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Aggiornato: 3 ore 19 min fa

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 07/01/2020 - 08:00
Liturgia del:  5 luglio 2020

La Parola del giorno: Zc 9,9-10; Sal 144; Rm 8,9.11-13

Dal Vangelo secondo Matteo (11,25-30)
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

La bellezza di questo brano è paradossalmente esaltata dai fatti accaduti e dal contesto in cui è inserito. Giovanni Battista è in carcere e nutre dei dubbi su Gesù: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?». Inoltre, le città dove Gesù aveva predicato e operato prodigi non si erano convertite. Motivi questi che avrebbero potuto umanamente scoraggiare. Gesù, invece, si rivolge al Padre con affetto, serenamente. Non si lamenta, ma eleva la sua lode a Lui.
È una lode al Padre per essersi rivelato ai piccoli, per aver tolto il suo velo davanti al povero, a chi è fragile, a chi sa di essere limitato, mancante, bisognoso. Solo chi ha consapevolezza di avere un vuoto da colmare, di non bastare a se stesso, è pronto ad accogliere, ad essere “ricolmato” di ogni bene, a riconoscere l’amore. Il bambino non sa tante cose, ma riconosce chi lo ama e a lui si affida completamente. Il messaggio di Dio è per tutti, nessuno escluso. I sapienti e i dotti ne sono anch’essi destinatari. Non sono esclusi. Si sono esclusi. Rigidi osservanti della legge, rinchiusi in essa, come in una gabbia, per aver rifiutato l’annuncio di verità. «Venite a me»: commuove l’invito di Gesù ad andare da Lui, per la dolcezza e l’affetto che in esso traspare. È grande il suo desiderio di rinfrancare, perché la nostra vita sia bella. Bella per le relazioni segnate dalla fraternità e dalla voglia di pregare per il nemico perché lo sentiamo amico. Egli che è Dio, ci vuole più uomini, più umani. È Lui il maestro dalle caratteristiche insolite: non ha arroganza, né prepotenza, ma mitezza e  umiltà. È l’Uomo delle beatitudini. Ci invita a imparare da Lui. Sì, ogni discepolo impara dal suo maestro e non smette mai di farlo. I dotti e i sapienti imponevano, nel nome di Dio, leggi che opprimevano: un giogo insopportabile. Gesù propone un giogo dolce, leggero: l’amore. Non schiaccia, non mortifica, ma solleva, invita a prendersi cura degli altri, ad avere a cuore la vita degli altri, oltre la propria. Certo impegna, costa fatica, non elimina delusione e dolore. Ma trasforma la nostra vita, rinnovandola e rendendoci beati.

(A cura dell’Azione cattolica italiana)

Andare a Gesù... ristoro dei nostri cuori stanchi.

Aiutaci, Signore, a sentirci piccoli,
ad avere bisogno di te.
Aiutaci a voler aprire il cuore a te e agli altri.
Aiutaci a scoprire la bellezza dell’amore del Padre.
Aiutaci ad essere discepoli fedeli, sempre.
Aiutaci a diventare testimoni instancabili del Vangelo.
Tienici per mano, in ogni tempo, fino all’incontro con te.

Categorie: Azione Cattolica

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 06/24/2020 - 08:00
Liturgia del:  28 giugno 2020

La Parola del giorno: 2Re 4,8-11.14-16a; Sal 88; Rm 6,3-4.8-11

Dal Vangelo secondo Matteo (10,37-42)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

La missione chiede “leggerezza”. Il Signore indica a quanti sono inviati quale debba essere il loro modo di porsi, di vivere.
Lo fa con una sequenza di istruzioni, l’ultima parte delle quali accompagna la preghiera di questa settimana. Leggerezza non è superficialità: il discepolo-missionario non è certo un funzionario. Piuttosto, essa è capacità di porre in Dio l’unica sicurezza davvero necessaria. E, di conseguenza, potersi permettere una certa libertà da altri bisogni.
Alle volte, davanti a qualche situazione solo apparentemente complicata, sentiamo commentare: “Si è perso in un bicchier d’acqua”, in qualcosa da poco. Qui potremmo dire che nel bicchiere d’acqua ci si ritrova e si scoprono, tra le altre, due caratteristiche della missione:

  • la premura: solitamente l’acqua si scaldava. Gesù la descrive “fresca” non per indicare il refrigerio che, almeno qui, ci saremmo aspettati immaginando un clima torrido come quello del Vicino Oriente antico. Quanto, piuttosto, per avvisarci che il missionario non avrà tempo per lunghe soste: l’annuncio ci spinge, ci pone continuamente “in uscita”.
  • La semplicità: offrire un bicchiere d’acqua appare quasi banale. Eppure, agli occhi di Dio, nulla è banale. Anche il gesto più piccolo non cade nell’indifferenza. La missione si nutre non di imprese eclatanti, ma di attenzioni quotidiane, discrete eppure così preziose da essere custodite dalla Parola e dalle promesse da essa annunciate.

Trovare la vita dopo aver temuto di averla perduta: questa la paradossale sfida del Vangelo.
Non più, dunque, perduti “in un bicchier d’acqua” perché bloccati dalle nostre pretese verso gli altri e pure verso noi stessi, ma “ritrovati” nella semplicità di un gesto che, non caratterizzando nessuna condizione di vita particolare, annuncia che tutti siamo chiamati a vivere come discepoli-missionari; tutti siamo chiamati ad avere cura – per quel che possiamo – dei nostri fratelli.

(A cura della Gioc)

La fede autentica si mostra nel «morso del più» (L. Ciotti).

Siamo perduti, Signore,
ogni volta che pensiamo solo a noi stessi
e, considerando la vita come una proprietà,
finiamo per volerci difendere dagli altri.
Ci ritroviamo, Signore,
ogni volta che – insieme a te –
facciamo della nostra vita un dono
e scopriamo, così, la vera libertà.

Categorie: Azione Cattolica

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 06/17/2020 - 08:00
Liturgia del:  21 giugno 2020

La Parola del giorno: Ger 20,10-13; Sal 68 ; Rm 5,12-15

Dal Vangelo secondo Matteo (10,26-33)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro.
Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

«Non abbiate paura»: Gesù lo ripete tre volte, a sottolineare l’importanza capitale di questa indicazione rivolta al  gruppo dei dodici discepoli radunati attorno a Lui per ricevere istruzioni per la loro missione. Gesù sa che la paura arriverà presto a turbarli, impietrirli, immobilizzarli. Hanno deciso di seguire il Maestro sollecitati da una chiamata alla quale era impossibile dire di no, ma dovranno affrontare tentazioni, dubbi, provocazioni che arriveranno dal mondo esterno e dal loro stesso cuore. Ecco perché Gesù sottolinea per tre volte l’importanza di non lasciarsi vincere dalla paura, confidando nel Padre che custodisce tutti con infinita tenerezza come passerotti amati, nutriti e protetti.
Un’unica paura bisogna avere, quella di chi può uccidere non solo il corpo, ma l’anima. Ovvero la paura del “nemico” dell’anima dell’uomo, che qui non è esplicitamente nominato, ma è lo stesso nemico che Gesù ha dovuto affrontare nei quaranta giorni nel deserto, prima di immergersi nel mondo e nella sua stessa missione. Un discepolo non è più del maestro, dirà il Signore, ed esattamente come il maestro anche i suoi discepoli dovranno imparare l’arte di restare uniti al Padre, attraversando deserti e turbolenze lungo il percorso.
È un apprendistato che Gesù propone anche ai suoi discepoli di oggi, in un tempo confuso e talora oscuro, dove la paura sembra regolare le relazioni al posto della fiducia. Ho paura che quello mi scavalchi, che mi rubi il posto, ho paura di non farcela, paura di essere fragile, di essere ferito, di non essere accettato. La paura ha molti nomi e molte facce. Ascoltare la voce del Signore che invita con forza a non temere, può aiutare tutti noi, anche oggi, a sperimentare una grande liberazione dalle catene del mondo e del nostro stesso orgoglio. Forse il nemico più abile della nostra anima.

(A cura di Turris Eburnea)

Non aver paura... sei nel cuore di Dio!

Signore, insegnaci ad essere puri e semplici,
a seguirti come bambini che non chiedono nulla
se non di essere amati e cullati, senza paura.
E stai vicino a noi quando arriverà il nemico dell’anima
a turbarci e a creare divisioni,
perché possiamo vincerlo
con la forza del tuo Spirito.

Categorie: Azione Cattolica

CORPO E SANGUE DI CRISTO

Mer, 06/10/2020 - 08:00
Liturgia del:  14 giugno 2020

La Parola del giorno: Dt 8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1Cor 10,16-17

Dal Vangelo secondo Giovanni (6,51-58)
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro:
«Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo»: la Parola che si è fatta carne, adesso si fa pane vivo. Occorre che la carne di ogni uomo, come la sua, viva della gloria di Dio. La gloria di Dio discende nella carne umana di Gesù fino all’oscurità della croce, per farsi carne da donare al mondo, per amare il mondo.
La gloria di Dio è l’Amore che si dona, che si fa carne per farsi pane, per donare vita piena. Adesso Gesù identifica il pane che dà la vita con la sua carne: mangiare il pane vivo disceso dal cielo, diventa “mangiare la carne” di Gesù (precisamente “mordere”, “masticare”, per sottolineare il realismo della partecipazione personale). “Mangiare la carne del Figlio dell’uomo” e “bere il suo sangue”, sono espressioni che appartengono chiaramente al linguaggio eucaristico.
È il senso dell’Eucaristia, esperienza viva della relazione di
Amore che, attraverso la concretezza della carne di Gesù donata fino alla morte, risorge nella carne dell’uomo che crede, per renderla partecipe della bellezza della sua vita nuova.
Attraverso l’Eucaristia, si attua una relazione piena tra Gesù e il credente, perché possa sperimentare quel Dio che ha tanto amato il mondo da dare il proprio Figlio, perché il mondo viva. “Mangiare il pane vivo... mangiare il corpo”... Mangiare la carne, mangiare l’Amore, mangiare Dio: tutto è estremamente concreto e tutto è di una densità infinita. Mangiare l’Amore incarnato di Dio perché Dio continui a incarnarsi e la carne dell’uomo sperimenti la vita di Dio: l’amore dell’uomo diventi l’Amore di Dio e qui risplenda la sua gloria. Tutto è Dio e tutto è così concretamente umano. Tutto è stupendo: tutto richiede “soltanto” il coraggio di credere l’Amore  infinito di Dio nell’oscurità della croce di Gesù.

(A cura dei Consultori di ispirazione cristiana)

Il cristiano: Eucaristia che cammina nel mondo.

Noi ti ringraziamo, ti lodiamo e ti benediciamo, Signore,
perché continui a manifestarti nel mistero della tua Chiesa.
In essa, Signore, tu vivi, in essa diffondi il tuo Spirito,
in essa diffondi la tua Parola, in essa guarisci,
in essa consoli le sofferenze degli uomini,
in essa e per essa ti crei un corpo visibile che è luce della storia,
segno e strumento di unità per il genere umano.
E noi che contempliamo volentieri la tua vita e la tua morte,
la tua passione e la tua gloria, ti chiediamo, Signore,
di poter contemplare il mistero del tuo corpo esteso nel tempo
e di contemplarlo come tua realtà.
Fa’ che possiamo conoscere la grandezza della speranza
alla quale ci chiami mediante la vita,
il servizio in questo corpo che è tuo e che diffonde
il tuo splendore nel tempo, nell’attesa della pienezza della gloria.

Categorie: Azione Cattolica

SANTISSIMA TRINITÀ

Mer, 06/03/2020 - 08:00
Liturgia del:  7 giugno 2020

La Parola del giorno: Es 34,4b-6.8-9; Sal da Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13

Dal Vangelo secondo Giovanni (3,16-18)
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.

A conclusione del ciclo rievocativo dei misteri della nostra salvezza e all’inizio della nostra riflessione e approfondimento, la Liturgia ci invita a ritornare, con la mente e il cuore, alla fonte, all’origine, alla ragione ultima del nostro essere e agire.
Oggi non ricordiamo un evento della nostra salvezza, come in altre domeniche dell’anno. Oggi, celebriamo un mistero: il mistero cristiano per eccellenza, quello da cui tutto deriva. Mistero, non qualcosa di inconoscibile e, quindi, che non ci interessa, ma qualcosa di immensamente grande, che appartiene a Dio e al quale occorre avvicinarsi con umiltà, con profonda fede, con gratitudine. La festa di oggi è come una finestra aperta su Dio, per comprenderlo meglio e per servirlo con un’adesione più convinta e coerente. L’idea centrale che percorre il brano evangelico e le altre letture è quella di un Dio grande nell’amore, anzi il Dio dell’amore. Dio Padre ci ha amati e ci ama, ci ha scelti, vuole la nostra felicità. Per questo ha mandato nel mondo il suo Figlio Gesù che, con la sua morte e risurrezione ci ha redenti, ridonandoci la “dignità di figli e fratelli”. Questa salvezza diviene anche oggi attuale nella Chiesa e nel singolo credente per mezzo della forza e della luce dello Spirito Santo. Le letture ci invitano a ripensare i modi in cui Dio si rivela e si rende presente: Dio “eccelso” eppure vicino; Dio come Padre che ci rende suoi figli; Dio mistero di comunione. È sempre tonificante per la nostra fede riflettere su come Dio ha voluto manifestarsi.
Non un Dio lontano, disinteressato, ma un Dio vicino, un Dio del dialogo, dell’alleanza, dell’amore e non un’astrazione o una filosofia. È un Dio con noi, tra noi, per noi. Un Dio che, in Gesù, ha preso un volto umano e ci ha rivelato e donato lo Spirito Santo, Dio in noi. Il mistero della Trinità ci rivela un “Dio in tre Persone uguali e distinte”. Guardando a questo mistero, noi impariamo quella uguaglianza davanti a Dio che caratterizza la nostra identità e, nello stesso tempo, ci fa comprendere anche la diversità che è una ricchezza da apprezzare e da vivere come valore. Uguali nella dignità di figli di Dio, ma diversi nella realizzazione della nostra vocazione. Guardando al mistero della Trinità, comprendiamo come la “solidarietà” (il Padre non può fare a meno del Figlio, il Figlio non può fare a meno del Padre e tutti e due generano lo Spirito Santo) valga anche per noi: la solidarietà, la comunione, la volontà di accogliere gli altri, come elementi fondamentali per una società più giusta, più umana e più fraterna.

(A cura del Centro nazionale economi di comunità)

La Trinità: il mistero d’amore che abbraccia me e il mondo.

Spirito Santo, nostra guida e maestro,
aiutaci a comprendere le verità del mistero
della Santissima Trinità che tu ci hai rivelato,
perché desideri farci conoscere
il grandioso piano di Dio sull’universo
e l’opera compiuta in ciascuno di noi.
Insegnaci quali devono essere i principi della nostra condotta
e l’applicazione che dobbiamo farne
nelle più umili circostanze della nostra vita.
Rendici capaci di sviluppare e vivere tutto il divino che c’è in noi.
Amen.

Categorie: Azione Cattolica

PENTECOSTE

Mer, 05/27/2020 - 08:00
Liturgia del:  31 maggio 2020

La Parola del giorno: At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19-23)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

La prima sensazione che emerge dal testo di Giovanni è la paura dei discepoli nei confronti dei giudei. Dopo la morte di Gesù essi hanno perso la guida, non hanno più un obiettivo, sono praticamente alla deriva e si riuniscono forse temendo anch’essi un destino infausto come quello subito dal Maestro.
Gesù li raggiunge. «Stette in mezzo a loro», si legge nel Vangelo.
Egli si manifesta prima silenziosamente, per dare il tempo ai discepoli di vederlo e di riconoscerlo, poi, donando loro la pace, li rassicura e li tranquillizza. I discepoli, una volta visto il loro Rabbì, si rasserenano e ne gioiscono. Questi versetti della Scrittura sono incentrati sul tema dell’apertura del cuore dell’uomo. Se si è schiacciati dalla paura della violenza e dal terrore della morte, non si può far altro che barricarsi in un luogo sicuro, soffrendo in silenzio e diventando così vittime di un male non necessariamente esplicito: di qualcosa che non si conosce esattamente, che si avverte, ma non in maniera distinta e chiara. I discepoli sperimentano esattamente questo e temono qualcosa per cui non devono preoccuparsi: il sacrificio di Gesù è già stato compiuto; l’unico ad aver preso su di sé, sulla propria pelle, il male dell’uomo, è Gesù. L’uomo, invece, ha già ricevuto la salvezza, ma non l’ha ancora interiorizzata, non la vive ancora coscientemente. Gesù, presa la parola, saluta, «pace a voi!», e dà loro il dono dello Spirito Santo, facendo in modo che lo Spirito guidi le loro vite, rendendo ciascuno capace di agire secondo l’amore. Gesù investe i discepoli di un grande mandato, quello più importante, del quale la pace e lo Spirito sono prerogative: la responsabilità di rimettere i peccati. Gesù, avendo fiducia nei suoi discepoli, li abilita a perdonare i peccatori, ad amarsi gli uni gli altri. Il Messia con il
dono dello Spirito Santo dà ai discepoli la capacità di aderire alla sua Parola e di manifestarne la misericordia.

(A cura della Fuci)

Lo Spirito Santo: il “respiro di Dio” nella nostra vita.

Signore, tu hai promesso di essere sempre con noi.
Aiutaci a sentire la tua presenza al nostro fianco ogni giorno.
Aiutaci a credere di essere capaci, grazie alla tua presenza,
di compiere gesti dettati dall’amore.
Aiutaci a comprendere che con te al nostro fianco possiamo
essere strumenti di pace, che non è solo assenza di guerra,
ma realizzazione di relazioni fondate sulla comprensione,
la solidarietà e la disponibilità al dialogo.
Aiutaci ad avere fiducia in te, che sei al nostro fianco
e ci incoraggi a muovere i primi passi verso gli altri,
testimoniando che è possibile costruire una realtà
tessuta con i fili dell’amore.

Categorie: Azione Cattolica

ASCENSIONE DEL SIGNORE

Mer, 05/20/2020 - 08:00
Liturgia del:  24 maggio 2020

La Parola del giorno: At 1,1-11; Sal 46; Ef 1,17-23

Dal Vangelo secondo Matteo (28,16-20)
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

I versetti che descrivono l’episodio dell’Ascensione richiamano con forza i discepoli a comprendere che è iniziata per loro una nuova tappa. Cristo Gesù è definitivamente asceso al cielo, per tornare un giorno; i discepoli devono invece prepararsi a vivere la missione condotti da quello stesso Spirito che guidò l’esistenza e la missione di Gesù di Nazaret, perché la Parola possa continuare la sua corsa e far crescere il numero di coloro che vengono alla fede nel Signore Gesù, mediante l’opera di annuncio e di testimonianza dei discepoli del risorto.
Matteo, diversamente dagli altri sinottici, non ci descrive l’episodio dell’Ascensione.
Gesù si mostra ai suoi discepoli in Galilea sul monte che aveva fissato. Il monte è un luogo simbolico: è il luogo della rivelazione, è il luogo in cui si rivela la divinità, ecco perché quando i discepoli vedono il loro Maestro, si prostrano ai suoi piedi e lo adorano, riconoscendolo come Dio. Il Vangelo sottolinea che alcuni però dubitano. Dubitano che il Cristo sia risorto, che Gesù sia vivo. È la fatica della fede nella risurrezione. La fede è un atto libero dell’uomo al Dio che si rivela a Lui, la fede nella risurrezione non appartiene al mondo dell’evidenza, né della dimostrazione. Pur essendo una certezza, essa scaturisce dalla libera accoglienza da parte dei discepoli. Ecco perché Gesù si avvicina a loro, è ancora il Signore che si fa incontro, per far sì che i discepoli possano compiere l’atto di fede; dona loro l’autorivelazione incentrata sulla sua autorità e sulla missione che affida loro. La sua autorità è quella del Figlio dell’uomo, il servo di Jahvé, sofferente e umiliato, il Figlio dell’uomo glorificato.
Nello stesso tempo, però, è un’autorità che non è imposta, scaturisce da un annuncio e da un insegnamento che può essere solo accettato liberamente, con l’inserimento nel suo mistero pasquale mediante il battesimo, e l’assimilazione dei suoi insegnamenti attraverso un discepolato volontario e impegnato.
Il Vangelo di Matteo termina con l’affermazione: «Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo». Il Signore Risorto, nella vita e nel mistero della Chiesa, suggella la fedeltà di Dio: ormai Dio, in Cristo Gesù, è definitivamente il Dio con noi, come era stato annunciato all’inizio del Vangelo.

(A cura dei Consultori di ispirazione cristiana)

Non è andato “più lontano”, ma nel “più profondo” della vita e della storia.

La tua ascensione al cielo, Signore,
ci colma di gioia perché è finito per noi il tempo di stare a guardare
ciò che fai e comincia il tempo del nostro impegno di discepoli testimoni.
Ciò che ci hai affidato rompe il guscio del nostro individualismo
e dello stare a guardare, facendoci piuttosto sentire
responsabili in prima persona della fede dei nostri fratelli.
A noi, Signore, affidi il tuo Vangelo,
perché lo annunciamo in ogni incontro.
Dacci la forza della fede, che ebbero i tuoi primi discepoli,
così che non ci vinca il timore, non ci fermino le difficoltà,
non ci avvilisca l’incomprensione, ma sempre e ovunque, possiamo
essere la tua lieta notizia, testimoni credibili del tuo amore.

Categorie: Azione Cattolica

VI DOMENICA DI PASQUA

Mer, 05/13/2020 - 08:00
Liturgia del:  17 maggio 2020

La Parola del giorno: At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18

Dal Vangelo secondo Giovanni (14,15-21)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

Le parole che Gesù oggi ci rivolge fanno parte dei suoi ultimi insegnamenti prima d’immolarsi sul Calvario e far ritorno al Padre. Sono parole che lasciano trasparire un senso di lieve tristezza da parte di Gesù al pensiero di lasciare come “orfani” quelli che gli erano stati affidati, che avevano ancora bisogno di essere istruiti nelle cose divine e di essere amati. Ma sono anche parole piene di tenerezza e di amore. No, non li lascerà orfani. Egli pregherà il Padre perché, in attesa del suo ritorno, mandi loro il Paraclito, lo Spirito Santo, che stia con loro, in mezzo a loro, per ricordare le cose dette da Lui, per orientarli nel loro agire, per incoraggiarli, per difenderli.
La promessa di Gesù riguarda anche noi, discepoli del presente.
Quanto amore da parte di Gesù che si prende cura di noi creature! Ci ha riscattati col suo sangue, ci circonda con le sue premure, con le sue carezze, come una mamma con i suoi figlioli, ci conduce alla salvezza eterna. Fa ancora di più: ci immerge nel mistero trinitario. Lo Spirito, che rende possibile la comunione tra il Padre e il Figlio, rende possibile anche quella dei discepoli di Gesù con il Padre e con il Figlio: donandoci la vita divina ci inserisce nella stessa vita di Dio uno e trino. È un grande mistero d’amore. La key word, la parola chiave di oggi, non può essere che “amore”. Gesù stesso sembra sottolinearlo usando il verbo “amare” per ben cinque volte in così brevi e significativi versetti. Se vogliamo conservare la vita divina che ci è stata data nel battesimo, se vogliamo farla crescere come Regno di Dio in noi, se vogliamo vivere come fratelli, figli dello stesso Padre, bisogna amare, in concreto e non a parole.
Amare nel modo in cui Egli ha amato, svuotando il nostro cuore dell’amore verso di sé per riempirlo di quello verso Dio e verso i fratelli. Come attuarlo? Gesù stesso ce lo suggerisce: abbracciare i suoi comandamenti e osservarli. Essi potranno essere un giogo, ma un giogo soave, perché sono, soprattutto, autostrade per il cielo.

(A cura dell’Uciim)

Amare: “dare casa” a Dio nella propria vita.

O Spirito di Dio,
Tu che «aleggiavi sulla superficie dell’acqua quando la terra era
informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso» (Gen 1,2),
continua ad aleggiare anche oggi.
Persistono ancora tenebre e deserto, il cuore è arido
e Caino è ancora assassino di suo fratello.
Aleggia anche in me, risucchiato nel groviglio delle tentazioni
che mi distolgono da te.
Donami la tua luce, la tua sapienza e il tuo amore
perché io desideri compiere sempre
quello che tu desideri per me, per poter godere la gioia senza fine.

Categorie: Azione Cattolica

V DOMENICA DI PASQUA

Mer, 05/06/2020 - 08:00
Liturgia del:  10 maggio 2020

La Parola del giorno: At 6,1-7; Sal 32; 1Pt 2,4-9

Dal Vangelo secondo Giovanni (14,1-12)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me.
Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

Di quale tempo si sta parlando nel Vangelo? Il Maestro dice: «Non sia turbato il vostro cuore», rivolgendosi ai suoi in un tempo preciso e drammatico, e cioè poco dopo l’Ultima Cena, durante la quale ha annunciato il tradimento da parte di Giuda e il rinnegamento di Pietro (Gv 13-21.38), consegnando loro un comandamento nuovo, «amatevi voi come io vi ho amato».
Ed era notte (Gv 13,30), non solo all’esterno, perché il sole era tramontato, ma era buio pesto nel cuore di ognuno dei suoi. Ed ecco che Gesù, che aveva notato il rabbuiarsi nel cuore dei suoi amici (Gv 15,14), li riporta alla luce con una salda promessa che ha il sapore di un dolce ritorno: “Vado a prepararvi un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”. Quante volte ci sentiamo abbandonati, confusi, eppure il Maestro ha sempre parole rassicuranti per noi: non temete, io non vi lascio per sempre, vi precedo presso il Padre, per poi tornare a prendervi. Così Gesù ci chiede, nei nostri momenti bui, di non cedere e cadere nella paura dell’abbandono, e di credere al Padre, seguendoLo e fidandoci di Lui. Sì, è Gesù che si fa strada per condurci al Padre, è Lui che ci insegna la Verità (Gv 8,32), e soprattutto è Lui che ci riporta alla Vita, in quanto Egli è la sorgente (Gv 4,14). E allora ogni volta che ci sentiamo smarriti nei pensieri del nostro cuore, possiamo ripetere queste parole che Gesù ha rivolto agli apostoli: «Abbiate fede», perché quale può essere la cura migliore per chi ha paura di essere abbandonato?
Abbandonarsi a Lui, cioè fidarsi di Gesù, perché il timore si supera con la fiducia Non è forse stringendo la mano di Qualcuno che ci si sente al sicuro?

(A cura della Fuci)

Gesù, strada che conduce alla vita.

Noi ti seguiremo, Signore Gesù.
Affinché noi ti possiamo seguire, però,
chiamaci perché senza di Te nessuno può camminare.
Davvero Tu sei per noi Via, Verità e Vita.
Accoglici: Tu sei la via.
Confermaci: Tu sei la verità.
Ravvivaci: Tu sei la vita.
Noi ci muoviamo, se camminiamo sulla tua strada;
esistiamo, se rimaniamo nella tua verità
e viviamo, se siamo in Te perché Tu sei vita.
(Sant’Ambrogio)

Categorie: Azione Cattolica

IV DOMENICA DI PASQUA

Mer, 04/29/2020 - 08:00
Liturgia del:  3 maggio 2020

La Parola del giorno: At 2,14a.36-41; Sal 22; 1Pt 2,20b-25

Dal Vangelo secondo Giovanni (10,1-10)
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

L’apertura del discorso, con la formula solenne, «In verità, in verità io vi dico», richiama l’attenzione a qualcosa di fondamentale e importante: l’immagine del pastore come colui che, in nome di Dio, guida il suo popolo. Immagine usuale nell’Antico Testamento e che era stata predetta dai profeti. Gesù si rivela in primo luogo come la porta delle pecore, ossia come colui che introduce nella vera vita, la strada che conduce alla salvezza. Le immagini di Gesù potrebbero ispirarsi alle usanze della vita pastorale nella Palestina di allora: gli armenti, pur mescolati durante la notte con quelli di altri greggi, riconoscevano la voce del proprio pastore, seguendolo. Gesù è quel pastore che passa la notte a vegliare, accovacciato all’apertura del recinto di pietre, diventando egli stesso la porta che lascia passare solo chi ha a che fare con le pecore e tiene lontani i nemici. «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». È la vita divina che dal Padre trabocca nel Figlio e che il Figlio, divenuto uomo, partecipa a coloro che gli appartengono attraverso la Fede. Al di là dei suoi primi destinatari, la sua rivelazione oggi raggiunge noi e intende comunicarci una certezza di fede: Gesù è l’unico “Pastore”, l’unico che ci dà la vita vera e piena, l’unico che ci salva. Come riusciamo a riconoscere la presenza del Signore nella nostra vita? Proprio dalla sua voce, dalla Parola che meditiamo quotidianamente e che rappresenta la bussola per le nostre scelte.
Meditare e conoscere la Parola ci permette di riconoscere il Signore nelle cose che facciamo, nelle scelte da compiere, senza farci deviare dalle seduzioni dei mercenari. Sgorga una domanda, con tanta possibilità di meditazione alla portata di chi vive coscientemente il proprio percorso di Fede: chi sono al giorno d’oggi quei ladri e quei briganti che vogliono rubare le pecore, ovvero distogliere i credenti dal seguire il Signore?

(A cura dei Convegni di cultura beata Maria Cristina di Savoia)

Gesù, il pastore «che per i cieli ci fa camminare» (D.M. Turoldo).

Signore, Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno,
noi ti benediciamo e ti ringraziamo
per questa nostra comunità che vuole vivere unita nell’amore.
Ti offriamo le gioie e i dolori della nostra vita
e ti presentiamo le nostre speranze per l’avvenire.
O Dio, fonte di ogni bene, dona al nostro intelletto cibo quotidiano
di sani intenti, conservaci nella salute e nella pace,
guida i nostri passi sulla via del bene.
Fa’ che dopo aver vissuto felici e in fraternità,
ci ritroviamo ancora tutti uniti nella felicità del Paradiso. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

III DOMENICA DI PASQUA

Mer, 04/22/2020 - 08:00
Liturgia del:  26 aprile 2020

La Parola del giorno: At 2,14a.22-33; Sal 15; 1Pt 1,17-21

Dal Vangelo secondo Luca (24,13-35)
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute.
Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma Lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a Lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto».
Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Ecco il Cristo, che dopo la risurrezione sembra quasi giocare a nascondersi con due dei suoi discepoli. Ed essi lo riconoscono solo al momento del pane spezzato. C’è in questo episodio tutto il valore dell’incontro. C’è il richiamo al fatto che ogni esperienza cristiana nasce da un incontro con un altro, con un testimone, con un maestro, con un genitore che ha saputo “far ardere il cuore”.

(A cura dell’Unione cristiana imprenditori dirigenti)

Nella vita... in compagnia della Parola.

Signore, aiutaci a riconoscerti per le strade del mondo.
Aiutaci a ritrovare il senso della storia.
Aiutaci a credere che il gesto del pane spezzato
non è un ricordo di un’esperienza lontana,
ma è la possibilità di un incontro che parla all’uomo d’oggi.
Perché il tuo messaggio di amore, di fraternità,
di misericordia non si è fermato sulla strada per Emmaus,
ma è diventato la preghiera più sincera:
«Resta con noi perché si fa sera».

Categorie: Azione Cattolica

II DOMENICA DI PASQUA

Mer, 04/15/2020 - 08:00
Liturgia del:  19 aprile 2020

La Parola del giorno: At 2,42-47; Sal 117; 1Pt 1,3-9

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,19-31)
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro:
«Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». [...]
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse:
«Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Quante volte siamo stati rimproverati per i nostri dubbi! Quante volte ci hanno detto che bisogna credere senza dubitare?
Qual è il problema di Tommaso? La testimonianza dei discepoli non è credibile. Gli dicono: «Abbiamo visto il signore!», ma sono ancora impauriti, chiusi nel cenacolo, non si vede nulla della gioia della risurrezione! E come può Tommaso credere alla loro testimonianza?
Se venisse qui un uomo pieno di dubbi sulla vita, sul mondo, su Dio e guardasse noi... probabilmente, se ne andrebbe scuotendo la testa, con la voglia di cercare altrove qualcuno capace di dargli una testimonianza viva, concreta della risurrezione del Signore.
Ma dobbiamo anche dire a Tommaso che nella vita ci sono cose fondamentali che non possono essere toccate con mano, che non può cercare dei segni, che non può mettere il dito nello spazio in cui abitano i sogni, in cui abita l’amore, la passione per la vita, la giustizia.
Occorre dire a Tommaso che nessuno gli può dare la certezza che Dio c’è! Non c’è prodigio, segno, miracolo, apparizione che possa fargli toccare con mano “l’oltre” in cui abita il Signore, in cui abitano i valori essenziali della vita: si può solo credere e sperare.
A lui dobbiamo dire che deve sentire che il Signore è vivo!
Sono vivi i suoi sogni di pace, giustizia, amore.

(A cura della Focsiv)

Nella comunità la forza per la fatica del credere.

Crediamo in un Dio Padre, che ci cammina accanto,
che non ci giudica, che ci ama per quello che siamo,
che ci chiama ad essere uomini liberi,
che tenta di metterci nel cuore fame e sete di giustizia.
Crediamo nel Gesù che sa far festa con gli uomini,
nel Gesù della coerenza fino alla croce,
nel Gesù che allontana l’ipocrisia del fariseo,
nel Gesù che non si addormenta durante le tempeste della nostra vita.
Crediamo nell’uomo che sogna i sogni di Dio, che cammina “insieme”,
che crea una Chiesa di persone, che sa rialzarsi nonostante
le difficoltà, il dolore, le sconfitte, che sa guardare negli occhi
i suoi compagni di viaggio, che non perde di vista l’essenziale.

Categorie: Azione Cattolica

PASQUA DI RISURREZIONE

Dom, 04/12/2020 - 00:00
Liturgia del:  12 aprile 2020

La Parola del giorno: At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-9)
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

È Pasqua! È il giorno in cui ciò che sembrava ovvio viene messo in discussione e ciò che sembrava definitivo non lo è più! È stato un mattino speciale quello di Maria di Magdala, Pietro e Giovanni!
Un mattino di corsa... una corsa verso un luogo di morte che forse non aveva mai conosciuto la morte, un luogo dove avevano sepolto i loro entusiasmi e forse potevano rimetterli in vita, un luogo di silenzio assordante dove stanno per cantare lo stupore della vittoria della vita. La Pasqua è realmente una festa che ti rimette in piedi e ti chiede di correre per contemplare il trionfo della vita e di annunciarlo al mondo intero, anche a chi, guidato dalla razionalità, definisce impossibile la sconfitta della morte e la vittoria della vita.
Un mattino di gioia... una gioia che nasce dal rendersi conto che la loro scommessa su Gesù non era stata un bluff; che quello che avevano ascoltato da Lui non erano parole vuole, ma promesse reali. La Pasqua forse è il giorno di nascita della gioia vera, di quella che non si corrode e non si schianta mai contro la realtà, ma la sa abbracciare.
Un mattino di speranza indelebile... una speranza che riscalda il cuore, ci permette di rileggere la nostra vita con occhi nuovi e ci aiuta a sognare il futuro senza la rassegnazione di chi sa sicuramente come andrà a finire, ma con il coraggio di chi vuole guardare lontano, certo di potercela fare.
La Pasqua è il giorno della conversione vera del nostro cuore addormentato sui calcoli e sulle probabilità!
Buona Pasqua! Il Signore possa donare a tutti noi il coraggio di correre verso il sepolcro, di cantare la gioia vera e di raccontare la speranza indelebile... Solo così saremo uomini e donne pasquali!

(A cura dell’Azione cattolica italiana)

Pasqua: non c’è più morte che non sarà vinta dalla risurrezione!

Signore Gesù, uomo nuovo, le cui ferite della sofferenza sono
trasfigurate dalla grazia della vita vera, illumina la nostra vita
e le nostre scelte.
Aiutaci a guardare con speranza la nostra vita e a saper
raccontare la nostra fede, sapendo che il Venerdì Santo è solo un
passaggio verso questo mattino di Pasqua!
Riscalda il nostro cuore incerto e pauroso e facci riconoscere i
segni veri di risurrezione presenti nelle nostre giornate caotiche.
Risveglia in noi il coraggio di annunciare a tutti la bellezza di
una fede che accelera il passo della vita, anziché rallentarlo
sotto il peso delle paure!

Categorie: Azione Cattolica

SABATO SANTO - VEGLIA PASQUALE

Sab, 04/11/2020 - 08:00
Liturgia del:  11 aprile 2020

La Parola del giorno: Ez 36,16-17a.18-28; Sal 50; Rm 6,3-11

Dal Vangelo secondo Matteo (28,1-10)
Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba.
Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.
L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».
Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.
Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono.
Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

Il sabato: il giorno della tristezza per la passione e morte di Gesù. Poi la sepoltura da parte di Giuseppe di Arimatea e la chiusura della tomba con la grossa pietra all’entrata del sepolcro.
Molte donne avevano assistito da lontano all’agonia e alla morte di Gesù, ma due di esse, Maria di Magdala e l’altra Maria, erano sedute davanti alla tomba. Il loro cuore non si staccava da quel sepolcro che racchiudeva il loro maestro.
Lo avevano accompagnato dalla Galilea, per servirlo. Il giorno seguente, non aspettarono che il sole fosse alto nel cielo: all’alba si recarono al sepolcro, da cui col pensiero non si erano mai allontanate, per onorare il loro maestro. Quella notte dovette sembrare loro interminabile. Lo spuntare del giorno allevia la loro angoscia e mette nel loro cuore nuova energia: vanno al sepolcro, immaginiamo di corsa o a passo svelto, perché è il loro cuore a governare il passo. Erano state testimoni della chiusura di quella tomba per mano di un uomo e ora sono testimoni dell’apertura di quel sepolcro per l’intervento celeste. È il cielo a stabilire i nuovi assetti. Gesù è risorto. La tomba è vuota. Nel discorso dell’angelo quel «Voi non abbiate paura!», perentorio e rassicurante insieme, è rivolto alle donne di ogni tempo e di ogni età. Il coraggio delle donne annunciatrici della risurrezione dovrà salvare il mondo. Le donne sono venute a cercare colui che avevano crocifisso. Quel “non è qui” annulla tutte le certezze umane. Gesù non è dove noi pensiamo di trovarlo. Come nell’annuncio per i discepoli, Gesù ci precede in Galilea, il luogo degli ultimi, delle diverse etnie: come le nostre città e villaggi. Lì lo vedremo.

(A cura del Centro italiano femminile)

Il sabato della solitudine e del silenzio è solo l’attesa della domenica di risurrezione.

Signore,
hai privilegiato le donne affidando loro il primo annuncio della
risurrezione. Hai indicato loro il luogo in cui ci precedi e in cui potremo
vederti. Le hai invitate a non temere e a compiere la missione loro
affidata con coraggio, senza paura. Noi invece ci sentiamo spesso
disorientate, insicure e inadeguate a far fronte alle immense
difficoltà della vita. La ragione è che le rapportiamo esclusivamente
alle nostre forze e capacità. Dacci, o Signore, la consapevolezza che
la nostra forza e le nostre capacità sono nella tua risurrezione.
Infondi anche in noi e in tutte le donne del nostro tempo la gioia della
risurrezione, perché possiamo incontrarti nel luogo da te indicato e
dirigerci sicure e gioiose verso l’incontro con te.

Categorie: Azione Cattolica

VENERDÌ SANTO - PASSIONE DEL SIGNORE

Gio, 04/09/2020 - 20:00
Liturgia del:  10 aprile 2020

La Parola del giorno: Is 52,13 – 53,12; Sal 30; Eb 4,14-16;5,7-9

Dal Vangelo secondo Giovanni (18,1-11 – forma breve)
In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?».
Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!».
Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro:
«Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».

Gesù dopo aver cenato, varca le mura della città per sostare in un luogo familiare ai piedi del monte degli Ulivi. Nel giardino preferisce lasciarsi trovare per offrirsi liberamente. Finisce il tempo del nascondimento per favorire la ricerca d’amore, culmine di ogni sequela. La sproporzione nel descrivere la condizione in cui Gesù viene trovato, consegnandosi prontamente e senza gesti violenti rispetto a chi si presenta con un drappello di soldati romani e di guardie del tempio, sembra dimostrare che nell’oscurità della notte si voglia fronteggiare una pericolosa battaglia. Gesù affronta Giuda, in silenzio, evidenziandone l’incapacità di azione, perché prigioniero incosciente e passivo delle azioni di un altro. Evita poi di coinvolgere i suoi discepoli, svincolandoli dalla sequela e mettendoli nella libertà di andarsene. L’indietreggiare dei soldati mostra la potenza divina nella persona del Figlio davanti al quale i nemici cadono inesorabilmente. Nel donarsi volontariamente al potere dell’uomo, Dio racconta il suo modo di “esserci”. Nella reazione di Pietro, Gesù dichiara che ciò che sta accadendo riguarda l’opera redentiva del Padre attraverso il Figlio. Accettando di bere il calice offertogli dal Padre, Gesù non può consentire a Pietro di agire contro il servo, di aggredirlo con la spada. La lotta contro il male dilagante nel mondo è un evento che implica scelte nell’agire di Gesù, nell’astenersi dal fare o nel credere di poter fare.

(A cura della Associazione italiana guide e scouts d’Europa cattolici)

La croce: la misura dell’amore.

Perfino gli olivi piangevano quella Notte,
e le pietre erano più pallide e immobili,
l’aria tremava tra ramo e ramo quella Notte.
E dicevi: «Padre, se è possibile...».
Così da questa ringhiera
quale reticolato da campo di concentramento,
iniziava la tua Notte.
Si è levata la più densa Notte sul mondo
tra questa e l’altra preghiera estrema:
«Perché, ma perché mio Dio...». Perché?
(D.M. Turoldo, La notte del Signore)

Categorie: Azione Cattolica

GIOVEDÌ SANTO - CENA DEL SIGNORE

Mer, 04/08/2020 - 08:00
Liturgia del:  9 aprile 2020

La Parola del giorno: Es 12,1-8.11-14; Sal 115; 1Cor 11,23-26

Dal Vangelo secondo Giovanni (13,1-15)
Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.
Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai
i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Gesù sceglie una dimensione di convivialità, di incontro e di relazione per istituire la realtà fondamentale del progetto di Dio, l’Eucaristia e la comunione, che si generano nel dono e nel servizio. Se l’essenza di Dio è comunione, noi, suoi figli, siamo naturalmente orientati alla comunione, ma forse abbiamo perso la strada.
Gesù oggi ce la mostra di nuovo, ci offre l’esempio, con il gesto della lavanda dei piedi, come atteggiamento di servizio, attenzione concreta all’altro, anche con comportamenti che si dimostrano apparentemente umilianti, come il lavare i piedi, ma che si rivelano potenti nell’orientare il cuore e le forze alla relazione.
“Capite quello che ho fatto?”, lo sento riferito a me, oggi.
Posso guardare all’atteggiamento di servizio di Gesù come al tramite autentico per generare questa dimensione di relazione profonda. Posso, scelgo di seguire l’esempio e l’invito di Gesù a fare come Lui ha fatto. Proviamo a pensare a quei momenti in cui abbiamo ricevuto un favore, un’attenzione, una consolazione, un atto eroico, una spalla su cui piangere. In questa epoca di forte individualismo ed egocentrismo, in cui rischiamo di rassegnarci e deprimerci, il servizio è il linguaggio che tutti possono capire e diventa generativo di bene, poiché quando ci si sente toccati da un atto d’amore, si è capaci poi di riproporlo agli altri con la propria vita.

(A cura dell’Agesci)

Un amore capace di chinarsi sui piedi degli altri.

Signore, mostraci la strada dell’incontro con l’altro,
donaci la forza di servire, seguendo il tuo esempio,
apri il nostro cuore al bisogno degli altri
e rendici capaci di riconoscere le situazioni di bisogno
e di portare il nostro contributo, senza tirarci indietro.

Categorie: Azione Cattolica

LE PALME

Mer, 04/01/2020 - 08:00
Liturgia del:  5 aprile 2020

La Parola del giorno: Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11

Dal Vangelo secondo Matteo (21,1-11)
Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito
troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete:
“Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”».
Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma”».
I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!».
Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva:
«Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».

L’ingresso di Gesù a Gerusalemme, così come è raccontato nei Vangeli, mette in luce un forte contrasto: da una parte si paragona Gesù a un re, dall’altra lo si fa entrare a Gerusalemme sul dorso di un asino. Un re sarebbe arrivato sul dorso di un animale più “nobile”, un cavallo, e ad accoglierlo ci sarebbero stati i potenti, i grandi, quelli che contano. Gesù arriva su un asino, è accolto dalla gente semplice e umile, che stende davanti a Lui il proprio mantello, taglia rami dagli alberi per far festa. Si aspettavano un liberatore, forse un condottiero.
Arriva un uomo seduto su un asino.
Anche oggi Gesù entra nella nostra vita attraverso le cose semplici, le cose umili, i piccoli gesti. Anzi potremmo dire che siamo noi che possiamo far entrare Gesù nella vita di chi ci sta accanto, attraverso piccoli e umili gesti di solidarietà, di condivisione, di tenerezza e di affetto, donando quello che di prezioso abbiamo, così come ha fatto la donna che apre il vaso di profumo e lo versa sui piedi di Gesù. Così come fa la vedova che getta nel tesoro del tempio due spiccioli! È tutto quello che ha: ma lo dà senza calcolare. Anche noi possiamo donare qualcosa al tesoro della vita, i nostri mantelli, il nostro profumo, i nostri spiccioli e fare esperienza di Gesù, del suo perdono, della sua tenerezza, della sua festa.

(A cura della Focsiv)

Essere “asini” capaci di portare Gesù agli altri.

La vita è un dono, non sciuparlo.
La vita è una proposta: coglila.
La vita è un impegno serio, è responsabilità: condividila.
La vita è amore, speranza, pace, gioia: donala.
La vita è un tesoro, un valore, un sogno: realizzala con gli altri.
La vita è un’esperienza, una lotta: affrontala.
La vita è felicità: conquistala.
La vita è irripetibile: non delegarla a nessuno.
La vita è crescere in solidarietà: non arrenderti.
Ama la vita come servizio e condivisione.
Dona la vita con la gioia dell’amicizia.
Vivi la vita vincendo la tristezza e la paura.
Spenditi per difendere la vita dei poveri e degli oppressi.
(Madre Teresa di Calcutta)

Categorie: Azione Cattolica

V DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 03/25/2020 - 08:00
Liturgia del:  29 marzo 2020

La Parola del giorno: Ez 37,12-14; Sal 129; Rm 8,8-11

Dal Vangelo secondo Giovanni (11,3-7.17.20-27.33b-45 – forma breve)
In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù:
«Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù:
«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!
Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà».
Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò:
«Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!».
Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

La risurrezione di Lazzaro è uno dei punti centrali del Vangelo di Giovanni, ma è anche una sfida all’uomo contemporaneo.
C’è indubbiamente in questo episodio l’anticipazione, quasi l’annuncio della risurrezione del Cristo. C’è l’affermazione che non siamo fatti per la morte. C’è la forza di un amore che porta a chiedere e a sperare cose impossibili. Ma è una sfida, perché vuole dimostrare che il Regno di Dio si compie su questa terra, nella nostra vita, nel nostro impegno in famiglia, nel lavoro, nella società, nella politica.

(A cura dell’Unione cristiana imprenditori dirigenti)

Dio è innamorato dei suoi amici, non li lascerà nelle mani della morte.

Signore, la risurrezione di Lazzaro
è un episodio lontano nel tempo,
un racconto che il tempo trascorso può farci sembrare
una leggenda, quasi una fake news.
Aiutaci a far sì che i segni che Cristo ci ha dato
«perché il mondo creda» restino di fronte ai nostri occhi
come pezzi della nostra storia e della nostra esperienza.

Categorie: Azione Cattolica

IV DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 03/18/2020 - 08:00
Liturgia del:  22 marzo 2020

La Parola del giorno: 1Sam 16,1b.4.6-7.10-13; Sal 22; Ef 5,8-14

Dal Vangelo secondo Giovanni (9,1.6-9.13-17.34-38 – forma breve)
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.

La guarigione di un cieco è un’ulteriore tappa del cammino attraverso il quale Gesù rivela la sua identità. Egli è Luce, offerta a quanti sentono – in vario modo – di “brancolare nel buio”.
La cecità che segna la vita di quell’uomo diventa l’occasione per pensare alle nostre incertezze.
Ciechi siamo anche noi ogni volta che non sappiamo quali passi compiere, quali direzioni prendere, quali significati attribuire.
Ciechi siamo pure – come alcuni tra i farisei – quando lasciamo che il pregiudizio ci ottenebri, quando ci fermiamo al “sentito dire” o alla mormorazione, quando l’altro diventa “categoria” prima che esperienza e incontro.
Come reagisce Gesù? Possiamo notare come egli compia un gesto. Evocativo dell’agire di Dio agli inizi della creazione. Ma anche indicativo di un atteggiamento: davanti alle sofferenze degli altri non sono opportuni i commenti, spesso non è il caso di moltiplicare le parole. Meglio lasciare spazio a un gesto di premura, di sollievo, di cura. Un gesto che Gesù compie non contro la volontà di quell’uomo, ma pure anticipando ogni sua domanda, quasi a volerlo liberare dall’imbarazzo umiliante di chi mendica.

(A cura della Gioc)

Come mendicanti di luce ci affidiamo a Dio.

Illumina i nostri occhi, Signore,
e rendici capaci di guardare con te alla vita:
in essa la tua creazione si compie,
la tua cura ci rinnova.
Illumina i nostri occhi, Signore,
e aiutaci a guardare ciascuno negli occhi
per scorgervi un fratello
con il quale camminare dietro di te.

Categorie: Azione Cattolica