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Aggiornato: 7 ore 35 min fa

CRISTO RE DELL’UNIVERSO

Mer, 11/18/2020 - 07:00
Liturgia del:  22 novembre 2020

La Parola del giorno: Ez 34,11-12.15-17; Sal 22; 1Cor 15,20-26.28

Dal Vangelo secondo Matteo (25,31-46)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. [...]
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro:
“In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Cristo Re. La solennità che celebra la regalità di Cristo conclude l’anno liturgico. Una festa tra le più importanti, che ci parla di un Re che non è di questo mondo. Nel nostro immaginario un sovrano è una persona potente, vestita con abiti sontuosi, qualcuno da guardare dal basso verso l’alto tanto incute paura.
Gesù ha sì una corona, ma è di spine. E per guardarlo verso l’alto abbiamo dovuto attendere che venisse crocifisso. Come immaginare Cristo Re? Il modo migliore è vederlo vestito con un grembiule, inginocchiato nell’atto di lavare i piedi ai suoi discepoli. Sì, perché Dio è amore e vuole stabilire nel mondo il suo Regno che non è fondato sul potere delle armi, sulla prevaricazione, ma è un Regno di pace, fondato sull’amore. Un Re che, con la sua Parola, con il suo esempio e la sua vita immolata sulla croce ci ha salvato dalla morte. Un Re che indica la strada all’uomo smarrito, che porta la luce nelle tenebre del nostro cuore attanagliato dal dubbio, dalla paura, appesantito dalle prove di ogni giorno.

(A cura della San Vincenzo de’ Paoli)

Alla fine... resterà solo l’amore.

Sì, tu sei Re, o Signore.
Hai rinunciato ai troni dei cieli per scendere in mezzo a noi.
Per camminare con noi. Per soffrire con noi.
Per guarirci. Per salvarci.
Anche oggi, ti preghiamo, cammina con noi, o Signore.
Elargisci i tuoi doni anche a chi è più lontano,
perché stanco, oppresso o malato.
Prenditi cura di chi ti prega, ma anche di chi non ti ascolta.
Stai vicino anche a chi ti rinnega.
Così che il tuo splendore li contagi.
Sì, fa’ che anche loro si ammalino d’amore!

Categorie: Azione Cattolica

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 11/11/2020 - 07:00
Liturgia del:  15 novembre 2020

La Parola del giorno: Pr 31,10-13.19-20.30-31; Sal 127; 1Ts 5,1-6

Dal Vangelo secondo Matteo (25,14-15.19-21 – forma breve)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”».

Parlando di talenti, ci vengono subito in mente l’intelligenza, le capacità, che alcuni posseggono in massimo grado, grazie alle quali sono riusciti e riescono a penetrare il senso della realtà, a ottenere grandi risultati nei vari campi dello scibile umano, per il bene stesso dell’umanità, o ad accumulare ingenti risorse in campo economico e finanziario. No, non è questo il senso della parabola che il Signore oggi ci fa meditare. Non sono in gioco le capacità, ma i doni che il Signore elargisce ai suoi servi, cioè ai suoi fedeli, in quantità diverse a seconda delle capacità che ognuno di essi possiede. E lo fa con generosità, gratuitamente, per amore, per poter condividere con le sue creature il banchetto nuziale, la felicità pasquale senza fine; l’unica condizione che pone è che i servi facciano fruttificare i doni. Egli è sicuro del suo investimento, affida con fiducia le sue ricchezze, si fida dei suoi servi. Ma quali sono i beni, le ricchezze? Sono tanti, innumerevoli: la vita, la famiglia, i figli, la società in cui si vive e la ricerca del bene comune, la fratellanza, la solidarietà, il creato, le Sacre Scritture, i sacramenti.
Quante occasioni di bene e di Grazia se volessimo accoglierle!
In ogni campo c’è spazio per ciascuno di noi, secondo le proprie possibilità, di operare per una società migliore, più giusta e più onesta, più caritatevole, e per aggiungere un tassello dietro l’altro alla costruzione del Regno di Dio in noi e nel mondo. Guai a sotterrare i talenti ricevuti, cioè a ignorarli o a trascurarli, rimanendo chiusi nel guscio del proprio io: saremmo passibili di rimprovero e di esclusione dalla festa al ritorno del padrone. È questo che ci propone oggi il Vangelo. Il signore della parabola è partito, è assente. Il Signore Gesù invece è presente, sta in mezzo a noi e, con il soffio dello Spirito Santo, sostiene la nostra operosità in cammino verso il cielo, dove vivremo in eterno la sua gioia: “Sei stato servo buono e fedele, entra nel gaudio del tuo Signore”.

(A cura dell’Uciim)

«Le bilance di Dio non sono quantitative ma qualitative» (E. Ronchi).

Signore Gesù,
ti ringrazio che, per tenermi a te vicino, per proteggermi,
per guidarmi, tu lastrichi la mia via di tanti sostegni
che mi permettono di avanzare sicuro verso la meta.
Mi succede, strada facendo, d’ignorarne alcuni, di evitarne altri,
convinto di non averne bisogno
o perché ne uso altri che non ti appartengono.
Ti prego, abbi fiducia in me, investi ancora su di me.
Non permettere che io sotterri i tuoi “beni”, le tue occasioni di grazia.
Infondimi il coraggio di non cedere alla paura di non farcela.
Fa’ che in me l’amore trionfi sul timore.

Categorie: Azione Cattolica

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 11/04/2020 - 07:00
Liturgia del:  8 novembre 2020

La Parola del giorno: Sap 6,12-16; Sal 62; 1Ts 4,13-18

Dal Vangelo secondo Matteo (25,1-13)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”.
Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Sono dieci le vergini in attesa dello sposo. Cinque previdenti, pronte a ricevere lo sposo con le lampade accese; alle altre cinque, meno precise, viene invece a mancare l’olio e pertanto si spegne per loro ogni possibilità di incontro. Esse non hanno calcolato che il colloquio dell’uomo con Dio avviene, come descrive san Paolo, attraverso la sua Parola e, pertanto, in modo imprevedibile, al di là di ogni regola e di qualsiasi attesa. Un incontro, quello con l’Onnipotente, realizzato nella pazienza e nella fede. Non a caso Benedetto XVI ha indetto, durante il suo pontificato, uno speciale “Anno della fede” (11 ottobre 2012 – 24 novembre 2013), dopo aver parlato da cardinale di “restaurazione della fede”. Oggi per molti sembra che nel mondo tutto proceda bene, anche senza la presenza e l’assistenza di Dio. Per numerose persone la fede non fa, nella loro vita, la differenza. Si accontentano di risposte religiose indefinite, che non soddisfano, quando invece occorre uscire allo scoperto, senza mai stancarsi di agire fino in fondo per cercare il Signore nella propria vita. Gesù, se lo cerchiamo, lo incontriamo.
E per trovarlo occorre essere vergini, non contaminati con il nostro radicalismo, superficialità e apparenze. Cristo arriva soltanto se abbiamo la lampada accesa e l’aspettiamo con ansia, rendendoci disponibili nella ricerca della speranza fondata sul Risorto. Vestiti di umiltà, sperimentiamo il bisogno di scoprire profondamente il Signore, fino a consentire, grazie alla nostra fede, di amare Dio sopra ogni cosa, raggiungendo l’unico fine possibile per vivere una vita degna di uomini.

(A cura dell’Unione cattolica artisti italiani)

Nella “notte” della vita in attesa... lo sposo non tarderà.

Mostraci, o Padre, la tua continua benevolenza
e assisti il tuo popolo,
che ti riconosce suo pastore e guida;
rinnova l’opera della tua creazione
e custodisci ciò che hai rinnovato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Categorie: Azione Cattolica

TUTTI I SANTI

Mer, 10/28/2020 - 07:00
Liturgia del:  1 novembre 2020

La Parola del giorno: Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3

Dal Vangelo secondo Matteo (5,1-12a)
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,
diranno ogni sorta di male contro di voi per causa
mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa
nei cieli».

Alcuni verbi, alcune azioni anticipano il discorso delle beatitudini e dicono l’identità di Dio in Gesù che prima di parlare cerca «vedendo le folle» un luogo, un’occasione e una disponibilità piena che apre all’incotro e all’accoglienza.
La parola viene dopo l’ascolto interiore di tante vite (non narrate da parole), che cercano prossimità a un cuore e ad occhi davvero vicini e disponibili. E quella parola («insegnava loro dicendo») è stata ed è, anche per noi, una proclamazione, un programma, una promessa.
Noi non “siamo stati”, né solo “saremo”, ma “siamo”, qui e ora, donne e uomini “beati”, cioè creati da un atto di felicità per la felicità, capaci di ricevere e, a nostra volta, di dare felicità.
Tanti uomini e donne ci testimoniano con le loro vite, anche oggi, come è possibile e concreta la via della felicità, dell’essere beati attraverso: la libertà e la verità dei sentimenti («i poveri in spirito»); la calma, la modestia e il saper soffrire nell’irrilevanza («i miti»); l’accompagnare e il perdonare («i misericordiosi»); la lealtà e la limpidezza («i puri di cuore»); il fare del bene («gli operatori di pace»).
Le strade sono molte e alle volte non semplici come quando si vivono situazioni di difficoltà come il pianto, la fame e la sete (morali e materiali), gli insulti, le calunnie, le persecuzioni.
Può sembrare quasi surreale che queste siano vie che portano alla felicità, ma Dio non illude e ne delude: la «ricompensa nei cieli» sarà «grande».

(A cura del Meic)

Le beatitudini: «la carta d’identità del cristiano» (Francesco).

Signore, grazie di volermi bene come sono e di essermi fedele.
Concedimi di comprendere i miei limiti e le mie potenzialità,
aiutami a progredire
nel ricevere e nel dare,
nel ringraziare e nel chiedere perdono,
nell’essere serio e severo ma anche gioioso e riconoscente,
nel rialzarmi quando cado
e nel desiderare di rimanere sempre in dialogo con te.

Categorie: Azione Cattolica

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/21/2020 - 08:00
Liturgia del:  25 ottobre 2020

La Parola del giorno: Es 22,20-26; Sal 17; 1Ts 1,5c-10

Dal Vangelo secondo Matteo (22,34-40)
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Giunge a un certo punto della vita il momento in cui l’uomo si interroga sugli effetti e la qualità della propria esperienza religiosa. Ci si accorge subito che inizia per tutti una novità di vita più matura e solenne. Cambiano gli affetti, le vicende, mutano i sentimenti e le stagioni. Sull’onda di nuove esperienze spirituali, ecco che queste predispongono al prosieguo di un inusitato viaggio per catturare i segni e i gesti di una identità interiore, che trova sollievo solo nella rivelazione di Cristo. I farisei Lo mettono alla prova interrogandoLo su ciò che conta nei comandamenti. La risposta è diretta e precisa: amerai sempre Dio e l’uomo come te stesso. Non c’è bisogno di altro, basta semplicemente riconoscere che Gesù è venuto al mondo per rivelare all’umanità la paternità e l’amore di Dio, il quale ricompone in unità ogni forma di dispersione. Sostiene cioè l’umanità, consentendole di superare le condizioni di ogni frammentaria ambiguità. Solo Dio, infatti, ci assume a sé, esaltando la nostra umanità finalmente rapita ai presupposti del tempo e dello spazio. Ne riferisce san Paolo, il quale, rapito in estasi, venne assunto al terzo cielo e, ridisceso, non ricordò più nulla di lassù (Seconda Lettera ai Corinzi 12,1-5).
Ci insegnò che l’amore di Dio salva e che Egli resta per noi il primo amore nella scala degli affetti. Siamo, pertanto, chiamati ad amare Dio perché, in qualità di primo amore, Egli riunisce ogni divisione e tutto muove, dal cielo alle stelle, al sole.
Dio è il primo amore perché è dovunque presente, nella altura del Tabor, luogo della trasfigurazione, e in fondo all’abisso, dove il pastore cerca la pecora smarrita. Sempre e ovunque il Cristo ci guarisce e cura i nostri sentimenti quando non sono benevoli. Si oppone, con la grazia dello Spirito, a tutto ciò che conduce alla morte della vita interiore. Tutto appiana, tutto chiarisce e solidifica, estuario di misericordia e di serenità. Dio è amore e ama e reca nella pace la sua tenerezza divina. Ha davvero ragione sant’Agostino, quando, dopo aver girovagato a lungo nel vuoto del mondo, riconosce, invocando: «Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in Te» (Le Confessioni 1,1.5).

(A cura dell’Unione cattolica artisti italiani)

Un cuore che ama Dio si dilata per amare gli altri.

O Dio, che hai preparato beni invisibili
per coloro che ti amano,
infondi in noi la dolcezza del tuo amore,
perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa,
otteniamo i beni da te promessi,
che superano ogni desiderio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...
(Colletta)

Categorie: Azione Cattolica

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/14/2020 - 08:00
Liturgia del:  18 ottobre 2020

La Parola del giorno: Is 45,1.4-6; Sal 95; 1Ts 1,1-5b

Dal Vangelo secondo Matteo (22,15-21)
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero:«Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Siamo ormai vicini alla passione del Signore. Gesù è sul piazzale del tempio di Gerusalemme ed è quasi giunta la sua ora.
Sa che in molti stanno tramando contro di Lui ed è pronto a rispondere a quanti lo interpellano senza celare la sua Verità.
I farisei e gli erodiani cercano di escogitare capi di accusa nei suoi confronti e studiano l’occasione migliore per coglierlo in fallo, ma dimenticano che Gesù, vero Figlio di Dio, conosce i pensieri e il cuore degli uomini. Per controbattere, Gesù pone una domanda a chi lo provoca, e così, chiedendo di chi è la moneta, costringe i suoi interlocutori a riconoscere che essa porta l’immagine dell’imperatore Cesare. Gesù vuole dimostrare di non avere niente contro i Romani e accetta il loro potere umano, ma aggiunge che la vita non consiste solo nelle cose terrene: l’uomo ha anche un’anima che viene da Dio ed è chiamato a riconoscerLo e ad elevare a Lui il proprio Spirito.
Ognuno di noi vive in un momento storico preciso ed è sottomesso alle leggi e ai governanti che ci sono in quel momento.
Gesù si inserisce nella realtà umana per elevarla verso lo scopo unico della vita che è in Dio. Ogni uomo è chiamato a vivere una relazione speciale con il suo Creatore e Padre, datore di ogni bene, che ci conosce personalmente, e che pur sapendo che siamo feriti dal peccato originale e a volte schiavi di norme e leggi umane, vuole che lo amiamo in Spirito e Verità.
Siamo chiamati a inserirci onestamente nel tempo in cui ci è dato di vivere, tenendo lo sguardo fisso su Gesù, ascoltando la sua Parola e liberando il nostro cuore da quelle domande, pregiudizi, invidie e gelosie che ci impediscono di volare alto e di accogliere gli altri e il suo amore. Gesù è la Via, la Verità e la Vita che ci permettono di incontrarci con il Padre. Gesù, con la sua Passione, ricostruisce questa relazione fino a renderci suoi figli amati.

(A cura della Turris Eburnea)

A Cesare l’oro e l’argento, a Dio l’uomo.

Insegnaci Gesù a saper essere degli onesti cittadini
amministrando bene quanto ci hai donato,
rispettando le bellezze del creato e della natura, dono di Dio per l’uomo!
Fa’ che questi doni ci portino ad elevare a Lui i nostri cuori
riconoscendoLo nostro Padre,
rispondendo con la lode e la riconoscenza dovuta a Dio,
offrendoGli il nostro cuore, le nostre occupazioni
e tutta la nostra vita!

Categorie: Azione Cattolica

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/07/2020 - 08:00
Liturgia del:  11 ottobre 2020

La Parola del giorno: Is 25,6-10a; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20

Dal Vangelo secondo Matteo (22,1-10 – forma breve)
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”.
Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali».

Molto spesso troviamo nelle parabole di Gesù riferimenti al banchetto nuziale, e anche qui Gesù dice esplicitamente: «Il Regno dei Cieli è simile a un re che fece una festa di nozze per suo figlio». Il re è quindi Dio che ha mandato Gesù, lo sposo, incontro al suo popolo, la sposa. È un’alleanza annunciata e sognata da Dio più volte nell’Antico Testamento.
Il re prepara il banchetto e lo offre gratuitamente agli invitati.
Ma questi non se ne curano e disertano quell’occasione di grande festa condivisa. Sembra sconvolgente, eppure il re non si rassegna, manda altri servi, altri missionari, a chiamare gli invitati, ma nella spirale dell’indifferenza, essi arrivano all’insulto e all’uccisione. Ma il re ha preparato un banchetto gratuito e non chiede niente in cambio.
Gesù parla a noi, ci conosce bene: l’uomo non ascolta la voce di Dio che lo invita gratuitamente al suo banchetto, è distolto da altre cose; il nostro peccato più grande è il pensiero di autosufficienza, non saper capire questo amore gratuito di Dio e, come figli di Adamo, pensare anche di non esserne degni.
La reazione del re è di indignazione e di vendetta, ma forse perché Matteo ci dice che Gesù sta parlando ai capi dei sacerdoti e ai farisei, i responsabili del governo, e qui preannuncia la distruzione di Gerusalemme.
Ma Dio ci vuole con sé, ha preparato il banchetto e vuole riempire la sala. Il re manda i servi nei crocicchi, dove si sceglie la strada da prendere, si fanno le scelte della vita; e raduna cattivi e buoni: prima i cattivi, i pagani considerati impuri dai giudei convertiti, poi tutti fino a riempire la sala delle nozze.

(A cura del Masci)

Dio non guarda l’etichetta... ma l’amore che si fa cammino.

Signore, mio Re, quanto vorrei non essere tra quegli invitati
che non ascoltano il tuo invito gratuito.
Quanto vorrei sedere al banchetto nuziale
in comunione con te e con il prossimo.
Ma quanto mi sento figlio di Adamo, indegno del tuo amore.
Signore, so che non ti stancherai mai di invitarmi
al tuo banchetto gratuito.
Ti prego, fa’ che io non dimentichi mai quanto mi ami
e quanto sarò felice se potrò sedere alla tua mensa.

Categorie: Azione Cattolica

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/30/2020 - 08:00
Liturgia del:  4 ottobre 2020

La Parola del giorno: Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9

Dal Vangelo secondo Matteo (21,33-43)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre.
La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono.
Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

Coltivare la vigna non è cosa facile. Il suo frutto richiede un terreno propizio, cure attente, potatura sapiente, tempo favorevole e il ritmo benevolo delle stagioni. Se la vigna è preziosa per i frutti, il suo legno e i suoi tralci sono utili per il fuoco.
Queste considerazioni devono farsi lettura dell’oggi, della realtà ecclesiale e della vita di ciascuno di noi. Ci preoccupiamo quando ci sembra che la vigna non produca più. In questo caso dovremmo domandarci di chi è la responsabilità: della vigna o dei vignaioli?
Il mondo ci è stato affidato, siamo i vignaioli della parabola, non i padroni. Il frutto della vigna, gioia dell’uomo e ricompensa del suo lavoro, che diviene bevanda della festa, caratterizza anche la gioia di Dio.
Rileggendo con attenzione il testo, è evidente che la parabola non vuole esprimere l’atteggiamento risentito di un dio che toglie e dà, premia e castiga, quanto piuttosto l’atteggiamento dell’uomo che, a seconda di come gestisce la sua vita, si rende responsabile della propria crescita o della propria immaturità.
Verifichiamo, pertanto, quale impegno mettiamo nel far fruttificare la Vigna del Signore, il nuovo Popolo di Dio, la Chiesa. Ogni battezzato, come il migliore vignaiolo, non avrà raccolto da spartire con il Padrone, se la linfa non alimenta ogni tralcio.

(A cura del Masci)

L’amore di Dio è più forte dei nostri tradimenti.

Rimanere uniti a te, Gesù, è una questione di vita:
senza di te noi siamo tralci che ben presto si seccano e muoiono,
piante incapaci di portare frutto.
Rimanere uniti a te, Gesù, significa continuare ogni giorno
a cercarti con tutte le forze, ad aprire il cuore alla tua Parola.
Rimanere uniti a te, Gesù, non è questione di un attimo,
ma l’avventura esaltante che dura tutta una vita!

Categorie: Azione Cattolica

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 09/23/2020 - 08:00
Liturgia del:  27 settembre 2020

La Parola del giorno: Ez 18,25-28; Sal 24; Fil 2,1-11

Dal Vangelo secondo Matteo (21,28-32)
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”.
Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò.
Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”.
Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Due figli. Uno sostanza, l’altro apparenza. Il figlio che appare ribelle inizialmente rifiuta l’invito del padre ad andare a lavorare nella vigna. Ma poi si pente e ci va. L’altro, per farsi bello agli occhi del genitore, dice: “Sì, ci vado”, ma poi non si presenta. «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?» è la domanda che Gesù rivolge a ciascuno di noi. Quanto spesso ci comportiamo come il figlio servizievole in apparenza, promettendo cose che poi non manteniamo? Quante volte vendiamo “illusioni”? E, al contrario, quante volte rispondiamo sull’onda dell’emozione, magari in modo seccato, all’ennesima richiesta che riteniamo ingiusta, ma poi, pensandoci, ce ne pentiamo, e decidiamo di fare come ci è stato detto? La risposta dei sacerdoti e degli anziani del popolo è intelligente.
Essi capiscono che l’atteggiamento migliore è quello del primo figlio, quello che, pur essendo più scortese, alla fine si è pentito e ha ubbidito al genitore. Perché «ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione» (cfr. Lc 15,7). Il cuore di Dio è più grande di qualsiasi peccato, di qualsiasi mancanza, arroganza, pigrizia. Perché Dio ci ama. Nessuno di noi è condannato a priori per le proprie colpe, purché ce ne pentiamo abbiamo sempre la possibilità di sperare in una vita nuova:«I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». Dio ha fiducia sempre, in ogni uomo; ha fiducia nelle prostitute e ha fiducia in ciascuno di noi, per quanto siano pesanti i nostri peccati. Perché Dio ha fiducia nella nostra capacità di cambiare, di migliorarci, di pentirci del male che abbiamo compiuto e anche del bene che non abbiamo compiuto. E di rimediare. Dio è così, immenso amore, pronto a perdonare sempre ogni nostra mancanza.

(A cura della San Vincenzo de’ Paoli)

Dio non è un dovere... è libertà.

O Padre, tu che accogli pubblicani e peccatori appena
si dispongono a pentirsi, non guardare ai nostri peccati,
ma alla nostra fede, al nostro desiderio di riscattarci.
Perché tu ci insegni che la luce è più forte del buio
e il bene prevale sempre sul male.
Dimentica i peccati della nostra gioventù,
e con amore ricordati di noi, per la tua grande bontà, Signore.

Categorie: Azione Cattolica

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/26/2020 - 08:00
Liturgia del:  30 agosto 2020

La Parola del giorno: Ger 20,7-9; Sal 62; Rm 12,1-2

Dal Vangelo secondo Matteo (16,21-27)
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 
Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

In questo brano Gesù annuncia ai suoi discepoli che è necessario per Lui andare a Gerusalemme, dove poi sarà ucciso e infine risorgerà. Pietro, però, non riesce ad accettare questo annuncio, troppo doloroso. Le parole di Gesù, a questo punto, sono perentorie: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà». È Gesù dunque il vero fondamento della Chiesa, è Gesù la pietra preziosa a fondamento della città di Sion. Gesù dunque ci chiede di cambiare mentalità: è Lui che dobbiamo seguire. Ma dobbiamo imparare a farlo proprio come ci chiede Lui. Dobbiamo abbandonare l’ideale dell’autosufficienza, del desiderio di potere, della tentazione costante di sovrastare tutto e tutti. È una strada molto dura, bisogna fare i conti con i propri limiti e le tante, troppe ambizioni, con le false priorità e con le mancanze interiori che ci portano a inseguire successo e potere. Dobbiamo imparare a portare sulle spalle ognuno la propria croce, perché solo attraverso la sofferenza e il dolore riusciamo a diventare umili gli uni con altri. E saremo finalmente in grado di salvarci, perché nel nostro cuore non ci sarà più spazio per i suggerimenti di Satana, ma prenderanno vita sempre le parole di Gesù. È proprio Lui che ce lo ricorda, indicandoci la vera strada della risurrezione:
«Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni». Sta a noi la scelta, se testimoniare di essere davvero cristiani oppure continuare a pensare non «secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

(A cura del Movimento cristiano lavoratori)

La logica dell’amore: perdere per trovare.

Dacci la forza, Signore, di vedere il giusto cammino,
aiutaci a non lasciarci sopraffare
dalle basse seduzioni del mondo.
Illumina la nostra vita,
perché diventiamo discepoli capaci
di discernere ciò che è buono e a te gradito.

Categorie: Azione Cattolica

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 08/19/2020 - 08:00
Liturgia del:  23 agosto 2020

La Parola del giorno: Is 22,19-23; Sal 137; Rm 11,33-36

Dal Vangelo secondo Matteo (16,13-20)
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro:
«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Mi sembra di intravvedere nella Cesarea della mia vita una strada di luce, nascosta tra questi versetti. Il punto di partenza sta nell’ascolto veritiero e profondo della Parola, perché accogliendola essa purifichi il mio cuore ed esso divenga da pietra in carne, malleabile tra le mani di Gesù. Questo brano di Matteo mi mette di fronte ad un contrasto tra la mia intelligenza che vuole comprendere, e la sapienza di Dio. Tra l’intelligenza umana, i ragionamenti della mente, ovvero tra Gesù e il mio mondo. Vorrei chiudermi, dirmi di non crearmi problemi e che la vita basta; poi tra le arcate del cuore sento risuonare le parole di Simon Pietro, odo la sua confessione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», e diventa per me l’inquietudine di un cuore che cerca la verità.
I due personaggi, Gesù e Pietro, ci provocano nel poterli riconoscere in ciò che essi sono realmente. Cesarea di Filippo, lontana, quasi contrapposta a Gerusalemme, diventa il nostro io interiore, dove con i due protagonisti scopriamo questo spazio come un dono di conoscenza reciproca. La nostra vita di discepoli è sempre un percorso verso la ricerca della  vera identità di Gesù e quindi della nostra. Gesù, con la sua domanda:
«La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?», non è spinto da semplice curiosità. In qualche modo, piuttosto, vuole capire meglio chi Egli sia. La conoscenza o meno di noi agli occhi degli altri può aiutarci a capire di più di noi stessi.
Pietro nel suo lungo percorso esistenziale, pieno di inciampi e di rinunce, arriva là dove non tutto ciò che appare è evidente, capisce che un cammino nella fede da soli non siamo in grado di percorrerlo, a meno che il Padre non intervenga, manifestandosi in Gesù. Allora nella relazione con Lui è possibile conoscerLo e conoscersi veramente.

(A cura del Mieac)

Solo incontrandoLo lo riconoscerai!

Signore Gesù, Figlio del Dio vivente,
non è facile leggersi dentro, così come riconoscerti in me,
creatura a tua immagine e somiglianza.
Concedimi di fare un primo passo verso di te,
ma anche tu vienimi incontro,
perché talvolta sono in balìa di dubbi che non riesco a gestire.
Donami di riconoscerti senza giudizio e timore,
ma nella libertà e nella gioia di un dono ritrovato,
che sono io e tu con me, nello Spirito Santo, con i fratelli. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Sab, 08/15/2020 - 20:00
Liturgia del:  16 agosto 2020

La Parola del giorno: Is 56,1.6-7; Sal 66; Rm 11,13-15.29-32

Dal Vangelo secondo Matteo (15,21-28)
In quel tempo, partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. Ed ecco, una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide!
Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono:
«Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose:
«Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò:
«Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri».
E da quell’istante sua figlia fu guarita.

«Ma chi lo capisce questo Gesù?». Sarebbe legittima l’esclamazione alla lettura del brano: una madre disperata che chiede la guarigione della figlia; un dialogo tra sordi, per chiudere in fretta l’incontro e riprendere la strada; la guarigione che alla fine arriva, ma ha uno spazio marginale. Se si va più a fondo, però, si riesce a capire che quanto pareva incomprensibile risponde a una strategia pedagogica non casuale.
La donna: una “cananea”, cioè greca, non-ebrea, non appartenente al popolo eletto, una di quelle persone che venivano definite “cani” (qui attenuato in “cagnolini”). Tutti particolari che non farebbero di lei una destinataria della salvezza, ma un’intrusa che disturba la già faticosa attività per raggiungere i designati. Gli apostoli incitano Gesù ad ascoltarla per togliersela di torno e Gesù risponde subito cercando di liquidarla.
Ma la donna insiste: «aiutami!». La risposta di Gesù non è più in prima persona, ma si rifà alla “buona” regola del non buttare quanto è prezioso a chi non lo sa apprezzare. La donna capisce a tal punto da non lasciare scampo: «grande è la tua fede!», la conclusione di  Gesù. E tutto il resto andrà secondo i suoi desideri.
Rispetto alle premesse, sembrerebbe una capitolazione di Gesù. Ma la donna è una madre, che urla la disperazione per la figlia che, non la morte fisica, ma il male della vita le sta facendo perdere. Non potrebbe essere, questa, la metafora del dolore dell’umanità tutta, quando comprende di essere incapace di affrontare quanto la sta distruggendo? Il salto per tutti noi è qui: quando perdiamo quel che dà senso alla vita, ci liberiamo dalle barriere delle inutili ricchezze e di ogni pregiudizio e chiediamo aiuto a Colui che ci sa leggere dentro ed è in grado di farci accogliere quanto ci è sembrato fino ad allora alieno e lontano. Egli è il solo a poter compiere il miracolo di premiare la purezza del cuore.

(A cura del Meic)

Pregare: bussare alla porta del cuore di Dio.

Signore, dammi occhi, mente, cuore
per riconoscere chi,
con intento malvagio,
ti imita.
Signore, aiutami a vivere e ad essere riconosciuto
come testimone puro
della tua Parola.

Categorie: Azione Cattolica