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Aggiornato: 15 ore 57 min fa

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/23/2020 - 08:00
Liturgia del:  27 settembre 2020

La Parola del giorno: Ez 18,25-28; Sal 24; Fil 2,1-11

Dal Vangelo secondo Matteo (21,28-32)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”.
Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò.
Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”.
Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Due figli. Uno sostanza, l’altro apparenza. Il figlio che appare ribelle inizialmente rifiuta l’invito del padre ad andare a lavorare nella vigna. Ma poi si pente e ci va. L’altro, per farsi bello agli occhi del genitore, dice: “Sì, ci vado”, ma poi non si presenta. «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?» è la domanda che Gesù rivolge a ciascuno di noi. Quanto spesso ci comportiamo come il figlio servizievole in apparenza, promettendo cose che poi non manteniamo? Quante volte vendiamo “illusioni”? E, al contrario, quante volte rispondiamo sull’onda dell’emozione, magari in modo seccato, all’ennesima richiesta che riteniamo ingiusta, ma poi, pensandoci, ce ne pentiamo, e decidiamo di fare come ci è stato detto? La risposta dei sacerdoti e degli anziani del popolo è intelligente.
Essi capiscono che l’atteggiamento migliore è quello del primo figlio, quello che, pur essendo più scortese, alla fine si è pentito e ha ubbidito al genitore. Perché «ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (cfr. Lc 15,7). Il cuore di Dio è più grande di qualsiasi peccato, di qualsiasi mancanza, arroganza, pigrizia. Perché Dio ci ama. Nessuno di noi è condannato a priori per le proprie colpe, purché ce ne pentiamo abbiamo sempre la possibilità di sperare in una vita nuova:«I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». Dio ha fiducia sempre, in ogni uomo; ha fiducia nelle prostitute e ha fiducia in ciascuno di noi, per quanto siano pesanti i nostri peccati. Perché Dio ha fiducia nella nostra capacità di cambiare, di migliorarci, di pentirci del male che abbiamo compiuto e anche del bene che non abbiamo compiuto. E di rimediare. Dio è così, immenso amore, pronto a perdonare sempre ogni nostra mancanza.

(A cura della San Vincenzo de’ Paoli)

Dio non è un dovere... è libertà.

O Padre, tu che accogli pubblicani e peccatori appena
si dispongono a pentirsi, non guardare ai nostri peccati,
ma alla nostra fede, al nostro desiderio di riscattarci.
Perché tu ci insegni che la luce è più forte del buio
e il bene prevale sempre sul male.
Dimentica i peccati della nostra gioventù,
e con amore ricordati di noi, per la tua grande bontà, Signore.

Categorie: Azione Cattolica

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/26/2020 - 08:00
Liturgia del:  30 agosto 2020

La Parola del giorno: Ger 20,7-9; Sal 62; Rm 12,1-2

Dal Vangelo secondo Matteo (16,21-27)
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 
Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

In questo brano Gesù annuncia ai suoi discepoli che è necessario per Lui andare a Gerusalemme, dove poi sarà ucciso e infine risorgerà. Pietro, però, non riesce ad accettare questo annuncio, troppo doloroso. Le parole di Gesù, a questo punto, sono perentorie: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà». È Gesù dunque il vero fondamento della Chiesa, è Gesù la pietra preziosa a fondamento della città di Sion. Gesù dunque ci chiede di cambiare mentalità: è Lui che dobbiamo seguire. Ma dobbiamo imparare a farlo proprio come ci chiede Lui. Dobbiamo abbandonare l’ideale dell’autosufficienza, del desiderio di potere, della tentazione costante di sovrastare tutto e tutti. È una strada molto dura, bisogna fare i conti con i propri limiti e le tante, troppe ambizioni, con le false priorità e con le mancanze interiori che ci portano a inseguire successo e potere. Dobbiamo imparare a portare sulle spalle ognuno la propria croce, perché solo attraverso la sofferenza e il dolore riusciamo a diventare umili gli uni con altri. E saremo finalmente in grado di salvarci, perché nel nostro cuore non ci sarà più spazio per i suggerimenti di Satana, ma prenderanno vita sempre le parole di Gesù. È proprio Lui che ce lo ricorda, indicandoci la vera strada della risurrezione:
«Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni». Sta a noi la scelta, se testimoniare di essere davvero cristiani oppure continuare a pensare non «secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

(A cura del Movimento cristiano lavoratori)

La logica dell’amore: perdere per trovare.

Dacci la forza, Signore, di vedere il giusto cammino,
aiutaci a non lasciarci sopraffare
dalle basse seduzioni del mondo.
Illumina la nostra vita,
perché diventiamo discepoli capaci
di discernere ciò che è buono e a te gradito.

Categorie: Azione Cattolica

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/19/2020 - 08:00
Liturgia del:  23 agosto 2020

La Parola del giorno: Is 22,19-23; Sal 137; Rm 11,33-36

Dal Vangelo secondo Matteo (16,13-20)
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro:
«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Mi sembra di intravvedere nella Cesarea della mia vita una strada di luce, nascosta tra questi versetti. Il punto di partenza sta nell’ascolto veritiero e profondo della Parola, perché accogliendola essa purifichi il mio cuore ed esso divenga da pietra in carne, malleabile tra le mani di Gesù. Questo brano di Matteo mi mette di fronte ad un contrasto tra la mia intelligenza che vuole comprendere, e la sapienza di Dio. Tra l’intelligenza umana, i ragionamenti della mente, ovvero tra Gesù e il mio mondo. Vorrei chiudermi, dirmi di non crearmi problemi e che la vita basta; poi tra le arcate del cuore sento risuonare le parole di Simon Pietro, odo la sua confessione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», e diventa per me l’inquietudine di un cuore che cerca la verità.
I due personaggi, Gesù e Pietro, ci provocano nel poterli riconoscere in ciò che essi sono realmente. Cesarea di Filippo, lontana, quasi contrapposta a Gerusalemme, diventa il nostro io interiore, dove con i due protagonisti scopriamo questo spazio come un dono di conoscenza reciproca. La nostra vita di discepoli è sempre un percorso verso la ricerca della  vera identità di Gesù e quindi della nostra. Gesù, con la sua domanda:
«La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?», non è spinto da semplice curiosità. In qualche modo, piuttosto, vuole capire meglio chi Egli sia. La conoscenza o meno di noi agli occhi degli altri può aiutarci a capire di più di noi stessi.
Pietro nel suo lungo percorso esistenziale, pieno di inciampi e di rinunce, arriva là dove non tutto ciò che appare è evidente, capisce che un cammino nella fede da soli non siamo in grado di percorrerlo, a meno che il Padre non intervenga, manifestandosi in Gesù. Allora nella relazione con Lui è possibile conoscerLo e conoscersi veramente.

(A cura del Mieac)

Solo incontrandoLo lo riconoscerai!

Signore Gesù, Figlio del Dio vivente,
non è facile leggersi dentro, così come riconoscerti in me,
creatura a tua immagine e somiglianza.
Concedimi di fare un primo passo verso di te,
ma anche tu vienimi incontro,
perché talvolta sono in balìa di dubbi che non riesco a gestire.
Donami di riconoscerti senza giudizio e timore,
ma nella libertà e nella gioia di un dono ritrovato,
che sono io e tu con me, nello Spirito Santo, con i fratelli. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sab, 08/15/2020 - 20:00
Liturgia del:  16 agosto 2020

La Parola del giorno: Is 56,1.6-7; Sal 66; Rm 11,13-15.29-32

Dal Vangelo secondo Matteo (15,21-28)
In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. Ed ecco, una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide!
Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono:
«Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose:
«Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò:
«Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri».
E da quell’istante sua figlia fu guarita.

«Ma chi lo capisce questo Gesù?». Sarebbe legittima l’esclamazione alla lettura del brano: una madre disperata che chiede la guarigione della figlia; un dialogo tra sordi, per chiudere in fretta l’incontro e riprendere la strada; la guarigione che alla fine arriva, ma ha uno spazio marginale. Se si va più a fondo, però, si riesce a capire che quanto pareva incomprensibile risponde a una strategia pedagogica non casuale.
La donna: una “cananea”, cioè greca, non-ebrea, non appartenente al popolo eletto, una di quelle persone che venivano definite “cani” (qui attenuato in “cagnolini”). Tutti particolari che non farebbero di lei una destinataria della salvezza, ma un’intrusa che disturba la già faticosa attività per raggiungere i designati. Gli apostoli incitano Gesù ad ascoltarla per togliersela di torno e Gesù risponde subito cercando di liquidarla.
Ma la donna insiste: «aiutami!». La risposta di Gesù non è più in prima persona, ma si rifà alla “buona” regola del non buttare quanto è prezioso a chi non lo sa apprezzare. La donna capisce a tal punto da non lasciare scampo: «grande è la tua fede!», la conclusione di  Gesù. E tutto il resto andrà secondo i suoi desideri.
Rispetto alle premesse, sembrerebbe una capitolazione di Gesù. Ma la donna è una madre, che urla la disperazione per la figlia che, non la morte fisica, ma il male della vita le sta facendo perdere. Non potrebbe essere, questa, la metafora del dolore dell’umanità tutta, quando comprende di essere incapace di affrontare quanto la sta distruggendo? Il salto per tutti noi è qui: quando perdiamo quel che dà senso alla vita, ci liberiamo dalle barriere delle inutili ricchezze e di ogni pregiudizio e chiediamo aiuto a Colui che ci sa leggere dentro ed è in grado di farci accogliere quanto ci è sembrato fino ad allora alieno e lontano. Egli è il solo a poter compiere il miracolo di premiare la purezza del cuore.

(A cura del Meic)

Pregare: bussare alla porta del cuore di Dio.

Signore, dammi occhi, mente, cuore
per riconoscere chi,
con intento malvagio,
ti imita.
Signore, aiutami a vivere e ad essere riconosciuto
come testimone puro
della tua Parola.

Categorie: Azione Cattolica

ASSUNZIONE DELLA B.V. MARIA

Mer, 08/12/2020 - 08:00
Liturgia del:  15 agosto 2020

La Parola del giorno: Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab; Sal 44; 1Cor 15,20-27a

Dal Vangelo secondo Luca (1,39-56)
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Maria ci viene presentata come colei che attende gioiosamente la venuta di Gesù che ella stessa porta nel suo grembo. È lei a cantare e a danzare esultando di gioia ma, in questo giorno, anche noi gioiamo ed esultiamo nel saperla assunta in cielo, perché ora è nella gloria di Dio.
Ogni buon credente in Cristo non può che annunciare questa gioia e partecipare alla grandezza di un Dio che si prende cura di tutti, specialmente dei poveri e dei bisognosi.
Maria canta la fedeltà di Dio verso il suo popolo e proclama il cambiamento che è avvenuto nella sua vita grazie al suo sguardo amorevole, per incoraggiarci e insegnarci a vedere oltre le prospettive umane e le tristezze della vita ed essere testimoni di gioia.
Come Maria dovremmo esaltare il bene, considerare il bello e il buono che c’è in mezzo a noi per testimoniarlo e “portarlo” agli altri. Oggi, come non mai, abbiamo bisogno di testimoni della gioia, di singoli e soprattutto di comunità che portino gioia nelle case e nei cuori di tutti, soprattutto disperati e delusi dalla vita. Maria è l’Arca che porta l’amore di Dio in mezzo a noi e noi, pure, possiamo essere quell’arca che porta benefici e Grazia di Dio in abbondanza alle persone che incontriamo sul nostro cammino.

(A cura del Movimento apostolico ciechi)

Lodare: leggere la vita con gli occhi di Dio.

Spirito Santo, forza della nostra vita,
tu hai concesso alla giovane di Nazaret
di accogliere e portare in sé il Verbo di Dio.
Ti preghiamo: insegnaci ad essere forti nella fede per essere
testimoni di speranza in questo nostro mondo assetato di Dio.
Concedici di aderire, come Maria, alla tua Parola di vita,
con tutte le nostre forze, con tutto il nostro cuore, la nostra
anima e la nostra mente, per essere credibili discepoli-missionari
della gioia del Vangelo di Gesù Cristo.

Categorie: Azione Cattolica

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/05/2020 - 08:00
Liturgia del:  9 agosto 2020

La Parola del giorno: 1Re 19,9a.11-13a; Sal 84; Rm 9,1-5

Dal Vangelo secondo Matteo (14,22-33)
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

La relazione tra le persone, tra gli uomini e il creato, tra uomo e Dio, è la parola chiave di questa pagina del Vangelo, così come per l’intera Scrittura. Il brano dispiega tre quadri in successione: il primo rinvia alla folla e alla distribuzione del pane, il secondo alla montagna ove Gesù si ritira per pregare, e il terzo alla tempesta nel buio della notte. Queste tre scene sono tenute insieme dalla presenza di Gesù e dalla relazione tra Questi, i suoi discepoli e la folla. 
La relazione con Gesù è una relazione di affidamento, è una relazione di senso, consente di andare oltre il bisogno di mangiare, oltre la paura, oltre il dubbio. Gesù ha provveduto a sfamare la folla e ha spezzato con tutti il pane, in una relazione di condivisione; Gesù, poi, ha avvertito l’esigenza di ritirarsi sul monte, di entrare in intima relazione con il Padre, di raccogliersi in preghiera, quasi allontanandosi dal mondo dell’uomo, dalla fame e dalla tempesta, per ripensare, per riflettere; alla fine della notte decide di scendere dal monte e di andare incontro all’uomo, ai suoi discepoli smarriti e impauriti. La paura del buio, la paura di non riuscire a governare le forze della natura gettano i discepoli nello smarrimento; lo stesso Gesù che cammina sulle acque appare ad essi come un fantasma, un ulteriore elemento di pericolo e perciò di paura. La paura è l’altro elemento chiave di questa pagina biblica; nelle relazioni con la natura e con gli altri, la paura è l’elemento determinante. Alla paura si  aggiunge il dubbio: Gesù si avvicina e invita tutti ad avere coraggio, a non avere paura; Pietro, che rappresenta tutti noi, scende dalla barca e comincia ad avvicinarsi a Gesù, ma si impaurisce ancora di più e dubita. La paura e il dubbio inquinano o forse alimentano le nostre relazioni; l’affidamento, la fede in Gesù portano la quiete, rasserenano, conducono verso l’alba e verso la bonaccia.

(A cura del Movimento apostolico ciechi)

C’è sempre una mano tesa... quella di Dio.

Signore, ti ringraziamo per il creato
e per il benessere in cui noi viviamo; rendici disponibili a donare,
a servire e ad operare per la giustizia e la pace;
fa’ che siamo attenti a contribuire allo sviluppo sostenibile
e alla equa distribuzione della ricchezza con i nostri stili di vita,
con la semplicità e la sobrietà,
con l’impegno nella trasformazione delle relazioni tra gli uomini
e i popoli e con la rimozione di tutte le cause di povertà,
di discriminazione e di esclusione.

Categorie: Azione Cattolica

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/29/2020 - 08:00
Liturgia del:  2 agosto 2020

La Parola del giorno: Is 55,1-3; Sal 144; Rm 8,35.37-39

Dal Vangelo secondo Matteo (14,13-21)
In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero:
«Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

La morte di Giovanni Battista segna uno spartiacque nella vita e nel ministero di Gesù. Il Maestro avverte l’esigenza di ritirarsi in un luogo deserto, dopo un periodo intenso vissuto sulle rive del lago di Tiberiade, a contatto con la folla che gli domandava la liberazione dal male e la guarigione dalle infermità.
A tutto ciò Egli non si è sottratto, accompagnando i gesti con la predicazione.
Questo brano si offre molto bene per consentirci di fare una vera e propria composizione di luogo: visualizzare l’ambiente in cui l’episodio si è svolto, identificandoci, di volta in volta, nelle folle che cercano Gesù, affrontando un faticoso percorso a piedi per raggiungerlo; riflettere sui discepoli che restano accanto a Lui, seguendoLo ovunque, però ancora  incapaci di cogliere il mistero profondo del loro Maestro; cogliere l’importanza di riportare a Gesù tutto quanto abbiamo, nella certezza che, sebbene sia poco, nelle sue mani quel poco può divenire incommensurabile fino a sfamare tanti e averne in sovrabbondanza. Infine possiamo contemplare il mistero profondo di Gesù, nostro Maestro e Signore: il suo desiderio di rivolgersi costantemente al Padre, affidandosi completamente a Lui; il suo rimettersi in gioco, guarendo e donandosi senza misura. Egli, sacerdote e nostro pastore, ci conduce su pascoli erbosi e al banchetto di comunione universale annunciato dai profeti: tutto questo vivendo radicato nel Padre, a cui sempre si è rivolto in rendimento di grazie e da cui trae ogni benedizione.

(A cura dell’Istituzione Teresiana)

Diventare pane.

Signore Gesù,
sacerdote per sempre e pastore buono,
insegnaci attraverso il contatto vivo
con i tuoi gesti e le tue parole
a divenire segno permanente di azione di grazia,
benedizione, eucaristia vivente
per ogni tipo di fame intorno a noi.

Categorie: Azione Cattolica

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/22/2020 - 08:00
Liturgia del:  26 luglio 2020

La Parola del giorno: 1Re 3,5.7-12; Sal 118; Rm 8,28-30

Dal Vangelo secondo Matteo (13,44-46 – forma breve)
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra».

Le due similitudini di questa domenica consentono di fare un passo ulteriore rispetto alle analogie del seme di senapa e del lievito: queste infatti evocano cosa sia il Regno dei Cieli nella sua essenza; le similitudini di oggi, tesoro nascosto e perla più preziosa, toccano ciò che, di fronte al regno-seme di senapa e al regno-lievito nascosto nella pasta, noi siamo invitati a fare.
Innanzitutto, il tesoro è nascosto: non disponibile subito, va piuttosto cercato, scavando.
In secondo luogo, la vendita di tutto, pur di acquistare il campo, dov’era nascosto ed è stato poi scovato il tesoro, non è causa di afflizione, bensì di piena gioia. Non dunque una forzatura richiesta dall’esterno, ma una gioiosa esigenza che scaturisce dall’interno, come un torrente in piena.
In modo analogo, ecco la parabola del mercante che va in cerca di perle preziose e che, quando trova la perla del Regno, vende tutte le altre perle preziose pur di acquistare questa, più preziosa di tutte. Prendiamo coscienza che lungo la nostra vita noi ci imbattiamo in differenti perle, poche o molte che siano, ma affascinanti e attraenti nel loro splendore.
Il passaggio che possiamo compiere oggi sta in questa accresciuta consapevolezza: lo stupore di un Regno che nasce minuscolo come un granello di senape, fino a essere inizialmente quasi impercettibile a occhio umano, e poi diviene un albero così grande da poter ospitare tutti gli uccelli del cielo. Dinanzi al mistero di un Regno che, come lievito, è capace di far lievitare tutta la pasta, e sciogliendosi in essa regala gratuitamente profumo, fragranza e sapore, ecco maturare la capacità di cogliere il valore profondo e incommensurabile di questo Regno.
Come un tesoro nascosto in un campo è il Regno dei Cieli, la realtà di Dio, la vita del Signore in noi: un tesoro che per custodirlo si può vendere tutto il resto, una perla tanto preziosa che per acquistarla si possono vendere le perle già possedute.
Ognuno di noi può chiedersi, o meglio chiedere al Padre per mezzo del Maestro e Signore e nella luce dello Spirito Santo, cosa può significare oggi vendere tutti gli averi per acquistare il campo dov’è nascosto il tesoro, e dare tutte le perle preziose per possedere la più preziosa di tutte. Ognuno può discernere se questa scelta dà la gioia di cui Gesù parla, o se, invece, le paure, che si annidano in noi, ci impediscono di scegliere.

(A cura dell’Istituzione Teresiana)

Vale la pena credere.

Signore Gesù,
che parli di gioia zampillante
dentro chi vende tutto per te,
donaci di scoprirla in noi,
dopo aver scavato per cercare il tesoro
e aver imparato a distinguere la luce vera,
quella che brilla dentro
la perla più preziosa.

Categorie: Azione Cattolica

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/15/2020 - 08:00
Liturgia del:  19 luglio 2020

La Parola del giorno: Sap 12,13.16-19; Sal 85; Rm 8,26-27

Dal Vangelo secondo Matteo (13,24-30 – forma breve)
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo:
«Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”.
Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».

Il Regno dei Cieli ha a che fare con le cose della terra e si descrive con la generosità della semina, la capacità di aver fiducia nel cuore dell’uomo, il desiderio di far crescere qualcosa di buono per il bene di tutti. Il Regno dei Cieli è il regno della fiducia, della gratuità, della speranza nel futuro, della fatica e del pensiero per il campo ed è per questi motivi che si decide di uscire per la semina.
Per rendere presente il Regno dei Cieli è necessario uscire e decidersi di non fare i conti, di non guardare alla bravura o alla cattiveria, di non fare distinzioni tra chi può e chi non può, tra chi ha il cuore buono e chi ha il cuore cattivo, tra chi partecipa e chi non partecipa.
Si esce e si spande il seme a piene mani. Senza paura e con molto coraggio. Sapendo che da noi dipende solo la quantità di seme gettato e niente altro. La crescita, i germogli dipendono da altri.
Per riuscire a far crescere il Regno di Dio è necessario essere accoglienti “della zizzania”, di chi opera contro la bellezza e il seme buono; è necessario accorgerci che seme buono e  zizzania vivono nelle stessa terra, sfruttano lo stesso terreno, e crescendo l’una accanto all’altro.
Il Regno dei Cieli è scuola di attenzione e di accoglienza. «Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura...»,
fatevi passare l’idea di essere giudici e giustizieri della “zizzania”, lasciatela pure crescere. Non è compito vostro sradicare.
Il vostro compito è quello di far crescere, di accompagnare, di non far confondere le cose, di custodire il campo e il Regno.
Il vostro compito è quello di essere generosi con il seme, con l’impegno, con la cura. Il resto e la divisione avverranno nel tempo che il padrone deciderà.

(A cura dell’Azione cattolica italiana)

La pazienza: segno di amore.

Rendici, o Padre, capaci di accoglienze e di accompagnamenti.
Aiutaci a essere attenti alla vita di tutti senza fare distinzioni.
Permettici di riscoprire la generosità della semina.
Donaci il cuore e le mani capaci di donare
con larghezza e disponibilità.

Categorie: Azione Cattolica

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/08/2020 - 08:00
Liturgia del:  12 luglio 2020

La Parola del giorno: Is 55,10-11; Sal 64; Rm 8,18-23

Dal Vangelo secondo Matteo (13,1-9 – forma breve)
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò.
Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. 
Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Come parlare di Dio? Spesso ci facciamo questa domanda. A partire dall’ascolto del Vangelo di questa domenica, potremmo forse domandarci: come Gesù ha parlato di Dio e del suo Regno?
Possiamo azzardare una risposta ripercorrendo queste righe.
Lo ha fatto “sedendosi in riva al mare”: per un uditorio di pescatori, un modo per dire che egli ha condiviso la ferialità di ciascuno.
Lo ha fatto annunciando che proprio questa ferialità può essere contemplata. Non tollerata in attesa di qualche grande evento. Men che meno “subita”, perché confrontata con successi, notorietà, carriere, prime pagine... Al contrario: ferialità assunta come il luogo della manifestazione di Dio nei gesti di un uomo della campagna.
Lo ha fatto interrogando la coscienza di ciascuno: non posso parlare di Dio senza aver lasciato che Egli mi parli. A quale terreno sento di assomigliare in questa stagione della mia esistenza?
Lo ha fatto con delle immagini capaci di offrire una luce senza esaurire la ricerca. Nella lettera pastorale Ripartiamo da Dio, il cardinale Martini scrisse: «La Sacra Scrittura preferisce il velo del simbolo o della parabola; sa che di Dio non si può parlare che con tremore e per accenni, come di Qualcuno che in tutto ci supera. Gesù ci parla del Padre, ma per enigmi, fino al giorno in cui svelatamente ci parlerà di Lui. Questo giorno non è ancora venuto, se non per anticipazioni, che ci fanno camminare nella notte della fede. Le nostre certezze non ci dispensano dalla fatica di interrogarci, dal timore di illuderci, dal bisogno di esaminarci con umiltà su quanto diciamo e su quanto operiamo ogni giorno» (C.M. Martini, Ripartiamo da Dio. Lettera pastorale per l’anno ‘95-’96, Centro Ambrosiano, Milano 1995).
Come parlare di Dio, dunque? Lasciando che Lui ci parli per primo, divenendo terreno accogliente e fecondo; condividendo la vita dei fratelli; traendo da essa i segni della presenza del Signore; non rinchiudendo le coscienze nelle nostre definizioni, ma educandole alla ricerca costante e appassionata dell’“oltre” della Parola.

(A cura della Gioc)

La vita: terreno buono per la Parola.

Parlaci, Signore.
E donaci occhi per riconoscerti,
orecchi per ascoltarti,
cuori per accoglierti.
Parla alla nostra vita,
parla con la nostra vita
perché il frutto del tuo amore
si moltiplichi in mezzo a noi.

Categorie: Azione Cattolica

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/01/2020 - 08:00
Liturgia del:  5 luglio 2020

La Parola del giorno: Zc 9,9-10; Sal 144; Rm 8,9.11-13

Dal Vangelo secondo Matteo (11,25-30)
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

La bellezza di questo brano è paradossalmente esaltata dai fatti accaduti e dal contesto in cui è inserito. Giovanni Battista è in carcere e nutre dei dubbi su Gesù: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?». Inoltre, le città dove Gesù aveva predicato e operato prodigi non si erano convertite. Motivi questi che avrebbero potuto umanamente scoraggiare. Gesù, invece, si rivolge al Padre con affetto, serenamente. Non si lamenta, ma eleva la sua lode a Lui.
È una lode al Padre per essersi rivelato ai piccoli, per aver tolto il suo velo davanti al povero, a chi è fragile, a chi sa di essere limitato, mancante, bisognoso. Solo chi ha consapevolezza di avere un vuoto da colmare, di non bastare a se stesso, è pronto ad accogliere, ad essere “ricolmato” di ogni bene, a riconoscere l’amore. Il bambino non sa tante cose, ma riconosce chi lo ama e a lui si affida completamente. Il messaggio di Dio è per tutti, nessuno escluso. I sapienti e i dotti ne sono anch’essi destinatari. Non sono esclusi. Si sono esclusi. Rigidi osservanti della legge, rinchiusi in essa, come in una gabbia, per aver rifiutato l’annuncio di verità. «Venite a me»: commuove l’invito di Gesù ad andare da Lui, per la dolcezza e l’affetto che in esso traspare. È grande il suo desiderio di rinfrancare, perché la nostra vita sia bella. Bella per le relazioni segnate dalla fraternità e dalla voglia di pregare per il nemico perché lo sentiamo amico. Egli che è Dio, ci vuole più uomini, più umani. È Lui il maestro dalle caratteristiche insolite: non ha arroganza, né prepotenza, ma mitezza e  umiltà. È l’Uomo delle beatitudini. Ci invita a imparare da Lui. Sì, ogni discepolo impara dal suo maestro e non smette mai di farlo. I dotti e i sapienti imponevano, nel nome di Dio, leggi che opprimevano: un giogo insopportabile. Gesù propone un giogo dolce, leggero: l’amore. Non schiaccia, non mortifica, ma solleva, invita a prendersi cura degli altri, ad avere a cuore la vita degli altri, oltre la propria. Certo impegna, costa fatica, non elimina delusione e dolore. Ma trasforma la nostra vita, rinnovandola e rendendoci beati.

(A cura dell’Azione cattolica italiana)

Andare a Gesù... ristoro dei nostri cuori stanchi.

Aiutaci, Signore, a sentirci piccoli,
ad avere bisogno di te.
Aiutaci a voler aprire il cuore a te e agli altri.
Aiutaci a scoprire la bellezza dell’amore del Padre.
Aiutaci ad essere discepoli fedeli, sempre.
Aiutaci a diventare testimoni instancabili del Vangelo.
Tienici per mano, in ogni tempo, fino all’incontro con te.

Categorie: Azione Cattolica

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 06/24/2020 - 08:00
Liturgia del:  28 giugno 2020

La Parola del giorno: 2Re 4,8-11.14-16a; Sal 88; Rm 6,3-4.8-11

Dal Vangelo secondo Matteo (10,37-42)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

La missione chiede “leggerezza”. Il Signore indica a quanti sono inviati quale debba essere il loro modo di porsi, di vivere.
Lo fa con una sequenza di istruzioni, l’ultima parte delle quali accompagna la preghiera di questa settimana. Leggerezza non è superficialità: il discepolo-missionario non è certo un funzionario. Piuttosto, essa è capacità di porre in Dio l’unica sicurezza davvero necessaria. E, di conseguenza, potersi permettere una certa libertà da altri bisogni.
Alle volte, davanti a qualche situazione solo apparentemente complicata, sentiamo commentare: “Si è perso in un bicchier d’acqua”, in qualcosa da poco. Qui potremmo dire che nel bicchiere d’acqua ci si ritrova e si scoprono, tra le altre, due caratteristiche della missione:

  • la premura: solitamente l’acqua si scaldava. Gesù la descrive “fresca” non per indicare il refrigerio che, almeno qui, ci saremmo aspettati immaginando un clima torrido come quello del Vicino Oriente antico. Quanto, piuttosto, per avvisarci che il missionario non avrà tempo per lunghe soste: l’annuncio ci spinge, ci pone continuamente “in uscita”.
  • La semplicità: offrire un bicchiere d’acqua appare quasi banale. Eppure, agli occhi di Dio, nulla è banale. Anche il gesto più piccolo non cade nell’indifferenza. La missione si nutre non di imprese eclatanti, ma di attenzioni quotidiane, discrete eppure così preziose da essere custodite dalla Parola e dalle promesse da essa annunciate.

Trovare la vita dopo aver temuto di averla perduta: questa la paradossale sfida del Vangelo.
Non più, dunque, perduti “in un bicchier d’acqua” perché bloccati dalle nostre pretese verso gli altri e pure verso noi stessi, ma “ritrovati” nella semplicità di un gesto che, non caratterizzando nessuna condizione di vita particolare, annuncia che tutti siamo chiamati a vivere come discepoli-missionari; tutti siamo chiamati ad avere cura – per quel che possiamo – dei nostri fratelli.

(A cura della Gioc)

La fede autentica si mostra nel «morso del più» (L. Ciotti).

Siamo perduti, Signore,
ogni volta che pensiamo solo a noi stessi
e, considerando la vita come una proprietà,
finiamo per volerci difendere dagli altri.
Ci ritroviamo, Signore,
ogni volta che – insieme a te –
facciamo della nostra vita un dono
e scopriamo, così, la vera libertà.

Categorie: Azione Cattolica

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 06/17/2020 - 08:00
Liturgia del:  21 giugno 2020

La Parola del giorno: Ger 20,10-13; Sal 68 ; Rm 5,12-15

Dal Vangelo secondo Matteo (10,26-33)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro.
Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

«Non abbiate paura»: Gesù lo ripete tre volte, a sottolineare l’importanza capitale di questa indicazione rivolta al  gruppo dei dodici discepoli radunati attorno a Lui per ricevere istruzioni per la loro missione. Gesù sa che la paura arriverà presto a turbarli, impietrirli, immobilizzarli. Hanno deciso di seguire il Maestro sollecitati da una chiamata alla quale era impossibile dire di no, ma dovranno affrontare tentazioni, dubbi, provocazioni che arriveranno dal mondo esterno e dal loro stesso cuore. Ecco perché Gesù sottolinea per tre volte l’importanza di non lasciarsi vincere dalla paura, confidando nel Padre che custodisce tutti con infinita tenerezza come passerotti amati, nutriti e protetti.
Un’unica paura bisogna avere, quella di chi può uccidere non solo il corpo, ma l’anima. Ovvero la paura del “nemico” dell’anima dell’uomo, che qui non è esplicitamente nominato, ma è lo stesso nemico che Gesù ha dovuto affrontare nei quaranta giorni nel deserto, prima di immergersi nel mondo e nella sua stessa missione. Un discepolo non è più del maestro, dirà il Signore, ed esattamente come il maestro anche i suoi discepoli dovranno imparare l’arte di restare uniti al Padre, attraversando deserti e turbolenze lungo il percorso.
È un apprendistato che Gesù propone anche ai suoi discepoli di oggi, in un tempo confuso e talora oscuro, dove la paura sembra regolare le relazioni al posto della fiducia. Ho paura che quello mi scavalchi, che mi rubi il posto, ho paura di non farcela, paura di essere fragile, di essere ferito, di non essere accettato. La paura ha molti nomi e molte facce. Ascoltare la voce del Signore che invita con forza a non temere, può aiutare tutti noi, anche oggi, a sperimentare una grande liberazione dalle catene del mondo e del nostro stesso orgoglio. Forse il nemico più abile della nostra anima.

(A cura di Turris Eburnea)

Non aver paura... sei nel cuore di Dio!

Signore, insegnaci ad essere puri e semplici,
a seguirti come bambini che non chiedono nulla
se non di essere amati e cullati, senza paura.
E stai vicino a noi quando arriverà il nemico dell’anima
a turbarci e a creare divisioni,
perché possiamo vincerlo
con la forza del tuo Spirito.

Categorie: Azione Cattolica

CORPO E SANGUE DI CRISTO

Mer, 06/10/2020 - 08:00
Liturgia del:  14 giugno 2020

La Parola del giorno: Dt 8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1Cor 10,16-17

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,51-58)
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro:
«Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo»: la Parola che si è fatta carne, adesso si fa pane vivo. Occorre che la carne di ogni uomo, come la sua, viva della gloria di Dio. La gloria di Dio discende nella carne umana di Gesù fino all’oscurità della croce, per farsi carne da donare al mondo, per amare il mondo.
La gloria di Dio è l’Amore che si dona, che si fa carne per farsi pane, per donare vita piena. Adesso Gesù identifica il pane che dà la vita con la sua carne: mangiare il pane vivo disceso dal cielo, diventa “mangiare la carne” di Gesù (precisamente “mordere”, “masticare”, per sottolineare il realismo della partecipazione personale). “Mangiare la carne del Figlio dell’uomo” e “bere il suo sangue”, sono espressioni che appartengono chiaramente al linguaggio eucaristico.
È il senso dell’Eucaristia, esperienza viva della relazione di
Amore che, attraverso la concretezza della carne di Gesù donata fino alla morte, risorge nella carne dell’uomo che crede, per renderla partecipe della bellezza della sua vita nuova.
Attraverso l’Eucaristia, si attua una relazione piena tra Gesù e il credente, perché possa sperimentare quel Dio che ha tanto amato il mondo da dare il proprio Figlio, perché il mondo viva. “Mangiare il pane vivo... mangiare il corpo”... Mangiare la carne, mangiare l’Amore, mangiare Dio: tutto è estremamente concreto e tutto è di una densità infinita. Mangiare l’Amore incarnato di Dio perché Dio continui a incarnarsi e la carne dell’uomo sperimenti la vita di Dio: l’amore dell’uomo diventi l’Amore di Dio e qui risplenda la sua gloria. Tutto è Dio e tutto è così concretamente umano. Tutto è stupendo: tutto richiede “soltanto” il coraggio di credere l’Amore  infinito di Dio nell’oscurità della croce di Gesù.

(A cura dei Consultori di ispirazione cristiana)

Il cristiano: Eucaristia che cammina nel mondo.

Noi ti ringraziamo, ti lodiamo e ti benediciamo, Signore,
perché continui a manifestarti nel mistero della tua Chiesa.
In essa, Signore, tu vivi, in essa diffondi il tuo Spirito,
in essa diffondi la tua Parola, in essa guarisci,
in essa consoli le sofferenze degli uomini,
in essa e per essa ti crei un corpo visibile che è luce della storia,
segno e strumento di unità per il genere umano.
E noi che contempliamo volentieri la tua vita e la tua morte,
la tua passione e la tua gloria, ti chiediamo, Signore,
di poter contemplare il mistero del tuo corpo esteso nel tempo
e di contemplarlo come tua realtà.
Fa’ che possiamo conoscere la grandezza della speranza
alla quale ci chiami mediante la vita,
il servizio in questo corpo che è tuo e che diffonde
il tuo splendore nel tempo, nell’attesa della pienezza della gloria.

Categorie: Azione Cattolica