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Aggiornato: 1 ora 15 min fa

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 01/22/2020 - 08:00
Liturgia del:  26 gennaio 2020

La Parola del giorno: Is 8,23b-9,3; Sal 26; 1Cor 1,10-13.17

Dal Vangelo secondo Matteo (4,12-17)
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta.
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Questo brano potrebbe apparire soltanto l’indicazione geografica di un trasferimento: da Nazaret, l’ambiente dell’infanzia e della giovinezza di Gesù, a Cafàrnao, cittadina di commerci in riva al lago di Tiberiade.
In verità, in questo spostamento si rivela un’intenzione ben precisa: portare l’annuncio di salvezza fuori dall’ambiente ristretto di Nazaret, per inserirlo nella realtà vivace e complessa di Cafàrnao. Matteo riporta da Isaia le parole «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti», un’indicazione ripetuta ben tre volte per sottolineare la mescolanza dei popoli in quella terra di passaggio dalla Siria verso il mar Mediterraneo fino all’Egitto. Ed è proprio in quest’incrocio di percorsi e di persone, di ebrei e pagani, che Gesù va a inserirsi, andando ad abitare nella casa di Pietro, come documentato da scavi recenti. Egli ha scelto di affrontare un contesto nuovo e difficile, ci chiama quindi a non stare nell’ambiente più accomodante e a prendere invece l’iniziativa di immergerci nella complessità della vita reale.
Il Regno dei Cieli, a causa del quale Gesù invita a convertirsi, è una realtà che si fa presente, quando gli uomini, anche se diversi tra loro, riescono a convivere riconoscendosi nella comune umanità.
Gesù è entrato nel tempo, nel nostro tempo. È tempo di deciderci, di non rimandare la scelta di seguirlo. Vogliamo essere una comunità di discepoli che sa accorciare la distanza con la gente, che sa ascoltare e aprire percorsi di dialogo, sa coinvolgersi e testimoniare l’amore misericordioso di Dio.

(A cura dell’Agesci)

Purificare il cuore per vedere Gesù che anche oggi fa fiorire la vita e la gioia.

Signore Gesù, che hai camminato sulle strade della Galilea,
sulla via del mare, insieme ai mercanti, ai pellegrini, agli uomini,
alle donne e ai bambini dei paesi che hai attraversato,
ti ringraziamo perché cammini ogni giorno,
sulle strade del mondo,
attraverso le vicende della vita e della storia.
Ti ringraziamo perché nelle tenebre possiamo vedere la tua luce.
Fa’ che ti seguiamo con coraggio dove ci conduci.
Cambia il nostro cuore,
perché il tuo Regno di pace e di giustizia venga.

Categorie: Azione Cattolica

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 01/15/2020 - 08:00
Liturgia del:  19 gennaio 2020

La Parola del giorno: Is 49,3.5-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3

Dal Vangelo secondo Giovanni (1,29-34)
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Nelle parole di Giovanni cogliamo un intero percorso vocazionale, e forse possiamo riconoscerci come instancabili pellegrini dell’Infinito. Di se stesso, Giovanni ci confida la sua consapevolezza di aver ricevuto una chiamata: «Proprio colui che mi ha inviato a battezzare». Quanta chiarezza in Giovanni, che straordinaria coscienza della propria preziosità agli occhi di Dio! È questa certezza di una relazione, che lo manda al mondo come annunciatore e profeta, come apritore di strade di rivelazione. Tuttavia, non tutto è evidente. Una vocazione così precisa mantiene un profondo margine di dubbio, attesa, incertezza. Un dialogo profondo con Dio potrà ancora superare, scalfire schemi già percorsi. La sorpresa sarà Gesù. Giovanni non lo conosceva. Percepire una chiamata non è automaticamente seguire Gesù. Bisogna prima incontrarlo, o meglio lasciarsi incontrare e stupire. In Matteo, il Battista aveva fatto resistenza al Nazareno che si mette in fila con i peccatori per farsi battezzare. Davvero l’arrivo del Messia, del Figlio di Dio capovolge aspettative e programmi. Scopriamo allora nel Battista il testimone, soprattutto perché non ha voluto restare immobile nelle certezze di un cammino già fatto, ma in esso ha lasciato che si innestasse il germoglio di Iesse, Gesù il Cristo.
Ogni tronco, ogni uomo, ma anche ogni tralcio, la nostra vita, ha bisogno di questo innesto. Gesù deve entrare a far parte della vita di colui che lo vuole conoscere e amare. Giovanni indica l’agnello. Comprende che la vocazione si realizza davvero quando finalmente la si restituisce alla sorgente. Capisce che una vita in Dio ha senso quando a Dio viene riportato tutto: uomini, buone opere e persino i desideri incompiuti. Egli sente che la bellezza dell’esistenza, secondo la logica del Regno, non è quella di possedere per sé, ma di contemplare con gli occhi e spingere lo sguardo di tutti all’Altro, il Salvatore.

(A cura dell’Associazione cattolica operatori sanitari)

Gesù: volto della tenerezza di Dio.

O Padre, abbiamo anche noi, come Giovanni, ricevuto una chiamata,
quella di annunciare la vita vera, Gesù tuo figlio.
La chiarezza di questa relazione di fiducia
e la consapevolezza di essere preziosi ai tuoi occhi,
ci diano la capacità di osare e non di arretrare
o chiuderci nel già fatto.
Il Vangelo sia una continua sorpresa di vita
che aumenta la passione nell’indicare a tutti
l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.
La nostra vita avrà senso
quando al termine avremo riportato tutto a te
che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

BATTESIMO DEL SIGNORE

Mer, 01/08/2020 - 08:00
Liturgia del:  12 gennaio 2020

La Parola del giorno: Is 42,1-4.6-7; Sal 28; At 10,34-38

Dal Vangelo secondo Matteo (3,13-17)
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?».
Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Oggi, festa del Battesimo di Gesù, il Vangelo ci presenta la scena avvenuta presso il fiume Giordano: in mezzo alla folla penitente che avanza verso Giovanni Battista per ricevere il battesimo c’è anche Gesù. Giovanni vorrebbe impedirglielo, manifesta il suo sconcerto, riconoscendo in Lui il Messia, Colui che è senza peccato: egli stesso, il battezzatore avrebbe voluto farsi battezzare da Gesù. Ma Gesù lo esorta a non opporre resistenza, ad accettare di compiere questo atto: Gesù è venuto proprio per colmare la distanza tra l’uomo e Dio, a riunire ciò che è diviso. Per questo chiede a Giovanni di battezzarlo, perché si adempia ogni giustizia, si realizzi il disegno del Padre che passa attraverso la via dell’obbedienza e della solidarietà con l’uomo fragile e peccatore, la via dell’umiltà e della piena vicinanza di Dio ai suoi figli. Nel momento in cui Gesù, battezzato da Giovanni, esce dalle acque del fiume Giordano, la voce di Dio Padre si fa sentire dall’alto e nello stesso tempo lo Spirito Santo si manifesta e viene come una colomba sopra di Lui; in quel momento l’amore che unisce Gesù al Padre viene testimoniato a quanti assistono al battesimo da una voce dall’alto che tutti odono. Il Padre manifesta apertamente agli uomini la comunione profonda che lo lega al Figlio: la voce che risuona dall’alto attesta che Gesù è obbediente in tutto al Padre e che questa obbedienza è espressione dell’amore che li unisce tra di loro. Il battesimo di Gesù si colloca in questa logica dell’umiltà e della solidarietà: è il gesto di Colui che vuole farsi in tutto uno di noi e si mette realmente in fila con i peccatori.
Lui, che è senza peccato, si lascia trattare come peccatore, per portare sulle sue spalle il peso della colpa dell’intera umanità. Gesù accetta di condividere la nostra condizione, la nostra povertà, ci considera fratelli e condivide con noi. E così ci rende figli, insieme con Lui, di Dio Padre. A imitazione di Gesù, pastore buono e misericordioso, e animati dalla sua grazia, siamo chiamati a fare della nostra vita una testimonianza gioiosa che illumina il cammino, che porta speranza e amore.
Questa festa ci fa riscoprire il dono e la bellezza di essere un popolo di battezzati, cioè di peccatori salvati dalla grazia di Cristo, inseriti realmente, per opera dello Spirito Santo, nella relazione filiale di Gesù con il Padre, accolti nel seno della madre Chiesa, resi capaci di una fraternità che non conosce confini e barriere.

(A cura del Centro turistico giovanile)

In Gesù “l’amato” anche noi figli amati.

Padre onnipotente ed eterno,
che dopo il battesimo nel fiume Giordano
hai proclamato Gesù tuo diletto Figlio,
mentre discendeva su di Lui lo Spirito Santo,
fa’ che anche noi, tuoi figli, rinati dall’acqua e dallo Spirito,
possiamo vivere sempre nel tuo amore.
Aiutaci a crescere e a maturare nella fede
e a portare nella nostra vita frutti di santità e di amore.

Categorie: Azione Cattolica

EPIFANIA DEL SIGNORE

Dom, 01/05/2020 - 20:00
Liturgia del:  6 gennaio 2020

La Parola del giorno: Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3a.5-6

Dal Vangelo secondo Matteo (2,1-12)
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:
“E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Nel leggere il brano di Matteo si è presi dallo svolgersi degli avvenimenti: Gesù bambino è nato povero, in una stalla, eppure alcuni uomini da lontano, dall’Oriente, nella loro ricerca sono portati a vedere in questa nascita il compimento del loro cercare, la pienezza della loro attesa. I magi non conoscono le Scritture né la lingua o le consuetudini della terra verso cui si mettono in viaggio. Sono talmente sprovveduti da chiedere informazioni a Erode circa la nascita del nuovo re, ma sono uomini abitati dal desiderio, dall’inquietudine e dunque in ricerca, in attesa. Essi seguono la stella, simbolo della luce che risplende per tutte le genti; non discutono, ma camminano; non rimangono a guardare, ma entrano nella casa di Gesù; non si mettono al centro, ma si prostrano a Lui, che è il centro; non si fissano nei loro piani, ma si dispongono a prendere altre strade. Questa è l’Epifania del Signore Gesù, che risplende come luce per tutte le genti; perciò, è epifania della Chiesa, manifestazione della sua vocazione e missione universale. La vita dell’uomo è missione, si identifica con la sua presenza, certezza e pienezza, tenerezza, allegria e gioia: chi incontra Gesù sperimenta il miracolo della luce che squarcia le tenebre, che illumina e rischiara. All’inizio di ogni giorno bisogna accogliere l’invito che è stato fatto ai Magi di seguire la stella per provare una gioia grandissima, perché dove c’è Dio, c’è gioia.

(A cura del Centro turistico giovanile)

Essere “cercatori” di Dio.

Signore, anche noi desideriamo vedere la stella
e venire ad adorarti.
Donaci occhi semplici e un cuore grande nell’amare,
per riconoscere, come fecero i magi, i segni della tua presenza.
Fa’ che lo splendore della tua gloria illumini la nostra vita
e quella delle nostre famiglie.

Categorie: Azione Cattolica

II DOMENICA DOPO NATALE

Gio, 01/02/2020 - 08:54
Liturgia del:  5 gennaio 2020

La Parola del giorno: Sir 24,1-2.8-12; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18

Dal Vangelo secondo Giovanni (1,1-5.9-14 – forma breve)
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Il prologo del Vangelo di Giovanni è un testo mirabile, una sintesi vertiginosa della fede cristiana, un abisso di luce, che indica come Dio ha voluto entrare nella storia e diventare uomo.
Parte dall’alto: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio», ed ecco la novità inaudita e umanamente inconcepibile: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Innanzitutto, l’evangelista osa immergere il suo sguardo nell’eternità, tempo-spazio impossibile da comprendere pienamente all’uomo, così fragile e di passaggio in questo mondo. All’inizio, prima dunque della creazione dell’universo, la Parola era, esisteva fuori del tempo, da tutta l’eternità.
Era parola di Dio, era Dio stesso. Ma questa vita divina ha voluto donarsi, uscire da se stessa, il Mistero ha scelto di fare compagnia all’uomo dentro le coordinate dello spazio e del tempo, è venuto sulla terra affinché l’uomo, fragile e limitato, lo ascoltasse e potesse conoscere e toccare con mano l’amore del Padre. Il Verbo di Dio è lo stesso Gesù, presente e operante nel mondo. L’evangelista Giovanni non nasconde poi la drammaticità dell’Incarnazione del Figlio di Dio, sottolineando che al dono d’amore di Dio fa riscontro la non accoglienza da parte degli uomini. La Parola è la luce, eppure gli uomini hanno preferito le tenebre, hanno chiuso la porta in faccia al Figlio di Dio. È il mistero del male che insidia la vita degli uomini e che richiede vigilanza e attenzione perché non prevalga. Ma Gesù, il Logos, non desiste e non smette di offrire se stesso e la sua grazia che salva! Gesù è paziente, sa aspettare, aspetta sempre. Il prologo è un messaggio di speranza e di salvezza.
E come l’apostolo Giovanni, anche chi lo incontra è chiamato a testimoniare con gioia il messaggio del Vangelo della vita, della luce, della speranza e dell’amore.

(A cura del Centro turistico giovanile)

«Il Verbo si fece carne»: qualcosa di Dio in ciascuno di noi; in ogni vita c’è santità e luce.

O Dio onnipotente ed eterno, luce dei credenti,
ti sei fatto uomo per accompagnare con discrezione,
con tenerezza e potenza il nostro cammino faticoso.
Sostienici sempre nelle nostre fatiche quotidiane,
rendici testimoni fedeli e riempi della tua gloria il mondo intero.

Categorie: Azione Cattolica

CRISTO RE DELL’UNIVERSO

Mer, 11/20/2019 - 07:00
Liturgia del:  24 novembre 2019

La Parola del giorno: 2Sam 5,1-3; Sal 121; Col 1,12-20

Dal Vangelo secondo Luca (23,35-43)
In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».
Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso».
Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
E disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno ». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Una scena drammatica e impietosa: un colle, tre croci per un supplizio atroce, reso ancora più ignominioso perché al centro di quelle croci pende un innocente, Gesù di Nazaret.
Tutt’intorno un “popolo che stava a vedere” (attonito, smarrito, ingrato?), e tanta derisione e scherno da parte dei capi: «Salvi se stesso, se lui è il Cristo di Dio, l’eletto»; dei soldati: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso»; di uno dei malfattori, appeso al suo lato: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». Non è la prima volta che Gesù viene invitato a snaturare la sua personalità e la sua missione. Ai suoi orecchi forse riecheggiano le tentazioni del diavolo nel deserto all’inizio della sua evangelizzazione, ma ora, come allora, rimane saldo nelle sue decisioni, sopportando quelle pene indicibili, fino in fondo, fino a quando “tutto è compiuto”. Che grande mistero! Non solo perché un Dio si fa uomo, «in tutto simile all’uomo fuorché nel peccato», e si lascia crocifiggere, ma anche perché viene a instaurare un Regno nel segno della croce, il suo emblema. Il regno di questo mondo è fatto di potere, di gloria, onori e piaceri: vi ha diritto di cittadinanza non solo l’onesto, ma anche chi si procaccia i beni e la carriera con ogni mezzo, chi corrompe e si lascia corrompere, chi usa sopraffazioni sull’altro, chi coltiva l’arte del proprio egoismo.
L’altro Regno, quello di Dio, è tutt’altra cosa: in esso ha diritto di cittadinanza e di ricompensa chi si fa piccolo, chi si mette all’ultimo posto, chi si fa prossimo al prossimo nell’accoglienza, nel soccorso dei bisogni, nel curare le ferite, chi soffre, chi ha capacità di perdonare anche i propri nemici, chi pecca, purché si penta, chi cerca la gloria di Dio e il suo Regno, chi vive per amore. È questa la parola magica che diversifica i due regni: l’amore. Gesù ci ha dato l’esempio, ha sanato, ha avuto compassione, ha perdonato anche i suoi carnefici, ha sofferto.
Se vogliamo far parte del suo Regno, dobbiamo seguirlo sulla sua strada. È sull’amore, verso Dio e verso i fratelli, che saremo giudicati.

Signore, mi capita di far fatica a restarti fedele.
Nutro il mio egoismo di cose inappaganti,
come il “popolo che sta a guardare”,
mi mostro indifferente e insensibile di fronte
all’affamato e al disprezzato,
vivo come se tu non ci fossi: perdonami, Signore.
Fa’ che io segua l’esempio del buon ladrone:
che riconosca le mie colpe e t’invochi per essere salvato.
Desta in me sempre il desiderio di Paradiso; sii tu, solo tu,
il Re che voglio seguire.

Categorie: Azione Cattolica

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 11/13/2019 - 07:00
Liturgia del:  17 novembre 2019

La Parola del giorno: Ml 3,19-20a; Sal 97; 2 Ts 3,7-12

Dal Vangelo secondo Luca (21,5-19)
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Luca pone questo episodio dopo quello della vedova che ha donato al Signore tutto quanto aveva per vivere, mentre noi ci attacchiamo a cose che passano e non sono eterne. Se gli uomini non si convertono, non accettano il Cristo e non accolgono la testimonianza di chi li segue, si distruggeranno a vicenda mettendosi gli uni contro gli altri. Gesù vuole preparare quelli che desiderano seguirlo avvertendoli che non avranno una vita facile; ma li rassicura che se avranno fede in Lui e accoglieranno il dono dello Spirito Santo, non saranno soli nei momenti in cui dovranno rendergli testimonianza, poiché potranno confidare pienamente in quella forza che verrà loro dall’alto, rendendoli forti in Cristo. È bello l’invito alla perseveranza: solo mettendo tutta la nostra vita in Lui, si possono superare i momenti difficili e quelli della prova, perché sappiamo che con le nostre sole forze non possiamo farcela e la nostra natura è incostante. Oggi è forte la tentazione di andare a cercare il Signore qua o là attratti da tante voci e non sappiamo metterci in ascolto della voce vera di Gesù che ci rivela il Padre e ci aiuta a capire se voglio seguire Lui o altri. Ho paura di testimoniarlo e di sapere andare controcorrente?
Accolgo il suo invito a dare a Lui tutto e a fare di Lui il centro della mia vita? Quanto è stato scritto molti anni fa è attualissimo: il Signore ci ha voluto dire in anticipo come reagire, avendo fiducia in Lui che ha vinto il mondo!

Signore, il martirio mi spaventa,
anche quello quotidiano in cui sono chiamato a testimoniarti.
Aiutami a vincere il rispetto umano,
la paura di un giudizio o di fare scelte criticate
a volte anche in casa.
Fa’ che possa tenere gli occhi fissi su di te,
dammi la forza e il coraggio che mi manca!

Categorie: Azione Cattolica

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 11/06/2019 - 07:00
Liturgia del:  10 novembre 2019

La Parola del giorno: 2Mac 7,1-2.9-14; Sal 16; 2Ts 2,16 – 3,5

Dal Vangelo secondo Luca (20,27.34-38 – forma breve)
In quel tempo, disse Gesù ad alcuni sadducèi, i quali dicono che non c’è risurrezione: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio.
Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Ma chi erano i sadducei? Due sadducei tra i più influenti dell’epoca erano i sommi sacerdoti Caifa e Anna, coloro che fecero arrestare e condannare a morte Gesù. I sadducei erano una corrente spirituale, ma anche una fazione politica favorevole al compromesso con i romani. Dal punto di vista spirituale, i sadducei erano piuttosto materialisti: negavano l’immortalità dell’anima e la risurrezione. Per loro premi e punizioni divine si realizzavano già in questo mondo, sulla terra e la morte era la fine di tutto. Che triste questa visione dei sadducei! In netto contrasto con la parola di Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25) e ancora: «Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,40). Gesù annuncia che Abramo, Isacco e Giacobbe vivono in Dio: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie, né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe.
Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per Lui» (Lc 20,34-38). Al buon ladrone Gesù promette: «Oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). Dobbiamo avere fiducia in questo: «Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo» (1Cor 15,22). Non dimentichiamo che già su questa terra siamo chiamati, nel nostro piccolo, a risorgere quotidianamente. “Vivete, non vivacchiate” era il motto del beato Pier Giorgio Frassati, e vivere e non vivacchiare è anche la ricetta per iniziare a costruire il corpo di luce che avremo in paradiso. Anche questa vita terrena è colma di amore, di doni di “verità”. E noi abbiamo il dovere di viverla pienamente, da “vivi”: non possiamo permettere alla morte di contagiare ogni aspetto della nostra vita.

O Gesù,
tu che non sei nel sepolcro,
ma diventi luce, rischiara anche il nostro cuore:
aiutaci a superare le piccole morti di ogni giorno
e aiutaci ogni giorno a risorgere nell’amore,
perché ogni vittoria sull’egoismo e sull’individualismo
ci avvicina al prossimo e a te.

Categorie: Azione Cattolica

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Ven, 11/01/2019 - 19:00
Liturgia del:  3 novembre 2019

La Parola del giorno: Sap 11,22 – 12,2; Sal 144; 2Ts 1,11 – 2,2

Dal Vangelo secondo Luca (19,1-10)
In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse:
«Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».
Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Non è sempre facile raggiungere ciò che desideriamo, che vorremmo vedere, sentire, apprezzare, toccare. Pensiamo alle folle oceaniche di un concerto, dove ogni singolo spettatore darebbe chissà cosa per poter vedere da vicino il suo idolo, toccarlo, avere un autografo. Il sogno sarebbe più completo se poi quella star accettasse un invito a casa del suo fan: sarebbe un privilegio concesso a pochi, regalerebbe emozioni così forti e indimenticabili da diventare uno di quegli incontri che cambiano la vita. Nel cercare l’incontro personale ed esclusivo con Gesù, ci vorrebbe la stessa voglia che si ha di incontrare il proprio mito. Qualcuno, un gran furbo, già lo ha fatto: Zaccheo.
Lui desidera fortemente l’incontro con Gesù, ma tutto gli rema contro: è basso e viene spintonato in mezzo a una grande folla. Il suo desiderio, però, è probabilmente più forte e più vero di quello di tanti altri, perché aguzza l’ingegno e si arrampica su un sicomoro per vederlo. Ciò che accade poi va oltre ogni sua aspettativa: non solo Gesù nota il suo sforzo, ma lo chiama e gli dice che vuole essere suo ospite. Stracolmo di gioia, sorpreso (chi era lui per meritarsi ciò?) lo accoglie in casa. Sarà proprio questo incontro a lasciare una traccia indelebile nella sua vita: Zaccheo deciderà di essere per sempre dalla parte di Gesù, dei giusti.
Non possiamo ridurre e rileggere la nostra fede e il nostro incontro con il Maestro come una sorta di contratto, dove annotare ciò che ci conviene, oppure no. Egli non ci chiede altro che di seguirlo, di fidarci di Lui e perché il nostro vivere sia vita vera, ci fa solo la richiesta di venire a casa nostra, di andare oltre il semplice desiderio di Lui. Quando avverti dentro di te una forte inquietudine che va oltre la curiosità, quando percepisci che hai bisogno dell’altro, allora sei sulla buona strada, puoi scendere dall’albero delle vecchie certezze e allargare i tuoi orizzonti là dove giunge il sorriso di un bambino o il pianto di un disperato. Se te ne accorgerai allora non sarai lontano dal Regno.

Signore, a volte la pigrizia mi fa camminare lentamente, mi
fa essere uno qualunque nella folla. Ma così non mi piaccio.
Mettimi le ali ai piedi Signore, fammi salire in alto, per poter
vedere la luminosità del tuo sguardo e capire che soltanto
cercandoti e incontrandoti posso avere una vita piena. Tu sei
sempre disposto a entrare a casa mia, ma solo se ti cerco sul
serio e ti apro la porta. Perché io so che, parlando con te, cuore
a cuore, raddrizzerò le storture, curerò le ferite; con te nella
mia casa, cadranno le paure, avrò gioia piena.

Categorie: Azione Cattolica

TUTTI I SANTI

Mer, 10/30/2019 - 07:00
Liturgia del:  1 novembre 2019

La Parola del giorno: Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-13

Dal Vangelo secondo Matteo (5,1-12a)
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,
diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa
nei cieli».

Il Vangelo delle Beatitudini è quello che più ci dà ragione dell’umanità di Gesù; il Gesù uomo che non ignora le fatiche e le sofferenze di coloro che incontra sul suo cammino, ma che partecipa dell’anelito dell’uomo alla felicità sulla terra e nei cieli. In questo Vangelo delle promesse di Dio, possiamo trovare anche il suo progetto per noi; ed è un progetto di felicità per l’oggi e per il nostro domani nei cieli, progetto del quale Dio ci chiama corresponsabili con l’aiuto di Gesù e che si concretizza in un vero e proprio programma di vita, che abbraccia innanzitutto la sequela di Cristo. Il discorso delle Beatitudini è un invito alla speranza, un’esortazione a una vita più piena, un impegno alla realizzazione già qui e ora del Regno di Dio. Ci sfida ad accogliere una mentalità e dei comportamenti che vanno forse controcorrente, ma che soli ci danno la chiave per costruire un mondo più buono e più giusto, che possa avvicinarsi sempre più alla bontà della creazione dei primi giorni e dove la pace, l’amore e la fratellanza ci rendano veramente degni dello status di uomini, figli di Dio. Con coraggio, con gioia camminiamo sulla strada delle beatitudini: è la strada leggera che ci libera dal peso delle cose materiali, dell’ingiustizia, della sofferenza, della guerra e del dolore; è la strada della vera felicità, quella che ripudia l’arroganza e sceglie la mitezza, che ama la giustizia, che combatte per la pace e non per la guerra, che ci chiama a essere l’uno per l’altro fratelli e che ci invita alla misericordia, che ci insegna che la violenza non è mai la via del progresso, che ci dice che la purezza del cuore non è privazione, ma pienezza d’amore verso Dio e verso il prossimo. Non a caso il Vangelo delle beatitudini è considerato il Vangelo della santità, una santità che non richiede opere straordinarie, ma che ciascuno può vivere nella vita ordinaria, quando le nostre aspirazioni vanno verso l’alto, quando veramente abbiamo fame e sete di Dio.

Ogni beatitudine sono due versi di pensiero.
Dove al principio c’è l’uomo e alla fine c’è Dio.
Di un presente è la ragione
che parla al domani, mio Signore.
Cerco la mia beatitudine
nelle parole che oggi scrivi per me.

Categorie: Azione Cattolica

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/23/2019 - 08:00
Liturgia del:  27 ottobre 2019

La Parola del giorno: Sir 35,12-14.16-18; Sal 33; 2Tm 4,6-8.16-18

Dal Vangelo secondo Luca (18,9-14)
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Come preghiamo? Che immagine di Dio abbiamo nella nostra mente e nel nostro cuore? Questa parabola ci fa comprendere come dall’ascolto della preghiera di un uomo si possa tastare il polso dell’immagine di Dio ch’egli porta dentro.
Il pubblicano e il fariseo che Gesù ci presenta costituiscono i due opposti atteggiamenti riguardo alla Legge: quello dell’estremo osservante, che sente di avere già la salvezza in tasca e quello di chi, invece, la ignora, o non se ne cura e ne verrebbe escluso. Gesù ci presenta il vero volto di Dio Padre, che non pone alcuna condizione a chi si presenta di fronte a Lui con autenticità. L’errore in cui spesso cadiamo, noi credenti, è quello di disporre di Dio piuttosto che riconoscerlo come un mistero da attendere e accogliere. Tutto questo si riflette poi nel rapporto con gli altri, quando tendiamo a sentirci detentori della verità e cadiamo nella presunzione di porre giudizi sulle persone. Il pubblicano, nella consapevolezza dei suoi peccati e della sua miseria, davanti a Dio, sente forte la sua indegnità e non si reputa meritevole nemmeno di varcare la soglia del tempio. Tutto ciò significa che Dio apprezza la nostra sincerità. Ci vuole veri! Magari “claudicanti”, pieni di fragilità e debolezze, ma veri. Il pubblicano sapeva di poter contare sulla bontà di Dio che perdona sempre e per questo che ritorna a Lui. Il Vangelo ci conforta tanto, ci esorta a rialzare la testa, sempre, e a non arrenderci mai di fronte alle difficoltà. «Chi rischia, il Signore non lo delude, e quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte. Questo è il momento per dire a Gesù Cristo: “Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un’altra volta per rinnovare la mia alleanza con te. Ho bisogno di te. Riscattami di nuovo Signore, accettami ancora una volta fra le tue braccia redentrici”» (Evangelii gaudium, n. 3).
Solo così, nel riconoscimento umile delle nostre fragilità, potremo ritrovare la nostra dignità di figli di Dio e continuare il nostro cammino insieme agli altri.

Signore, vengo da te; alla tua presenza, forse anch’io come il
fariseo mi ritengo superiore agli altri, pertanto, vorrei essere
considerato un privilegiato. Talvolta, però, mi sento pure come
il pubblicano, pieno di peccati e indegno. Specialmente quando
prendo consapevolezza delle mie infedeltà e dei miei errori. Tu
mi conosci. Tu sai che il mio cuore è debole ma io, ora, so che
tu mi accoglierai. Ti prego, Signore, rialzami dalla mia miseria
e perdonami. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/16/2019 - 08:00
Liturgia del:  20 ottobre 2019

La Parola del giorno: Es 17,8-13; Sal 120; 2Tm 3,14 – 4,2

Dal Vangelo secondo Luca (18,1-8)
In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio, né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto.
E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo?
Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Gesù narra la parabola del giudice malvagio e della vedova che lo supplica senza stancarsi. Alla fine il giudice concede alla donna ciò che è giusto. Gesù conclude: «Se un giudice malvagio ha ascoltato le preghiere di una povera vedova, quanto più vi ascolterà Dio, vostro Padre?». Gesù, attraverso questa parabola, vuole insegnarci a pregare con perseveranza.
Pregare sempre o assiduamente significa prima di tutto essere fedele ai propri tempi di preghiera, non lasciarli o rinviarli facilmente. Significa poi riaccendere ogni tanto il contatto con Dio.
Nel Vangelo di Matteo, al cap. 6, Gesù insegna: «Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro.
Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate». Nella pagina del Vangelo di oggi, Gesù sembra invece contraddirsi. Ci esorta a «gridare giorno e notte verso Dio».
Mi pare che il senso sia questo: “Se credete di essere figli di Dio, comportatevi con Lui come con vostro padre. Poche parole bastano. Ma se non vi ascolta, insistete, gridate, non dategli tregua. Con vostro padre non fate così?”. Sembra farci capire che in certi momenti difficili abbiamo più bisogno noi di pregare che Dio di ascoltarci.
Tommaso Moro nella sua Pregare per vivere, così inizia: «Credo che la preghiera non è tutto, ma che tutto deve cominciare dalla preghiera: perché l’intelligenza umana è troppo corta e la volontà dell’uomo è troppo debole; perché l’uomo che agisce senza Dio non dà mai il meglio di se stesso».
Gesù prega specialmente nei momenti importanti della sua vita come durante l’esperienza dei quaranta giorni nel deserto, o come la notte passata in preghiera prima di scegliere gli apostoli, e così la notte precedente la sua passione. La vedova che va a implorare il giudice è in un momento di particolare difficoltà.
Dunque la preghiera deve farsi forte quando gli eventi mettono alla prova. Lo si può fare vivendo esperienze spirituali “forti” come per esempio i ritiri o gli esercizi spirituali.

Padre nostro, che sei nei cieli
sia santificato il tuo nome!
Venga il tuo Regno!
Sia fatta la tua volontà, come in cielo, così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano;
rimetti a noi i nostri debiti,
come noi li rimettiamo ai nostri debitori
e non c’indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.
(Mt 6,9–15)

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XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 10/09/2019 - 08:00
Liturgia del:  13 ottobbre 2019

La Parola del giorno: 2Re 5,14-17; Sal 97; 2Tm 2,8-13

Dal Vangelo secondo Luca (17,11-19)
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro:
«Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Nel brano del Vangelo di questa domenica c’è un percorso molto significativo per noi. L’episodio si pone all’interno di quel sentiero che Gesù ha scelto con “ferma decisione” di percorrere, mettendosi «in cammino verso Gerusalemme» (Lc 9,51).
Per entrare nella salvezza di Dio, il primo passo è andare da Gesù, anche quando si è stremati dalla lebbra del corpo o interiore.
Andare da Gesù, non interrompere il dialogo con Lui.
Così secondo il modello del pellegrino russo che proprio facendo sua l’invocazione dei dieci lebbrosi, imparò a pregare senza interruzione, si apprende a vivere pregando e pregare vivendo momento per momento nella compagnia di Gesù che sana.
Il secondo passo è fidarsi di Lui: anche se ci sembra di non essere guariti, andare ugualmente nella direzione indicata da Gesù, proprio come fanno i lebbrosi che s’incamminano prima ancora d’essere guariti solo perché Gesù ha ordinato loro così. Nella fiducia si riceve guarigione. Noi Gesù possiamo ascoltarlo: nella Parola biblica e nella liturgia; attraverso quella del Magistero della Chiesa, negli insegnamenti dei santi, nel sacramento della riconciliazione, nell’accompagnamento spirituale. Incamminarsi prima ancora di vedere il frutto sperato: questa è la vera fede.
Il terzo passo è prendere coscienza della guarigione, dare spazio e tempo interiori a questo profondo atto di consapevolezza, senza darla per scontata. Il rischio di non rendermi conto, per distrazione e superficialità, di quanto e come Gesù mi guarisca, è alto se non cerco di creare ogni giorno uno spazio e un tempo per incontrarlo in profondità e riconoscerne il passaggio.
Il quarto passo nel brano lo compie il solo uomo straniero, unico a tornare indietro senza avere fretta, dando tempo e spazio anche a esprimere e a coltivarne gratitudine, sentendosi toccato da un dono gratuito che lo fa sentire a sua volta regalato al mondo. Siamo sempre tentati dalla dimenticanza della gratitudine, dal ritenere che tutto ci è dovuto, mentre a pensarci bene tutto ci è regalato.
Il quinto passo è tenere ben presente che, come altrove dice Pietro, «Dio non fa preferenza di persone, ma chiunque lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto» (At 10,34-35). Davanti a Dio non ci sono stranieri: dove noi vediamo stranieri, Dio vede figli, fratelli e amati amici.
L’ultimo passo, quello di proclamare che la fede dell’uomo guarito lo ha salvato, lo compie Gesù. L’uomo guarito viene semplicemente portato per mano, come sollevato alla guancia di Dio (Os 11,4), visitato da questa salvezza che è soffio di brezza leggera (1Re 19,12-13).

Signore Gesù,
insegnaci a venire sempre a te,
per vivere l’esperienza della tua guarigione.
Manda il tuo Spirito perché ci insegni a fidarci della tua Parola
e a ringraziarti sempre,
perché tu sei la fonte di tutto il nostro bene.
La nostra fede ci salva, se restiamo uniti a te.

Categorie: Azione Cattolica