuale e singolare, ma fatto della comunità del popolo, fatto collettivo. Un cambiamento è possibile solo nella logica della misericordia, cuore del Vangelo e giustizia di Dio, che è esperienza di relazione, relazione in sé quando sperimentiamo l’amore che viene da Dio che ci accoglie ed è più forte della divisione, più forte della separazione, più forte del male, più forte della morte, più forte del giudizio. Se mi ricordo – ha richiamato il professore - che Dio significa padre che ama con amore materno, radicale, paziente, vero fedele, misericordioso, creativo, mai violento, mai geloso, allora figlio nella Bibbia significa somigliante al padre; figlio di Dio vuol dire uno che nel suo piccolo riesce ad amare con la stessa qualità d'amore: uno che diventa paziente, misericordioso, fedele, accogliente e lascia trasparire nella sua vita l'amore di Dio. Se l'essere umano non si riconosce proveniente da una fonte di bene, se non si riconosce figlio - figlio è uno che è in relazione con la fonte di bene, che deve ricomunicare - non avrà alcun fondamento reale per sentirsi fratello e sorella degli altri. È inutile che parliamo di fraternità e sororità, se non ci riconosciamo figli del Padre. Nella filialità sono capace di dire mio fratello, mia sorella, dove il possessivo non dice di una proprietà, ma di una responsabilità: mio fratello vuol dire che ci devo badare io, è responsabilità mia.

Necessaria è una svolta economica e politica. Trasformare la società per renderla antisismica ci chiama come cristiani con umiltà - il Vangelo ci dice che siamo servi inutili, ci dice non vi montate la testa, rendete un servizio, senza la presunzione di chi vuole avere un primato - a smettere di adattarci alla società del mercato e di prenderla sul serio, dobbiamo riconoscere che è forma idolatrica e invece aiutare e dare un contributo per questa trasformazione che è anche economica... recuperando esperienze di un'altra economia come l'economia di comunione, del bene comune, economia di comunità (Olivetti), economia gandiana... La politica oggi – ha affermato Mancini - è innamorata del potere, riferita a se stessa, è staccata dalla realtà, dalla vita dei popoli, completamente subordinata all'economia.

Ed infine si rende opportuna - ha concluso - una svolta culturale, per governare la tecnologia e passare dall'ottica di competizione alla cooperazione, una trasformazione culturale in modo che le varie tradizioni, le varie culture possano concorre all’elaborazione di una nuova cultura.

Secondo il relatore - Il grande nostro problema non è che moriamo, è che passiamo la vita col rischio di non nascere mai, cioè  di non arrivare alla nostra pienezza umana. Più persone fanno questa esperienza, e più ampia è la casa collettiva, la natura e la società, possono arrivare al fondamento antisismico e fondamentale. La decisione spetta a noi, la decisione è nostra: se vogliamo essere persone spente anzitempo, persone ciniche, rassegnate, mortifere, disperate o persone vive ed appassionate, così innamorate della vita come comunione, così disposte ad attraversare la paura di perdere ed invece pronte a scoprire la libertà di dare, di condividere, di accogliere, di fare strada insieme, che noi diventiamo piccola ma reale fonte di speranza per altri. Non abbiamo il diritto di seminare la disperazione il nostro compito è di essere fonte concreta di speranza per molti altri.

L’intervento si è concluso ricordando ai presenti che in questa società di mercato, in cui facciamo la raccolta differenziata dei rifiuti ma non raccogliamo le vite delle persone, la memoria dei 40 anni del terremoto in Friuli può diventare la memoria di una risposta di vita, di una risposta di solidarietà, di una capacità di futuro, di fronte a una ferita, di fronte a un trauma che di per sè è insensato e che chiede il riconoscimento della nostra responsabilità.

La mattinata si è conclusa nel Duomo di Gemona con la celebrazione presieduta da don Ciprian Ghiurca
Assistente del Settore Adulti della diocesi di Concordia Pordenone.

Al pranzo insieme presso i locali della parrocchia di Gemona, è seguita la visita alla mostra permanente Tiere Motus di  Venzone dove si racconta di come in un minuto il Friuli fu distrutto e messo in ginocchio, ma anche di come i friulani trovano nelle proprie profonde radici la forza di rialzarsi e di risorgere coralmente con una ricostruzione esemplare per partecipazione di popolo ed operato delle istituzioni, conosciuta come “modello Friuli”. Si racconta il momento più tragico e contemporaneamente più alto della storia moderna del Friuli dopo la seconda guerra mondiale ed è dedicata alle vittime, ai soccorritori, a tutti coloro che furono concretamente solidali con il Friuli terremotato, agli artefici della ricostruzione, al popolo friulano.

Qui in modo pragmatico sono stati ribaditi il valore della relazione, la passione per la terra, per la comunità, la responsabilità verso il bene comune, il contributo di ciascuno alla ricostruzione antisismica degli edifici e delle comunità.

Elena Sindaco
Presidente Diocesana AC Udine

Il crocifisso del Duomo di Gemona
Il gruppo in visita a Venzone

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