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LE PALME

Mer, 04/01/2020 - 08:00
Liturgia del:  5 aprile 2020

La Parola del giorno: Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11

Dal Vangelo secondo Matteo (21,1-11)
Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito
troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete:
“Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”».
Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma”».
I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!».
Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva:
«Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».

L’ingresso di Gesù a Gerusalemme, così come è raccontato nei Vangeli, mette in luce un forte contrasto: da una parte si paragona Gesù a un re, dall’altra lo si fa entrare a Gerusalemme sul dorso di un asino. Un re sarebbe arrivato sul dorso di un animale più “nobile”, un cavallo, e ad accoglierlo ci sarebbero stati i potenti, i grandi, quelli che contano. Gesù arriva su un asino, è accolto dalla gente semplice e umile, che stende davanti a Lui il proprio mantello, taglia rami dagli alberi per far festa. Si aspettavano un liberatore, forse un condottiero.
Arriva un uomo seduto su un asino.
Anche oggi Gesù entra nella nostra vita attraverso le cose semplici, le cose umili, i piccoli gesti. Anzi potremmo dire che siamo noi che possiamo far entrare Gesù nella vita di chi ci sta accanto, attraverso piccoli e umili gesti di solidarietà, di condivisione, di tenerezza e di affetto, donando quello che di prezioso abbiamo, così come ha fatto la donna che apre il vaso di profumo e lo versa sui piedi di Gesù. Così come fa la vedova che getta nel tesoro del tempio due spiccioli! È tutto quello che ha: ma lo dà senza calcolare. Anche noi possiamo donare qualcosa al tesoro della vita, i nostri mantelli, il nostro profumo, i nostri spiccioli e fare esperienza di Gesù, del suo perdono, della sua tenerezza, della sua festa.

(A cura della Focsiv)

Essere “asini” capaci di portare Gesù agli altri.

La vita è un dono, non sciuparlo.
La vita è una proposta: coglila.
La vita è un impegno serio, è responsabilità: condividila.
La vita è amore, speranza, pace, gioia: donala.
La vita è un tesoro, un valore, un sogno: realizzala con gli altri.
La vita è un’esperienza, una lotta: affrontala.
La vita è felicità: conquistala.
La vita è irripetibile: non delegarla a nessuno.
La vita è crescere in solidarietà: non arrenderti.
Ama la vita come servizio e condivisione.
Dona la vita con la gioia dell’amicizia.
Vivi la vita vincendo la tristezza e la paura.
Spenditi per difendere la vita dei poveri e degli oppressi.
(Madre Teresa di Calcutta)

Categorie: Azione Cattolica

V DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 03/25/2020 - 08:00
Liturgia del:  29 marzo 2020

La Parola del giorno: Ez 37,12-14; Sal 129; Rm 8,8-11

Dal Vangelo secondo Giovanni (11,3-7.17.20-27.33b-45 – forma breve)
In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù:
«Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù:
«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!
Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà».
Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò:
«Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!».
Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

La risurrezione di Lazzaro è uno dei punti centrali del Vangelo di Giovanni, ma è anche una sfida all’uomo contemporaneo.
C’è indubbiamente in questo episodio l’anticipazione, quasi l’annuncio della risurrezione del Cristo. C’è l’affermazione che non siamo fatti per la morte. C’è la forza di un amore che porta a chiedere e a sperare cose impossibili. Ma è una sfida, perché vuole dimostrare che il Regno di Dio si compie su questa terra, nella nostra vita, nel nostro impegno in famiglia, nel lavoro, nella società, nella politica.

(A cura dell’Unione cristiana imprenditori dirigenti)

Dio è innamorato dei suoi amici, non li lascerà nelle mani della morte.

Signore, la risurrezione di Lazzaro
è un episodio lontano nel tempo,
un racconto che il tempo trascorso può farci sembrare
una leggenda, quasi una fake news.
Aiutaci a far sì che i segni che Cristo ci ha dato
«perché il mondo creda» restino di fronte ai nostri occhi
come pezzi della nostra storia e della nostra esperienza.

Categorie: Azione Cattolica

IV DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 03/18/2020 - 08:00
Liturgia del:  22 marzo 2020

La Parola del giorno: 1Sam 16,1b.4.6-7.10-13; Sal 22; Ef 5,8-14

Dal Vangelo secondo Giovanni (9,1.6-9.13-17.34-38 – forma breve)
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.

La guarigione di un cieco è un’ulteriore tappa del cammino attraverso il quale Gesù rivela la sua identità. Egli è Luce, offerta a quanti sentono – in vario modo – di “brancolare nel buio”.
La cecità che segna la vita di quell’uomo diventa l’occasione per pensare alle nostre incertezze.
Ciechi siamo anche noi ogni volta che non sappiamo quali passi compiere, quali direzioni prendere, quali significati attribuire.
Ciechi siamo pure – come alcuni tra i farisei – quando lasciamo che il pregiudizio ci ottenebri, quando ci fermiamo al “sentito dire” o alla mormorazione, quando l’altro diventa “categoria” prima che esperienza e incontro.
Come reagisce Gesù? Possiamo notare come egli compia un gesto. Evocativo dell’agire di Dio agli inizi della creazione. Ma anche indicativo di un atteggiamento: davanti alle sofferenze degli altri non sono opportuni i commenti, spesso non è il caso di moltiplicare le parole. Meglio lasciare spazio a un gesto di premura, di sollievo, di cura. Un gesto che Gesù compie non contro la volontà di quell’uomo, ma pure anticipando ogni sua domanda, quasi a volerlo liberare dall’imbarazzo umiliante di chi mendica.

(A cura della Gioc)

Come mendicanti di luce ci affidiamo a Dio.

Illumina i nostri occhi, Signore,
e rendici capaci di guardare con te alla vita:
in essa la tua creazione si compie,
la tua cura ci rinnova.
Illumina i nostri occhi, Signore,
e aiutaci a guardare ciascuno negli occhi
per scorgervi un fratello
con il quale camminare dietro di te.

Categorie: Azione Cattolica

III DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 03/11/2020 - 08:00
Liturgia del:  15 marzo 2020

La Parola del giorno: Es 17,3-7; Sal 94; Rm 5,1-2.5-8

Dal Vangelo secondo Giovanni (4,5-15.19b-26.39a.40-42 – forma breve)
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno.
Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice:
«Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». [...] «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. [...] «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

Il passo del Vangelo, tratto dall’evangelista Giovanni, ci racconta dell’arrivo di Gesù a Sicar, una città della Samaria, nella quale incontra una donna con la quale entra in dialogo.
Questo incontro può offrirci uno spunto di riflessione. Da una parte abbiamo Gesù e dall’altra una donna samaritana. Per capire cosa Gesù ci vuole dire, dobbiamo analizzare attentamente il termine “samaritano”, il quale proviene dall’ebraico e significa “essere custodi della Legge”. Questo punto è fondamentale: Gesù chiede dell’acqua del pozzo della città e, con le sue parole, fa capire alla donna che tale acqua non placherà mai la sete di nessuno. È come se Gesù facesse crollare tutte le certezze che i samaritani avevano riposto in loro stessi: i Samaritani non erano veri custodi della Legge e quindi della parola di Dio. È proprio in questo punto, che Gesù cerca di far capire alla donna che Lui è il Messia ed è davanti a lei. Non c’è più bisogno di attenderlo. Lui ora è qui, come lo è Dio in ogni momento della nostra vita, anche quando tutto sembra andare per il verso sbagliato, ci accompagna sempre e non dobbiamo avere alcun timore. È proprio quando domandiamo a Dio quell’acqua viva, che riceviamo tutte le risposte alle nostre domande e dubbi. Quell’acqua ci disseterà in eterno e ci riempirà della luce e della purezza di Dio, perché Lui è la vita eterna.
Se Dio è vita eterna, allora anche noi, che beviamo alla sua sorgente vitale, siamo dentro la vita eterna. Dobbiamo essere grati a Dio per questo immenso dono che ci deve spronare a vivere la nostra vita terrena con purezza e autenticità.

(A cura della Fuci)

Abbandonare “le cisterne” per una sorgente d’acqua pura.

Signore, donami la tua acqua viva
che estingua la mia sete di superbia, di prepotenza, di finitezza
che limita il mio desiderio di te e della vita eterna.
Aiutami ogni giorno a riconoscerti come mio Signore
e Salvatore del mondo e ad adorarti in spirito e verità. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

II DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 03/04/2020 - 08:00
Liturgia del:  8 marzo 2020

La Parola del giorno: Gen 12,1-4a; Sal 32; 2Tm 1,8b-10

Dal Vangelo secondo Matteo (17,1-9)
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse:
«Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Il brano della Trasfigurazione di Gesù sul Monte Tabor con Mosè ed Elia è così potente che san Giovanni Paolo II decise di proporlo alla meditazione dei fedeli come quarto mistero della luce del suo santo rosario. Il Figlio di Dio si manifesta ai tre santi apostoli in tutta la sua divina potenza in una apoteosi di luce, mentre conversa con i due profeti che sono i pilastri del giudaismo, suggellando così la assoluta continuità del divino messaggio dall’Antico al Nuovo Testamento. I tre apostoli comprendono di assistere a un evento meraviglioso e trascendente perché il Messia siede assieme ai profeti che ne avevano annunciato la venuta per la salvezza di Israele: la promessa si salda con la presenza reale del Salvatore, nello splendore della trascendenza. San Pietro, con uno dei suoi slanci di immensa fede e amore, è pronto a darsi da fare perché Gesù, Mosè ed Elia prolunghino il loro soggiorno che per i tre apostoli è fonte di immensa gioia. Ma quando la divina Maestà di Cristo viene annunciata dalla voce del Padre, i tre apostoli sono schiacciati a terra dalla potenza di quello che è l’annuncio assoluto che Gesù è il Messia, che il popolo di Israele attende da secoli ed è venuto a completare e a santificare l’Alleanza non solo con Israele, ma con tutta l’umanità che diventa la santa Chiesa. Il loro terrore è logico, ma Gesù con dolcezza ricorda che non devono temere perché Lui è lì, è vicino con la sua divina grazia, con la sua divina misericordia che salva tutti coloro che credono in Lui e sono fedeli alla sua Parola, perché Egli ha vinto la morte e la sua divina luce illumina la via verso la vita eterna.

(A cura dei Convegni di cultura beata Maria Cristina di Savoia)

La strada, “misura” della verità del nostro incontro con il Signore.

Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me.
Gesù Cristo, Figlio di Dio abbi pietà dell’anima mia.
Per la tua divina grazia, per la tua divina misericordia,
per l’intercessione di Maria Santissima immacolata
Regina del cielo e della terra,
per l’intercessione di san Michele Arcangelo principe
delle legioni angeliche, salva l’anima mia dalla dannazione eterna.
Nell’ora della morte, abbi misericordia della mia infinita
miseria di peccatore, perdona le mie colpe
e accogli l’anima mia presso di te nella Casa del Padre.
Secondo la tua santa volontà, per la tua infinita misericordia,
per la maggior gloria tua e di tutta la tua santa Chiesa,
mio Signore e mio Dio che vivi e regni nell’unità col Padre
e con lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

I DOMENICA DI QUARESIMA

Mer, 02/26/2020 - 20:00
Liturgia del:  1 marzo 2020

La Parola del giorno: Gen 2,7-9;3,1-7; Sal 50; Rm 5,12-19

Dal Vangelo secondo Matteo (4,1-11)
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto,
per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta
giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli
si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste
pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di
solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca
di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto
più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati
giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede
non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche:
“Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò
tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte
queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai
». Allora Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto infatti:
“Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono
e lo servivano.

La Quaresima è stata sempre considerata come un cammino
in cui il cristiano è portato a riscoprire la ricchezza del battesimo,
a ridare senso alla propria vita, ad approfondire e a vivere
le tappe mai compiutamente assimilate del cammino di fede.
Gesù stesso non è sfuggito a questa ricerca. Nella riflessione
e nella preghiera prende maggiore coscienza della sua missione.
Tentato di essere efficace al mondo, imponendosi con
la forza e il potere, aveva bisogno di ripetere a se stesso, nel silenzio del deserto, che non era venuto per il proprio tornaconto,
per la gloria personale, per il prestigio, ma era stato
mandato per servire, per salvare, per riconciliare e donare la
sua vita fino al dono supremo di sé. La Quaresima è tempo di
verità perché siamo chiamati a porci di fronte a Dio e a riconoscerci
per quello che siamo: peccatori, ma insieme chiamati
a sperimentare il perdono e la misericordia di Dio che ci spinge
a uscire dal nostro peccato per vivere la nostra missione
nel mondo come seguaci di Gesù e come collaboratori nella
costruzione e nello sviluppo del Regno di Dio. Riflettere sullo
stato di tentazione di Gesù nel deserto ci aiuta a capire che
la vita è un impegno, una prova, una scelta dove tentazione
e prove sono condizioni normali, ma che possono essere superate.
Non si può vivere nell’indifferenza, nel disimpegno,
rifiutandosi di scegliere, servendo due padroni. Satana ci vuole
riportare alla logica di Adamo: egoismo, tornaconto, considerarsi
centro dell’universo, mentre Gesù ci vuole liberare
da tutto questo. Il deserto, luogo del silenzio, è anche luogo
della prova, ma anche dell’esperienza di Dio, che ci richiama
all’umiltà, all’obbedienza, all’amore.

(A cura della Focsiv)

Una fede che non si lascia tentare è una fede illusoria.

Signore, guarisci le nostre infedeltà e crea in noi un cuore nuovo.
Rinnovaci con la tua grazia perché, così risanati, possiamo
annunciare ai fratelli la tua misericordia e il tuo perdono.
Aiutaci a vivere con impegno questo tempo di grazia, perché
possiamo essere ricchi di frutti di amore ogni giorno. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 02/19/2020 - 08:00
Liturgia del:  23 febbraio 2020

La Parola del giorno: Lv 19,1-2.17-18; Sal 102; 1Cor 3,16-23

Dal Vangelo secondo Matteo (5,38-48)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al  malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.
E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Continua anche in questa domenica il grande discorso della montagna cominciato con le Beatitudini. Già domenica scorsa Gesù ci ha invitato a migliorare la giustizia umana, aggiungendo il comandamento dell’amore. Tutto deve essere valutato alla luce di questo “centro”, che rappresenta la volontà di Dio e spinge sempre ad andare “oltre”.
«Avete inteso che fu detto, ma io vi dico»: è Gesù che si pone come Maestro, come Colui che parla con autorità, Colui che sa, che vive e che fa, e che spinge il discepolo a seguirlo sulla strada dell’amore, della misericordia, del perdono, della pace.
Noi spesso siamo “anti” qualcuno o qualcosa, invece Gesù ci spinge a vivere accanto e con gli altri, a rispettare tutti e ad avere un comportamento che ci fa avvicinare sempre più a Dio, che è santità e perfezione. Questo è possibile perché “il Signore è buono e grande nell’amore”. Il Padre si manifesta come amore fedele, amore misericordioso, amore gratuito.
Non fa distinzioni, fa sorgere il sole sopra i buoni e i cattivi; fa piovere su giusti e sugli ingiusti. Quello che Gesù ci propone non si realizza in modo automatico, magico e neppure per diritto di appartenenza come l’essere battezzati; è una realtà che va scelta e vissuta. Anche se gli ammonimenti di Gesù sono molto esigenti, tuttavia esprimono la volontà di Dio e illustrano l’agire di Gesù. Un linguaggio chiaro che ha bisogno solo di essere interiorizzato. Per perdonare e per vivere questi atteggiamenti devo conoscere chi sono gli altri: l’altro è diverso da me, può essere un avversario che mi guarda con ostilità, che è sleale, che mi calunnia e che mi fa male con i suoi giudizi. Occorre impegno per far evolvere verso il bene certe situazioni e credere che l’amore è più forte dell’odio.

(A cura del Centro nazionale economi di comunità)

La difficile misura della santità: l’amore per i nemici.

Signore,
aiutaci ad abbandonare
il terreno del risentimento e della vendetta
e trasforma il nostro cuore affinché la misericordia
sia sempre guida e sostegno per le nostre azioni.

Categorie: Azione Cattolica

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 02/12/2020 - 08:00
Liturgia del:  16 febbraio 2020

La Parola del giorno: Sir 15,15-20; Sal 118; 1Cor 2,6-10

Dal Vangelo secondo Matteo (5,20-22a.27-28.33-34a.37 – forma breve)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

La giustizia di cui parla Gesù è la fedeltà alla legge di Dio, una nuova fedeltà, resa possibile e urgente dall’interpretazione autorevole che Gesù dà di questa legge. «Egli [infatti] insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi» (Mt 7,29). È tutta questione di prospettiva: gli scribi hanno il loro cuore appesantito dalla legge antica; Gesù chiede ai suoi discepoli, quindi anche a noi oggi, di liberarci dalla schiavitù di una legge ancorata a criteri troppo umani, legata alla mentalità ebraica dell’Antico Testamento. L’amore nominato nella Torah non è ancora libero, perché vive del contraccambio, è un amore dipendente dall’amore dell’altro e pertanto giustifica l’odio di fronte all’odio altrui. Il nuovo orientamento proposto da Cristo non si giustifica più sulla corrispondenza dei sentimenti, ma sull’intelligenza creativa del cuore, non dipende più dalla disposizione d’animo dell’altro, vede chi è l’altro nell’intimo, e lo riscopre vicino nella colpa comune e nella comune miseria. Si tratta del superamento dell’antico concetto di giustizia: al di sopra di questa giustizia c’è lo sguardo di Dio, il principio della libertà, dell’amore creativo, della grazia, tutte cose che la giustizia “antica” non vede. È giunto il momento, dice il Signore, di superare la legge degli antichi per aderire alla nuova legge dell’amore, una legge che riesce a cogliere la differenza fra il peccato fatto e il desiderio del peccato, che ci rende più capaci di amare gli altri e noi stessi in quanto ci scopriamo bisognosi del suo perdono e del suo sguardo amorevole e fedele sulle nostre vite. In realtà quello che ci propone Gesù è un modo di vivere più libero, e molto più profondo e impegnativo di quello che ci prospetta un semplice elenco di regole da rispettare.
E ancora una volta Dio ci insegna ad andare oltre l’umano, restando umani.

(A cura del Centro italiano femminile)

Il Vangelo «non è una morale, ma una sconvolgente liberazione» (G. Vannucci).

O Signore,
nessuno può pretendere
di presentarsi puro allo sguardo divino.
Aiutaci ad attendere la manifestazione
del tuo amore e del tuo perdono:
un’attesa che tiene desta
tutta l’umanità a te fedele
«ancor più che una sentinella all’aurora».
(Sal 129)

Categorie: Azione Cattolica

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 02/05/2020 - 08:00
Liturgia del:  9 febbraio 2020

La Parola del giorno: Is 58,7-10; Sal 111; 1Cor 2,1-5

Dal Vangelo secondo Matteo (5,13-16)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Ogni uomo, venendo al mondo, “alla luce”, riceve una missione, ha qualcosa d’importante da fare, per gli altri: è l’essere in relazione, una condizione fondamentale per l’uomo, vitale e salutare. L’uomo è un essere in relazione, nasce dalla relazione, vive per la relazione. La relazione è costitutiva dell’essere-uomo. L’uomo è in relazione con se stesso, la sua famiglia, l’altro sesso, gli amici e i colleghi, la società circostante, le società lontane e diverse cui in qualche modo è legato. Ma ogni relazione è anche inter-relazione, è reciprocità. Se ogni relazione è un dono che si riceve, essa è anche un compito e una responsabilità. Fallire la nostra missione è, allora, essere insipidi, non servire, diventare tenebra, vivere nel buio, dove non si vede nessuno, né l’altro, né noi stessi, neppure Dio! Non si può essere sale e luce solo per se stessi, ma a partire dall’altro e per l’altro. La luce, il sale, non vivono per se stessi, ma perché qualcun altro veda, per trasmettere sapore e senso..., al bisognoso, al sofferente, al mondo! «Voi siete il sale della terra... la luce del mondo». Ad “accendere la luce”, però, non siamo noi, bensì Dio: Egli ci ha chiamati alla vita, tutti siamo venuti alla luce, per essere sale e luce per qualcun altro, non solo per noi stessi. Ecco che quindi camminiamo nelle tenebre, la nostra vita non ha sapore vero, finché il fine ultimo di ciò che viviamo è il nostro “io”. Non capiamo quanto ci accade se tutto parte da noi e torna a noi: si crea una sorta di “cortocircuito”.
Invece, paradossalmente, anche l’esperienza più negativa, un lutto, una malattia, il male vissuto, può rivelarsi utile, sale e luce, per qualcun altro. Mi è successo qualcosa, anche di brutto, per amare qualcuno; se è solo per me, non ha senso! È bello trovare chi è capace di sfruttare i dolori vissuti per starti accanto, perché ha sofferto come te e ti comprende.
Non rinchiudiamoci allora in noi stessi, nei nostri non sensi, ma doniamoci agli altri, portiamo loro un po’ di sale e luce; scopriremo che le nostre ferite si rimargineranno “miracolosamente”, per grazia di Dio.

(A cura dell’Associazione italiana guide e scouts d’Europa cattolici)

Dare sapore alla vita.

Signore, mi chiedi di essere luce e solo tu sai quanto io sia tenebra
nel groviglio dei miei pensieri e giudizi interessati;
mi chiedi di essere vetta pur con gli abissi di male
che si agitano nel mio cuore pieno d’invidia e di gelosia;
mi vuoi come sale che insapora tutto di te
e, invece, sono lì che non riesco ad annunciare il tuo Vangelo.
Signore, rendimi come tu mi vuoi.
Se questo comporta sofferenza, sarà doloroso,
ma finalmente porterò frutti di santità.
E sarà gioia per tutti. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

Mer, 01/29/2020 - 13:40
Liturgia del:  2 febbraio 2020

La Parola del giorno: Ml 3,1-4; Sal 23; Eb 2,14-18

Dal Vangelo secondo Luca (2,22-40)
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse
Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano
di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse:
«Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele
e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà
l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù
di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito
sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova
e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal
tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere.
Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio
e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di
Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore,
fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. Il
bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia
di Dio era su di lui.

È la festa della presentazione di Gesù al tempio. I genitori portano il bambino al tempio, ma prima devono purificarsi, soprattutto Maria deve fare i riti di purificazione dopo il parto.
Emerge la paura dell’uomo di essere nel peccato. Maria e Giuseppe vanno al Tempio anche per ringraziare del dono del bambino e per offrire un sacrificio. Emerge, il bisogno di ingraziarsi Dio: “Ti do qualche cosa perché tu mi dia la tua protezione”.
II bisogno dell’offerta, qualche volta della penitenza, del sacrificio per conquistarsi Dio. Gesù ha provato a buttar via l’idea dell’impuro e dell’offerta-sacrificio come pratica per conquistarsi la benevolenza di Dio, e nel Vangelo, citando l’Antica Scrittura, dice: «Andate dunque e imparate che cosa significhi: misericordia io voglio e non sacrificio». Ecco, il cuore della fede è la misericordia! Non sono le offerte, i sacrifici, i riti, le tradizioni, ma il credere nell’amore del Padre.

(A cura della Focsiv)

«Le tortore o Dio? Il sacerdote sceglie le tortore» (M. Pozza). E tu?

Signore Gesù, a volte ci dimentichiamo che tu vuoi il nostro cuore,
a volte siamo prigionieri dei nostri riti e delle nostre formule,
abbiamo paura di te e delle nostre mani sporche.
Liberaci, e aiutaci a credere nella misericordia del Padre Nostro.

Categorie: Azione Cattolica

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 01/22/2020 - 08:00
Liturgia del:  26 gennaio 2020

La Parola del giorno: Is 8,23b-9,3; Sal 26; 1Cor 1,10-13.17

Dal Vangelo secondo Matteo (4,12-17)
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta.
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

Questo brano potrebbe apparire soltanto l’indicazione geografica di un trasferimento: da Nazaret, l’ambiente dell’infanzia e della giovinezza di Gesù, a Cafàrnao, cittadina di commerci in riva al lago di Tiberiade.
In verità, in questo spostamento si rivela un’intenzione ben precisa: portare l’annuncio di salvezza fuori dall’ambiente ristretto di Nazaret, per inserirlo nella realtà vivace e complessa di Cafàrnao. Matteo riporta da Isaia le parole «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti», un’indicazione ripetuta ben tre volte per sottolineare la mescolanza dei popoli in quella terra di passaggio dalla Siria verso il mar Mediterraneo fino all’Egitto. Ed è proprio in quest’incrocio di percorsi e di persone, di ebrei e pagani, che Gesù va a inserirsi, andando ad abitare nella casa di Pietro, come documentato da scavi recenti. Egli ha scelto di affrontare un contesto nuovo e difficile, ci chiama quindi a non stare nell’ambiente più accomodante e a prendere invece l’iniziativa di immergerci nella complessità della vita reale.
Il Regno dei Cieli, a causa del quale Gesù invita a convertirsi, è una realtà che si fa presente, quando gli uomini, anche se diversi tra loro, riescono a convivere riconoscendosi nella comune umanità.
Gesù è entrato nel tempo, nel nostro tempo. È tempo di deciderci, di non rimandare la scelta di seguirlo. Vogliamo essere una comunità di discepoli che sa accorciare la distanza con la gente, che sa ascoltare e aprire percorsi di dialogo, sa coinvolgersi e testimoniare l’amore misericordioso di Dio.

(A cura dell’Agesci)

Purificare il cuore per vedere Gesù che anche oggi fa fiorire la vita e la gioia.

Signore Gesù, che hai camminato sulle strade della Galilea,
sulla via del mare, insieme ai mercanti, ai pellegrini, agli uomini,
alle donne e ai bambini dei paesi che hai attraversato,
ti ringraziamo perché cammini ogni giorno,
sulle strade del mondo,
attraverso le vicende della vita e della storia.
Ti ringraziamo perché nelle tenebre possiamo vedere la tua luce.
Fa’ che ti seguiamo con coraggio dove ci conduci.
Cambia il nostro cuore,
perché il tuo Regno di pace e di giustizia venga.

Categorie: Azione Cattolica

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Mer, 01/15/2020 - 08:00
Liturgia del:  19 gennaio 2020

La Parola del giorno: Is 49,3.5-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3

Dal Vangelo secondo Giovanni (1,29-34)
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Nelle parole di Giovanni cogliamo un intero percorso vocazionale, e forse possiamo riconoscerci come instancabili pellegrini dell’Infinito. Di se stesso, Giovanni ci confida la sua consapevolezza di aver ricevuto una chiamata: «Proprio colui che mi ha inviato a battezzare». Quanta chiarezza in Giovanni, che straordinaria coscienza della propria preziosità agli occhi di Dio! È questa certezza di una relazione, che lo manda al mondo come annunciatore e profeta, come apritore di strade di rivelazione. Tuttavia, non tutto è evidente. Una vocazione così precisa mantiene un profondo margine di dubbio, attesa, incertezza. Un dialogo profondo con Dio potrà ancora superare, scalfire schemi già percorsi. La sorpresa sarà Gesù. Giovanni non lo conosceva. Percepire una chiamata non è automaticamente seguire Gesù. Bisogna prima incontrarlo, o meglio lasciarsi incontrare e stupire. In Matteo, il Battista aveva fatto resistenza al Nazareno che si mette in fila con i peccatori per farsi battezzare. Davvero l’arrivo del Messia, del Figlio di Dio capovolge aspettative e programmi. Scopriamo allora nel Battista il testimone, soprattutto perché non ha voluto restare immobile nelle certezze di un cammino già fatto, ma in esso ha lasciato che si innestasse il germoglio di Iesse, Gesù il Cristo.
Ogni tronco, ogni uomo, ma anche ogni tralcio, la nostra vita, ha bisogno di questo innesto. Gesù deve entrare a far parte della vita di colui che lo vuole conoscere e amare. Giovanni indica l’agnello. Comprende che la vocazione si realizza davvero quando finalmente la si restituisce alla sorgente. Capisce che una vita in Dio ha senso quando a Dio viene riportato tutto: uomini, buone opere e persino i desideri incompiuti. Egli sente che la bellezza dell’esistenza, secondo la logica del Regno, non è quella di possedere per sé, ma di contemplare con gli occhi e spingere lo sguardo di tutti all’Altro, il Salvatore.

(A cura dell’Associazione cattolica operatori sanitari)

Gesù: volto della tenerezza di Dio.

O Padre, abbiamo anche noi, come Giovanni, ricevuto una chiamata,
quella di annunciare la vita vera, Gesù tuo figlio.
La chiarezza di questa relazione di fiducia
e la consapevolezza di essere preziosi ai tuoi occhi,
ci diano la capacità di osare e non di arretrare
o chiuderci nel già fatto.
Il Vangelo sia una continua sorpresa di vita
che aumenta la passione nell’indicare a tutti
l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.
La nostra vita avrà senso
quando al termine avremo riportato tutto a te
che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

Categorie: Azione Cattolica

BATTESIMO DEL SIGNORE

Mer, 01/08/2020 - 08:00
Liturgia del:  12 gennaio 2020

La Parola del giorno: Is 42,1-4.6-7; Sal 28; At 10,34-38

Dal Vangelo secondo Matteo (3,13-17)
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?».
Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Oggi, festa del Battesimo di Gesù, il Vangelo ci presenta la scena avvenuta presso il fiume Giordano: in mezzo alla folla penitente che avanza verso Giovanni Battista per ricevere il battesimo c’è anche Gesù. Giovanni vorrebbe impedirglielo, manifesta il suo sconcerto, riconoscendo in Lui il Messia, Colui che è senza peccato: egli stesso, il battezzatore avrebbe voluto farsi battezzare da Gesù. Ma Gesù lo esorta a non opporre resistenza, ad accettare di compiere questo atto: Gesù è venuto proprio per colmare la distanza tra l’uomo e Dio, a riunire ciò che è diviso. Per questo chiede a Giovanni di battezzarlo, perché si adempia ogni giustizia, si realizzi il disegno del Padre che passa attraverso la via dell’obbedienza e della solidarietà con l’uomo fragile e peccatore, la via dell’umiltà e della piena vicinanza di Dio ai suoi figli. Nel momento in cui Gesù, battezzato da Giovanni, esce dalle acque del fiume Giordano, la voce di Dio Padre si fa sentire dall’alto e nello stesso tempo lo Spirito Santo si manifesta e viene come una colomba sopra di Lui; in quel momento l’amore che unisce Gesù al Padre viene testimoniato a quanti assistono al battesimo da una voce dall’alto che tutti odono. Il Padre manifesta apertamente agli uomini la comunione profonda che lo lega al Figlio: la voce che risuona dall’alto attesta che Gesù è obbediente in tutto al Padre e che questa obbedienza è espressione dell’amore che li unisce tra di loro. Il battesimo di Gesù si colloca in questa logica dell’umiltà e della solidarietà: è il gesto di Colui che vuole farsi in tutto uno di noi e si mette realmente in fila con i peccatori.
Lui, che è senza peccato, si lascia trattare come peccatore, per portare sulle sue spalle il peso della colpa dell’intera umanità. Gesù accetta di condividere la nostra condizione, la nostra povertà, ci considera fratelli e condivide con noi. E così ci rende figli, insieme con Lui, di Dio Padre. A imitazione di Gesù, pastore buono e misericordioso, e animati dalla sua grazia, siamo chiamati a fare della nostra vita una testimonianza gioiosa che illumina il cammino, che porta speranza e amore.
Questa festa ci fa riscoprire il dono e la bellezza di essere un popolo di battezzati, cioè di peccatori salvati dalla grazia di Cristo, inseriti realmente, per opera dello Spirito Santo, nella relazione filiale di Gesù con il Padre, accolti nel seno della madre Chiesa, resi capaci di una fraternità che non conosce confini e barriere.

(A cura del Centro turistico giovanile)

In Gesù “l’amato” anche noi figli amati.

Padre onnipotente ed eterno,
che dopo il battesimo nel fiume Giordano
hai proclamato Gesù tuo diletto Figlio,
mentre discendeva su di Lui lo Spirito Santo,
fa’ che anche noi, tuoi figli, rinati dall’acqua e dallo Spirito,
possiamo vivere sempre nel tuo amore.
Aiutaci a crescere e a maturare nella fede
e a portare nella nostra vita frutti di santità e di amore.

Categorie: Azione Cattolica

EPIFANIA DEL SIGNORE

Dom, 01/05/2020 - 20:00
Liturgia del:  6 gennaio 2020

La Parola del giorno: Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3a.5-6

Dal Vangelo secondo Matteo (2,1-12)
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:
“E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Nel leggere il brano di Matteo si è presi dallo svolgersi degli avvenimenti: Gesù bambino è nato povero, in una stalla, eppure alcuni uomini da lontano, dall’Oriente, nella loro ricerca sono portati a vedere in questa nascita il compimento del loro cercare, la pienezza della loro attesa. I magi non conoscono le Scritture né la lingua o le consuetudini della terra verso cui si mettono in viaggio. Sono talmente sprovveduti da chiedere informazioni a Erode circa la nascita del nuovo re, ma sono uomini abitati dal desiderio, dall’inquietudine e dunque in ricerca, in attesa. Essi seguono la stella, simbolo della luce che risplende per tutte le genti; non discutono, ma camminano; non rimangono a guardare, ma entrano nella casa di Gesù; non si mettono al centro, ma si prostrano a Lui, che è il centro; non si fissano nei loro piani, ma si dispongono a prendere altre strade. Questa è l’Epifania del Signore Gesù, che risplende come luce per tutte le genti; perciò, è epifania della Chiesa, manifestazione della sua vocazione e missione universale. La vita dell’uomo è missione, si identifica con la sua presenza, certezza e pienezza, tenerezza, allegria e gioia: chi incontra Gesù sperimenta il miracolo della luce che squarcia le tenebre, che illumina e rischiara. All’inizio di ogni giorno bisogna accogliere l’invito che è stato fatto ai Magi di seguire la stella per provare una gioia grandissima, perché dove c’è Dio, c’è gioia.

(A cura del Centro turistico giovanile)

Essere “cercatori” di Dio.

Signore, anche noi desideriamo vedere la stella
e venire ad adorarti.
Donaci occhi semplici e un cuore grande nell’amare,
per riconoscere, come fecero i magi, i segni della tua presenza.
Fa’ che lo splendore della tua gloria illumini la nostra vita
e quella delle nostre famiglie.

Categorie: Azione Cattolica

II DOMENICA DOPO NATALE

Gio, 01/02/2020 - 08:54
Liturgia del:  5 gennaio 2020

La Parola del giorno: Sir 24,1-2.8-12; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18

Dal Vangelo secondo Giovanni (1,1-5.9-14 – forma breve)
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Il prologo del Vangelo di Giovanni è un testo mirabile, una sintesi vertiginosa della fede cristiana, un abisso di luce, che indica come Dio ha voluto entrare nella storia e diventare uomo.
Parte dall’alto: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio», ed ecco la novità inaudita e umanamente inconcepibile: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Innanzitutto, l’evangelista osa immergere il suo sguardo nell’eternità, tempo-spazio impossibile da comprendere pienamente all’uomo, così fragile e di passaggio in questo mondo. All’inizio, prima dunque della creazione dell’universo, la Parola era, esisteva fuori del tempo, da tutta l’eternità.
Era parola di Dio, era Dio stesso. Ma questa vita divina ha voluto donarsi, uscire da se stessa, il Mistero ha scelto di fare compagnia all’uomo dentro le coordinate dello spazio e del tempo, è venuto sulla terra affinché l’uomo, fragile e limitato, lo ascoltasse e potesse conoscere e toccare con mano l’amore del Padre. Il Verbo di Dio è lo stesso Gesù, presente e operante nel mondo. L’evangelista Giovanni non nasconde poi la drammaticità dell’Incarnazione del Figlio di Dio, sottolineando che al dono d’amore di Dio fa riscontro la non accoglienza da parte degli uomini. La Parola è la luce, eppure gli uomini hanno preferito le tenebre, hanno chiuso la porta in faccia al Figlio di Dio. È il mistero del male che insidia la vita degli uomini e che richiede vigilanza e attenzione perché non prevalga. Ma Gesù, il Logos, non desiste e non smette di offrire se stesso e la sua grazia che salva! Gesù è paziente, sa aspettare, aspetta sempre. Il prologo è un messaggio di speranza e di salvezza.
E come l’apostolo Giovanni, anche chi lo incontra è chiamato a testimoniare con gioia il messaggio del Vangelo della vita, della luce, della speranza e dell’amore.

(A cura del Centro turistico giovanile)

«Il Verbo si fece carne»: qualcosa di Dio in ciascuno di noi; in ogni vita c’è santità e luce.

O Dio onnipotente ed eterno, luce dei credenti,
ti sei fatto uomo per accompagnare con discrezione,
con tenerezza e potenza il nostro cammino faticoso.
Sostienici sempre nelle nostre fatiche quotidiane,
rendici testimoni fedeli e riempi della tua gloria il mondo intero.

Categorie: Azione Cattolica