Spunti di riflessione per l'estate

Carissimi lettori del sito del Collegamento regionale Triveneto di AC, 
l'estate ecclesiale ed associativa prosegue non solo con i campi-scuola e le altre attività estive in tutte le diocesi del Triveneto, ma quest'anno porta con sè anche altre originali opportunità di formazione e riflessione.
Una di queste - particolarmente interessante, visti gli interlocutori - è il dialogo a distanza che si è aperto fra mons. Giampaolo Crepaldi (ArciVescovo-Vescovo di Trieste) e Luigi Alici (già Presidente nazionale dell'Azione Cattolica e docente di filosofia morale all'Università di Macerata) sul ruolo dei laici cristiani, sul rapporto fra i cristiani ed alcune grandi questioni etiche della società contemporanea e - dulcis in fundo - sull'Azione Cattolica, il suo ruolo e la sua identità.
Credo che far risuonare qui questo dibattito - che ci tocca molto da vicino, anche perchè ci chiama in causa direttamente - possa costituire uno buona occasione (un tempo favorevole) per le nostre associazioni diocesane e per ciascuno di noi, per riflettere ancora sulla propria identità, sul proprio ruolo ecclesiale e sull'ecclesiologia  conciliare della quale lo Statuto del 1968 (con le modifiche che ne sono seguite) è senza ombra di dubbio figlio.
Buona lettura, buona riflessione e buona estate!!!
Un abbraccio a tutti
Marco Pio Bravo 
Delegato regionale Triveneto di Azione Cattolica
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Parla l’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi

E’ L’ORA DI FEDELI LAICI ALL’ALTEZZA DEI PROBLEMI E DEI TEMPI 

Nel numero odierno di Vita Nuova, settimanale della diocesi di Trieste, l’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi concede un’intervista sui fedeli laici nel momento presente, le cui riflessioni vanno ben oltre l’ambito triestino. Prendendo criticamente spunto da un recente libro di Luigi Alici, l’Arcivescovo osserva che, purtroppo, la presenza dei fedeli laici non riesce a darsi una configurazione coesa e coerente sul piano pubblico. La stessa Azione Cattolica sembra attardata su una cultura della mediazione che rischia di diventare cultura nel “sì… ma”, spostando continuamente in avanti la soglia del non possumus e così, di fatto, adeguandosi al mondo. Secondo l’Arcivescovo Crepaldi, uno dei motivi di fondo di questa incertezza del laicato cattolico è la sostituzione del compito di ordinare a Dio le cose temporali, come afferma il Concilio, con quello di far funzionare la democrazia e le istituzioni. L’Arcivescovo afferma di essere sostenitore convinto dell’Azione Cattolica e di nutrire grandi aspettative nei suoi confronti. Proprio per questo ritiene che essa dovrebbe rivedere la propria linea e il proprio ruolo. Il testo dell’intervista è disponibile anche in www.vitanuovatrieste.it.

Venerdì, 28 giugno 2013.

Eccellenza, nella sua omelia per la chiusura della processione del Corpus Domini di domenica 2 giugno, lei ha avuto parole dure circa l’approvazione di leggi che possono «compromettere i capisaldi del nostro vivere umano: la vita, la famiglia e la nostra libertà». Ora, proprio quello dovrebbe essere il campo dell’impegno dei fedeli laici. Il suo discorso era un richiamo anche a loro?

Non c’è dubbio che questa dovrebbe essere l’ora del laicato. Ma purtroppo il laicato cattolico non si fa sentire. Magari lamentando poi che i Vescovi parlano troppo.

Perché, secondo lei, questa è l’ora del laicato?

Certamente ogni ora è l’ora del laicato, perché non c’è un momento in cui il laico non tragga dal suo battesimo il compito di ordinare a Dio le cose temporali. Però questa è l’ora del laicato in modo particolare. La politica e le leggi stanno mettendo mano all’ordine della creazione, alla natura della famiglia e alle relazioni naturali di base, quella tra padre e madre e tra genitori e figli. Si tratta di qualcosa di inedito e sconvolgente che richiede una presenza particolarmente convinta ed attiva.

Perché dice che il laicato cattolico non si fa sentire?

Sono molti i laici cattolici che nella famiglia, nel lavoro, nella società incarnano con fedeltà la propria fede cristiana. Ciò avviene però soprattutto nella quotidianità. Ciò che manca in modo evidente è una presenza unitaria e coordinata nella società civile e una testimonianza chiara e coerente a livello politico, legislativo e dentro le pubbliche istituzioni.

Eppure esistono vari organismi di rete tra cattolici e in passato sono stati in grado di portare in piazza con il Family Day moltissime persone. Non ci sono più?

Ci sono ancora, però bisogna prendere atto di alcuni mutamenti. Intanto alcune di queste reti si sono costituite ma non si sono consolidate, sono rimaste tali a livello formale di vertice e più di qualche convegno non potranno fare. In secondo luogo, mi sembra che alcune reti un tempo molto attive su questi temi – penso per esempio a Scienza e Vita oppure al Forum delle Associazioni familiari – abbiano un po’ allentato la presa, dirottando l’attenzione verso altre tematiche a mio avviso meno importanti. Infine, vorrei notare che anche dentro le singole associazioni e i singoli movimenti la presa di posizione sui temi che ho sopra richiamato è scarsa sia in sede nazionale che in sede locale.

Può spiegare meglio cosa intende quando parla di “testimonianza coerente a livello politico, legislativo e dentro le pubbliche istituzioni”?.

Nelle amministrazioni pubbliche ci sono cattolici dichiaratamente tali. Ma quando si tratta di affrontare questi temi, essi utilizzano le categorie mentali di tutti gli altri e si fanno scudo della laicità della politica per non prendere una posizione che certamente costerebbe loro sul piano politico, ma che io vedrei come coerente sul piano umano con la fede professata.

Una delle storiche associazioni di fedeli laici è l’Azione cattolica. Cosa mi può dire a riguardo?

Prendo spunto da un recente libro di Luigi Alici dal titolo “I cattolici e il paese. Provocazioni per la politica” edito da La Scuola.

Ma Luigi Alici non è più presidente dell’Azione cattolica…

Però lo è stato a lungo e può dirsi un intellettuale fortemente impegnato nell’associazionismo del laicato cattolico. Recentemente egli ha girato tutta l’Italia – è stato anche in Friuli Venezia Giulia ed anche a Trieste. Certo il suo libro non rappresenta l’Azione cattolica, però può essere indicativo di un modo di pensare, diffuso anche dentro l’associazione.

Ho letto anch’io il libro. Cosa l’ha maggiormente colpita?

Il suo appartenere alla categoria dei libri “Sì, ma …”: affermare i principi nello stesso momento in cui si aprono fessure per non rispettarli. Ho cercato in questo libro le affermazioni di fedeltà al magistero e di adesione ai principi della tutela della vita o della famiglia: li ho trovati. Però l’esposizione è sempre volutamente ambigua, dice, ma nega ed è piena di “tuttavia”.

Può fare un esempio?

Alici ha parole molto belle sulla famiglia, ma poi si dice a favore del riconoscimento delle convivenze tra omosessuali. Si rifà al cardinale Martini, ma non ai Vescovi italiani che, in una Nota del 2007, hanno chiarito la questione, come anche Vita Nuova ha opportunamente ricordato. I diritti per le persone omosessuali vanno affrontati sul piano del diritto privato. Il riconoscimento della convivenza in quanto tale non è accettabile né per le cosiddette coppie di fatto eterosessuali né per quelle omosessuali. Manca il requisito della valenza pubblica.

Quali sono gli argomenti di Luigi Alici a proposito?

Quello della gradualità dei diritti. Secondo lui una coppia di omosessuali non ha diritto ad essere considerata famiglia in quanto non lo è, ma ha diritto ad essere considerata qualcosa di più di due studenti che condividono lo stesso appartamento. Una simile argomentazione non è accettabile: ciò che è sbagliato non può essere fonte di diritti pubblicamente riconosciuti, e non può esserci per esso nessuna gradualità.

Cosa significa questo?

Credo che questo libro esprima bene una certa cultura dentro il mondo cattolico. I laici che vi si ispirano sposteranno sempre più in avanti l’asticella del “non possumus”, adeguandosi al mondo.

Ho notato nel libro di Alici il continuo rifarsi al “paradosso” cristiano che farebbe del fedele laico una persona continuamente combattuta al proprio interno e a cui solo la risposta della propria coscienza potrà indicare la via.

Il paradosso cristiano non va interpretato come un'insanabile contraddizione interna del cristiano, perché la fede e la ragione, come ci insegna la dottrina, vanno insieme e solo il peccato introduce la divisione. Quello di Alici è un modo per far sì che l’agire dei cattolici nella società e nella politica sia lasciato unicamente alla loro autonoma coscienza.

Alici sostiene che c’è un ambito di partecipazione politica non direttamente partitica in cui dovrebbe valere la collaborazione dei cattolici con tutti gli altri e un ambito strettamente partitico in cui vale la competizione. E’ d’accordo?

Non solo tra i partiti, ma anche nella società ci sono oggi antropologie in conflitto. Anzi, oggi si assiste alla competizione tra chi dice che non c’è una antropologia, una vera visione dell’uomo, e chi invece dice che c’è. In questi campi – penso alla cultura, all’animazione sociale, alla formazione dei giovani, alla comunicazione - non può esserci solo collaborazione. Smettiamola una buona volta di continuare a illuderci e a illudere su questo punto. Dialogo e rispetto non devono mancare mai, ma la collaborazione la si fa sulla verità.

Da cosa dipende tutto ciò?

Credo dipenda dall’aver cambiato lo scopo della presenza dei laici cristiani nel mondo. I laici hanno come scopo di ordinare a Dio l’ordine temporale – come dice il Concilio – o, in altre parole, di costruire la società secondo il progetto di Dio. Invece, lo scopo dei fedeli laici è stato ridotto a conseguire il bene comune, a costruire la democrazia, a realizzare la Costituzione, a far funzionare le istituzioni.

Perché l’obiettivo del bene comune non va bene?

Va bene, a patto però che in esso si faccia rientrare anche il rispetto dell’ordine del creato e il benessere spirituale e religioso delle persone. Non c’è vero bene comune quando Dio viene messo tra parentesi e quando a Dio non è riconosciuto un posto nel mondo.

L’Azione cattolica ha avuto una lunga storia. Qual è stato il suo momento critico secondo lei?

Lascio questo compito agli storici. Posso solo tentare qualche ipotesi. La cosiddetta “scelta religiosa” fu interpretata dagli uomini di Azione cattolica in modo ambiguo. Doveva comportare il concentrarsi sul proprium dell’Azione cattolica, quello che Benedetto XVI ha poi chiamato “il posto di Dio nel mondo”. E’ stata invece vissuta come un apparente disimpegno rispetto ad una presenza visibile e organizzata condannata troppo frettolosamente come preconciliare. Dico “apparente” perché – strano a dirsi! – da allora moltissimi dirigenti dell’Azione cattolica si impegnarono direttamente in politica, prevalentemente nei partiti di sinistra. Ultimo esempio è stato Ernesto Preziosi alle recenti elezioni politiche.

Allora a lei l’Azione cattolica non va bene?

Io credo nell’Azione cattolica, continuo ad esserne un sostenitore convinto e, a parte qualcuno e qualcuna, sono assai grato a quella diocesana per quello che fa e nutro grandi aspettative verso di essa. Credo però che l’Azione cattolica - sto parlando in termini generali - oggi abbia bisogno di riconsiderare la propria linea e il proprio ruolo. Ciò sarebbe di grande vantaggio non solo per la missione pastorale delle nostre Diocesi, ma anche per le altre forme di associazionismo dei fedeli laici.

In che modo?

Si tratta di essere fedeli, in maniera integrale e con generosità spirituale, all’insegnamento del Concilio Vaticano II: essere laici nel mondo per ordinarlo a Dio, mettendo in primo piano l'esigenza e l'urgenza dell'ordinarlo a Dio. Per l'Azione cattolica significa: recuperare la sostanza del proprio passato, anche di quello che oggi si ricorda con un certo inspiegabile disprezzo; recuperare la dottrina sociale della Chiesa in tutti i suoi sostanziali collegamenti con la dottrina cristiana; intendere la laicità nel modo che ci ha insegnato Benedetto XVI, cioè pensare che al mondo non bisogna solo adeguarsi se si vuole veramente servirlo; superare una visione inadeguata del Concilio, recuperandone tutto l’insegnamento dentro la tradizione della Chiesa e non le solite due o tre frasi adoperate in modo retorico; non minimizzare gli attacchi che oggi vengono portati alla natura umana e alla fede cristiana, accusando quanti cercano di reagire di voler ristabilire uno schema mentale integralista proprio del passato. La Chiesa ha un bisogno immenso di un'Azione cattolica così, che riprenda a formare laici capaci di costruire la società secondo il cuore e il progetto di Dio. Per questo continuo a pregare e a sperare...

Stefano Fontana

Fonte: www.vitanuovatrieste.it


QUALI LAICI

Sono costretto, mio malgrado, a entrare in dialogo a distanza con l'arcivescovo di Trieste, mons. Crepaldi, dopo l'intervista da lui rilasciata al giornale della sua diocesi. Lo faccio malvolentieri: lo stile ecclesiale che preferisco è quello di un dialogo diretto, volto a chiarire eventuali fraintendimenti e incomprensioni. Debbo però fare i conti con la ricaduta mediatica dell'intervista, che mi attribuisce posizioni non corrispondenti allo spirito e alla lettera del mio libro I cattolici e la politica, e che per puro amore di verità debbo chiarire pubblicamente.

Desidero anzitutto precisare che l'affermazione di essere «a favore del riconoscimento delle convivenze tra omosessuali» non corrisponde minimamente al mio pensiero. In passato sono state criticato da associazioni gay per aver coniato l'acronimo OSGM (=organismi sociali geneticamente modificati) a proposito delle convivenze tra omosessuali. Nel libro mi chiedo se sia possibile collocare le unioni civili a un livello più alto di un individualismo atomistico, continuando a riconoscere la differenza sessuale come un dato «che non può essere declassato a pura preferenza soggettiva». Ho aggiunto che «pretendere uguali diritti rispetto a una "famiglia naturale" … equivarrebbe a neutralizzare la differenza sessuale». Non è altresì esatto quanto mons. Crepaldi mi attribuisce: «Secondo lui una coppia di omosessuali non ha diritto ad essere considerata famiglia in quanto non lo è, ma ha diritto ad essere considerata qualcosa di più di due studenti che condividono lo stesso appartamento». Ho scritto invece, cercando di identificare i termini del problema: «Due gay che vogliono vivere insieme non accetterebbero mai di essere posti, in termini di diritti sullo stesso piano di due single o di un gruppo di studenti universitari che condividono per motivi puramente economici lo stesso appartamento». La differenza di attribuzione mi pare sostanziale. 

Riconosco, è vero, l'importanza di convenire su una "logica graduata dei diritti" entro una differenza di fondo tra pubblico e privato (questo è il capitolo in cui affronto la questione), concludendo - in modo a mio giudizio inequivocabile - con queste parole: «Qualcuno vorrà forse rinunciare all'idea della famiglia naturale come culla della vita? Con quale altro modello intende sostituirla? Vorremmo vedere le carte,please». Ammetto invece una differenza di approccio alla questione, ritenendo che un credente debba ricercare dei margini di confronto e di dialogo entro questo intervallo tra pubblico e privato. La stessa citazione del cardinale Martini (che mons. Crepaldi sembra singolarmente contrapporre ai "Vescovi italiani") va in questa direzione: «gerarchia di valori», non «parità di diritti».

A un livello più generale, non mi riconosco in un atteggiamento che consisterebbe nell'«affermare i principi nello stesso momento in cui si aprono fessure per non rispettarli» e mi sento personalmente ferito nel leggere che la mia esposizione sarebbe «sempre volutamente ambigua». Due avverbi che pesano. L'ambiguità può essere il risultato di affermazioni oggettivamente equivoche, ma la pretesa di giudicare in modo così assertorio l'intentio auctoris, senza la benché minima presunzione del dubbio, mi lascia stupito. Non ho nessuna intenzione di essere un apostolo dell'ambiguità e non sto girando «tutta l'Italia»; ho fatto solo cinque o sei presentazioni del libro, tenendole sempre ben distinte da altri interventi, frutto di inviti a livello ecclesiale, in molti casi sollecitati da vescovi, che non sarei propenso a ritenere tutti degli sbadati o peggio sostenitori di un cristianesimo equivoco del "Sì, ma…".

Mons. Crepaldi giustamente mette in guardia contro il pericolo di un'adesione condizionata alla fede, espressa efficacemente nella formula del "Sì, ma…". Personalmente ritengo che l'adesione incondizionata al patrimonio irrinunciabile della tradizione cristiana non solo non escluda ma addirittura richieda, proprio in nome di tale fedeltà, che si cerchi continuamente di purificare tale patrimonio da infiltrazioni improprie. Come credente debbo essere disposto a dire un sì senza riserve - anche a costo della vita - nell'obbedienza alla fede, mentre forse è il caso di continuare a dire dei "ma…" dinanzi a una richiesta diversa di obbedienza: alle cordate, alle consuetudini e ad ogni sovrastruttura disciplinare opinabile che tende fare corpo unico con il depositum fidei (come, ad esempio, le preferenze politiche di un pastore).

Un valore ben più importante hanno invece le parole di mons. Crepaldi sull'Azione Cattolica, che a mio giudizio debbono essere tenute ben distinte da quelle che egli ha ritenuto di dedicare al mio libro. Il profilo istituzionale ed ecclesiale è completamente diverso e sono dispiaciuto che una valutazione su un libro (intenzionalmente non pubblicato con la casa editrice dell'Ac) possa riverberarsi negativamente sull'associazione. In ogni caso, come semplice socio di Azione Cattolica, quale sono ora, m'interroga profondamente il fatto che un vescovo, anziché cercare forme d'interlocuzione diretta nelle sedi più proprie, preferisca rilasciare una intervista pubblica in cui afferma che l'Ac «abbia bisogno di riconsiderare la propria linea e il proprio ruolo». 

Infine, come non riconoscere, con mons. Crepaldi, che «questa è l'ora del laicato in modo particolare»? Le sue parole attestano una richiesta di laici "'all'altezza", che c'interpella tutti ma lascia aperta una domanda che non si può eludere: quali laici? Una domanda che dobbiamo altresì contestualizzare: nel frattempo, si dà il caso che nella Chiesa stia accadendo qualcosa. Non possiamo far finta di nulla dinanzi al processo di rigenerazione profonda, iniziato con la rinuncia di papa Benedetto e proseguito con l'elezione di papa Francesco, che segna - com'è ovvio - per noi tutti un "nuovo inizio". Al magistero di papa Francesco, che ci sta richiamando all'essenziale della fede e che non vuole "dogane" improprie sulla strada che collega miseria e misericordia, dobbiamo assicurare tutti un "sì senza se e senza ma". Sono certo che, su questo punto, mons. Crepaldi sia d'accordo con me.

Luigi Alici

Fonte: http://luigialici.blogspot.it/

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